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La presente intervista, realizzata a inizio settembre, viene pubblicata in un momento in cui il Banco Alimentare è al centro del dibattito a causa dell’inchiesta “Lobby Nera” di Fanpage.it che, tra le altre cose, riporta come esponenti dell’organizzazione di estrema destra Lealtà e Azione facessero campagna elettorale distribuendo pacchi di cibo provenienti proprio dal Banco. Pubblichiamo questo approfondimento segnalando tale elemento e ricordando come il l’organizzazione abbia subito preso le distanze dall’accaduto. Senza entrare nel merito della questione, su cui si farà certamente chiarezza nelle prossime settimane, ci pare altresì importante aiutare a conoscere il modello basato sul concetto di “aiutare chi aiuta” che contraddistingue il Banco Alimentare, che da trent’anni è in prima linea contro la povertà alimentare in Italia. Un aspetto che ben emerge nel testo che segue e di cui con Chiara Lodi Rizzini e Franca Maino ci siamo occupati anche in un volume scritto insieme qualche anno fa.

Lorenzo Bandera
Responsabile comunicazione e relazioni esterne


 

La pandemia ha rappresentato, e tuttora rappresenta, una sfida molto grande per quegli attori che si occupano di raccolta e distribuzione di prodotti alimentari. Da un lato perché ha comportato uno sforzo significativo per fare fronte all’incremento degli indigenti e delle richieste di aiuto; dall’altro perché le misure di distanziamento imposte soprattutto nel corso della “Fase 1” hanno complicato le attività, portando in molti casi a ripensare processi consolidati. Ne abbiamo parlato con Giovanni Bruno, presidente della Fondazione Banco Alimentare.

Giovanni, come avete reagito allo scoppio della pandemia? Com’è cambiato il vostro lavoro?

Per un po’ di tempo siamo andati avanti barcamenandoci situazione per situazione per garantire lo spostamento sul territorio per la raccolta e consegna dei prodotti. Quando è stato fatto il Decreto emergenza, avendoci chiesto esplicitamente la possibilità di un supporto logistico per i Comuni che ne necessitavano, abbiamo a nostra volta chiesto che la possibilità di movimento per ritiro e consegna delle derrate alimentari fosse formalizzata a livello nazionale – perché a quello locale in alcuni casi era già stata prevista dai prefetti –, analogamente a quanto avveniva per la GDO.

Il Banco Alimentare è sempre stato attivo, mentre le strutture caritative inizialmente no. C’è stato un disorientamento generale per 3 o 4 settimane – in particolare sono andate in difficoltà perché sono venuti a mancare i volontari over 65 – poi poco per volta si sono riorganizzate. Moltissime offerte arrivate al Banco Alimentare di nuovi volontari – studenti, persone che erano rimaste a casa dal lavoro e avevano voglia e tempo di mettersi a disposizione – le abbiamo dirottate sui territori. Abbiamo detto loro, andate nella vostra parrocchia, nella vostra associazione, nel vostro quartiere, per sostituire chi non può più farlo. Poi è cambiata proprio la distribuzione. Nelle mense ad esempio, all’inizio si davano panini, non si poteva mangiare lì per via del distanziamento.

La collaborazione coi Comuni è stata molto “variegata”: ci sono stati Comuni che hanno di fatto appaltato al Banco Alimentare e agli enti caritativi il censimento dei bisognosi e la consegna degli aiuti; altri ci hanno chiesto supporto per decidere come spendere i fondi stanziati; altri di aiutarli nella gestione dei centri istituiti per la consegna dei prodotti.

Sono aumentate le richieste, ma sono aumentati anche i volumi dei prodotti raccolti e distribuiti, giusto?

Ci sono stati provvedimenti governativi significativi. Noi avevamo molto insistito sulla velocità – se stanzi 200 milioni adesso ma li spendiamo tra un anno e mezzo, poco serve. I fondi sono stati stanziati intelligentemente, perché con il doppio sostegno da un lato alla filiera produttiva, dall’altro alle famiglie. I funzionari dell’Agea hanno fatto tantissimo anche in condizioni precarie.

Normalmente una quota di aiuti che il Banco Alimentare distribuisce proviene dai fondi nazionale ed europei stanziati allo scopo. In questi mesi i fondi nazionali sono stati appunto incrementati. L’Agea è l’ente che per conto del Ministero gestisce i bandi e questa attività è cresciuta sia in volumi che in velocità: i bandi sono stati molti di più, le aziende hanno prodotto e consegnato in tempi più ristretti e questo trend dovrebbe continuare anche l’anno prossimo. Questo ha segnato un incremento significativo rispetto allo standard.

Prima del Covid, quindi a gennaio del 2020, aiutavamo circa 7.500 strutture caritative e, attraverso esse, 1,4 milioni di persone; poi sono diventate 2,1 milioni di persone e 8.000 strutture, comprese le attività con i Comuni – ad esempio al Comune di Milano il Banco Alimentare della Lombardia ha consegnato ogni settimana un tir di prodotti. Oggi siamo a 7.600 strutture e 1,7 milioni di persone.

Prima del Covid aiutavamo circa 7.500 strutture e, attraverso esse, 1,4 milioni di persone. Poi sono diventate 2,1 milioni di persone e 8.000 strutture.

