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Per molte ragazze e molti ragazzi con disabilità la fine della scuola è l’inizio di una vita diversa, ma rischia di trasformarsi in un “salto nel vuoto”. Succede quando il contesto sociale e familiare non accompagna i e le giovani verso l’autonomia: scuola, lavoro, casa e partecipazione sociale diventano allora i terreni su cui le disuguaglianze si fanno più evidenti.

A dirlo è Giulio Sensi, che approfondisce il tema in un’inchiesta pubblicata sul Corriere della Sera. Il pezzo è frutto della collaborazione tra Percorsi di Secondo Welfare e la sezione Buone Notizie del quotidiano.

 

 

L’articolo propone le riflessioni di Eleonora Rossero a partire dal terzo numero della nostra rivista Nessi, “A pieno titolo”, curato insieme a Valeria De Tommaso e dedicato proprio alla transizione alla vita adulta delle persone con disabilità.

Come sottolinea Rossero, la transizione è una fase particolarmente critica perché “diventare adulti non significa solo compiere 18 anni”: entrano in gioco cambiamenti culturali e sociali, le aspettative del mondo di cui i e le giovani fanno parte e i ruoli che sono chiamati a ricoprire. I dati europei e italiani parlano chiaro: le persone con disabilità hanno meno opportunità. Circa il 56% ha al massimo la licenza media, contro il 34% delle persone senza disabilità. L’abbandono scolastico precoce è più che doppio (17,1% contro 8%) e il tasso di occupazione si ferma al 31,3%, contro il 57,8%. Un divario educativo che, spiega Rossero, “si traduce in uno occupazionale e in una maggiore esposizione alla povertà”.

Nel 2024 il decreto legislativo 62 ha riconosciuto il diritto delle persone con disabilità a costruire e realizzare un Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato, che mette al centro la persona e non più altri soggetti, come famiglie o professionisti. A due anni dall’entrata in vigore la riforma è in sperimentazione in un numero crescente di province e dal 2027 sarà estesa a tutta Italia. Per Rossero è complicato tracciare un bilancio, anche perché diversi enti, a partire dall’Inps, devono ancora riorganizzarsi. Il cambiamento più rilevante però è culturale: superare la lettura della disabilità come condizione medica e intervenire sui contesti (scuola, lavoro, ambienti di vita) “per impedire che una condizione diventi una disabilità”.

Lo dimostra l’esperienza del Consorzio socio-assistenziale Alba Langhe e Roero, raccontata nell’inchiesta dal presidente Gianfranco Bordone. Il Consorzio costruisce percorsi personalizzati a partire dalle aspirazioni e dalle capacità delle persone con disabilità, accompagnandole già durante la scuola superiore e sperimentando soluzioni innovative per l’abitare e l’inclusione lavorativa, in collaborazione con scuole, imprese e territorio.

Foto di copertina: Antoni Shkraba, Pexels.com