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In Italia la denatalità non accenna a frenarsi, ma alcuni territori riescono a reagire meglio di altri. Le ragioni sono da ricondurre (anche) alla qualità del capitale sociale presente in ogni comunità, fondamentale per creare servizi per la prima infanzia in grado di sostenere le famiglie. È uno degli spunti che emerge dal Secondo Rapporto sull’Agenda FAST, presentato oggi a Roma.

Lo studio, curato da Percorsi di secondo welfare e dall’Università degli Studi di Milano con il supporto di Fondazione Lottomatica, approfondisce come il welfare italiano possa affrontare concretamente la crisi demografica solo agendo su quattro leve integrate: Famiglia, Asili, Servizi e Tempi (che formano appunto l’acronimo FAST). In questa nuova edizione (qui la prima) il rapporto evidenzia in particolare come laddove esistono rapporti di fiducia, apertura e collaborazione tra cittadini e istituzioni, l’offerta di servizi educativi per la prima infanzia sia più ampia e qualificata. E così migliorano anche le condizioni che possono favorire la natalità.

Ad approfondire le ragioni di queste dinamiche sono stati Maurizio Ferrera e Simone Manfredi – curatori della ricerca con Franca Maino e Eleonora Rossero – che ne hanno discusso con qualificati rappresentanti politico-istituzionali, stakeholder del mondo educativo e realtà del Terzo Settore.

La qualità del capitale sociale e il modello Lego

Gli studiosi hanno spiegato che in un Paese in cui la natalità ha raggiunto un nuovo minimo storico – 369.944 nascite nel 2024 e un indice di fecondità di 1,18 figli per donna (fonte ISTAT) – la presenza di capitale sociale “bridging, basato su fiducia, apertura e collaborazione tra cittadini e istituzioni, è un fattore decisivo nello sviluppo dei servizi educativi per la prima infanzia (0-3 anni). Al contrario, territori caratterizzati da capitale sociale “bonding”, fondato su legami forti all’interno di gruppi omogenei quali le reti familiari, mostrano una disponibilità più limitata di nidi pubblici e un welfare ancora “familistico”.

Il Secondo Rapporto FAST propone quindi lo sviluppo del cosiddetto “modello Lego”, nel quale servizi, famiglie, istituzioni e comunità rappresentano mattoncini essenziali per costruire capitale umano e sociale di qualità. Perché investire pezzo dopo pezzo nei servizi per la prima infanzia significa creare le premesse per comunità più coese, solidali e capaci di generare futuro.

Il Rapporto dimostra la validità del modello Lego attraverso specifiche analisi quantitative e qualitative, portando anche i casi di Siena (alto capitale sociale bridging e alta offerta di servizi) e Caserta (alto capitale sociale bonding e bassa offerta), per offrire una lettura innovativa delle disuguaglianze territoriali tra Centro-Nord e Mezzogiorno.

Reazioni, idee e raccomandazioni

Durante la mattinata di confronto, i diversi stakeholder presenti hanno reagito alla presentazione del Rapporto con diverse idee – alcune riportate anche nel servizio di ItalPress disponibile qui e più sotto – ed è stato possibile formulare raccomandazioni strategiche in linea con l’agenda FAST.

In primo luogo, è importante rafforzare il ruolo del settore pubblico nel supporto all’offerta di servizi per la prima infanzia. Da un lato, rispetto alla valorizzazione e diffusione del patrimonio di competenze e professionalità anche attraverso l’implementazione del sistema integrato 0-6. Dall’altro lato, rispetto al sostegno alle sperimentazioni e alle nuove iniziative nei contesti più fragili per innescare circoli virtuosi anche grazie alla finanza sociale.

In secondo luogo, occorre migliorare la capacità di sostenere la domanda di servizi, migliorando l’accessibilità tramite la riduzione dei costi sostenuti dalle famiglie o rafforzando e rendendo stabili misure come il Bonus asilo nido in ottica di maggiore equità e impatto nei contesti più fragili. Ma anche valorizzando gli spazi come veri “hub di comunità” integrando e ricomponendo diversi servizi in supporto alla genitorialità, con lo scopo di facilitare maggiore consapevolezza e fiducia nei servizi professionali e, di riflesso, generare capitale sociale bridging.

È stato inoltre ricordato come nel nostro Paese solo l’1,2% del PIL sia destinato a famiglie e minori, una delle quote più basse in Europa. Proprio per questo occorre un ripensamento profondo del sistema di welfare. I servizi ECEC (Early Childhood Education and Care, ovvero quei servizi che nella nomenclatura dell’UE sono destinati all’educazione e alla cura della prima infanzia) devono essere considerati non come costo, ma come investimento sociale strategico per sostenere natalità, occupazione femminile e coesione territoriale.

 

Scarica il Rapporto FAST