Ci sono stati incrementi significativi anche delle donazioni da parte dell’industria agroalimentare e della grande distribuzione. Abbiamo fatto una campagna di raccolta fondi e raccolta cibo fin da subito, all’inizio della pandemia, e su questo abbiamo molto battuto, perché era evidente, e assolutamente comprensibile in quel momento, che si stava dirottando tutto su sanità e protezione civile. In totale abbiamo incontrato 400 nuove aziende, magari c’è stato chi ha donato un tir di viveri e chi un bancale, ma sicuramente c’è stato un moto di sensibilità e generosità molto forte. C’è stata una grande risposta sia da parte delle imprese che dei privati. Ti faccio questo esempio: una manager di un’industria farmaceutica con qualche amica e collega ha promosso una raccolta di prodotti per bambini, che sono le donazioni più difficili da reperire. Nella prima campagna che hanno realizzato avevano coinvolto 5 aziende, alla seconda hanno partecipato in 27.

Nel 2020 abbiamo redistribuito quasi 101mila tonnellate di prodotti: è stato un record storico. […] Se andiamo avanti così a fine 2021 arriveremo a 120.000.

Grazie a tutto ciò, nel 2020 abbiamo redistribuito quasi 101.000 tonnellate di prodotti: è stato un record storico. Il 50% di questi sono arrivati dai fondi nazionali e europei, il resto da recupero e donazione. Oggi, nel 2021, a fine agosto eravamo già a 80.000 tonnellate, se andiamo avanti così a fine anno saranno circa 120.000 tonnellate.

Quali sono state, o sono tuttora, le maggiori difficoltà che avete incontrato?

È un lavoro di logistica enorme. Abbiamo un magazzino centrale e 21 banchi, ognuno con uno o più magazzini. Inoltre, di colpo è cambiata la qualità e la tipologia dei prodotti, ad esempio in Fase 1 come spiegavo le mense hanno potuto solo distribuire panini e cose di questo tipo, rispetto a quello che erano abituate a fare.

Un’ altra difficoltà è stata formare in fretta i nuovi dipendenti e volontari, ed ora compensare la perdita anche di alcuni nuovi volontari, quelli che avevano sostituito all’inizio gli over 65 ma che ora sono tornati all’università o al lavoro e non hanno più tempo. Per fortuna molti però si sono “innamorati” del lavoro del Banco Alimentare e, seppur per meno tempo, stanno continuando il loro volontariato.

Abbiamo poi dovuto trovare nuovi mezzi di trasporto, affrontare nuovi costi. Oltre a gestire tutti gli aspetti di prevenzione del contagio, come il distanziamento tra volontari, fare la sanificazione, predisporre spazi esterni ai magazzini, ecc.

È stato un lavoro di logistica enorme. Abbiamo poi dovuto formare in fretta i nuovi dipendenti e volontari e abbiamo dovuto affrontare nuovi costi.

C’è stata poi una grossa complicazione, che però diventerà – con il tempo – una semplificazione: il Ministero ha attivato un portale per l’accreditamento delle strutture caritative, il Sifead. Le strutture caritative convenzionate (SCC) ora si devono accreditare lì direttamente, il che rende tutto ancora più trasparente e certificato, ma richiede una serie di requisiti (come lo Spid) e di un minimo di competenze nell’uso dei dispositivi informatici. Quindi alcune strutture si sono trovate in difficoltà, ad esempio quelle portate avanti da persone anziane, che non hanno dimestichezza con questi strumenti. Come Banco Alimentare abbiamo quindi fatto un progetto per accompagnarle e formale all’utilizzo del portale, cosicché potessero accreditarsi senza difficoltà.

Secondo il vostro osservatorio come è cambiata l’utenza? Chi sono i poveri in pandemia?

C’è stato un incremento iniziale dei bisognosi del 40%, al Sud con punte anche del 70%. Considera per esempio che la Caritas di Cernusco, zona Milano, quindi non zona depressa, prima della pandemia aiutava 30 famiglie, in piena pandemia ne ha contate 90.

Inizialmente si trattava di richieste molto immediate, perché il lockdown ha messo in crisi immediata molte persone che vivevano del guadagno dell’oggi per il domani. Si è trattato in parte di persone “borderline” come quelle che lavoravano nei vari mercatini più o meno abusivi, i venditori di oggetti vari per le strade, ecc.

C’è stato un incremento iniziale dei bisognosi del 40%. Il lockdown ha messo in crisi immediata molte persone “borderline”. Forme di precarietà a cui poi si sono aggiunti lavoratori della ristorazione e del turismo.

Forme di precarietà già grave a cui si sono aggiunti lavoratori della ristorazione e del turismo, non necessariamente irregolari ma con forme di lavoro per esempio a chiamata, che sospese le attività non avevano più nulla di cui vivere. Si tratta perlopiù di famiglie numerose, donne, genitori soli con figli.

Come vede i prossimi mesi?

La ripresa c’è, ma per chi lavora. La cosa peggiore che può succedere è che questa situazione diventi la normalità, una sorta di assuefazione al bisogno che è intorno a noi. Bisogna tenere alta l’asticella dell’attenzione perché ci si abitua a tutto. Anche la generosità, se non è tenuta desta e educata, tende a svanire. Anche per questo lo scorso anno non abbiamo voluto rinunciare alla Giornata Nazionale della Colletta Alimentare di fine novembre, seppur gestita non in presenza. Quest’anno invece, vista la situazione decisamente migliorata dal punto di vista sanitario, la Colletta festeggerà la sua 25esima edizione: ancora “in presenza”, così come avviene dal 1997 in circa 11.500 supermercati e con la partecipazione di oltre 145mila volontari.

 

Foto di copertina: www.bancoalimentare.it