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La crisi che non passa pare aver imprigionato l’Europa in una condizione di ansia perenne che coinvolge tutte le componenti dell’Unione: dai cittadini ai governi nazionali, fino ad arrivare alle più alte istituzioni comunitarie. 

Secondo i sondaggi di Eurobarometro, più della metà delle famiglie europee (Scandinavia e Germania escluse) dichiara che non ce la farebbe a sostenere una spesa inaspettata di mille euro nei prossimi dodici mesi, mentre più di un terzo si definisce “povero”. Non c’è quindi da stupirsi se elettori sempre più insicuri vorranno punire i leader in carica, rifugiandosi nell’astensionismo o lasciandosi sedurre dalle sirene populiste. Quest’ansia colpisce anche i governi nazionali, che si stanno scoprendo sempre più incapaci di rispondere alle richieste di aiuto provenienti dai propri cittadini. Per fronteggiare adeguatamente il disagio sociale ci vorrebbe la crescita, ma le leve per riaccendere i motori sono quasi tutte bloccate dalla gabbia dell’austerità.

Occorre quindi cambiare passo. La soluzione più naturale? Rilanciare e rifinanziare con convinzione la strategia Europa 2020,l’ambiziosa agenda di riforme strutturali che da due anni impegna, o dovrebbe impegnare, tutti i paesi membri. Dopo le elezioni sarà assolutamente necessario dare un segno tangibile di cambiamento, che sia immediatamente visibile e comprensibile a tutti. Bisognerà in particolare convincere i settori più sfiduciati dell’opinione pubblica che il modello di sviluppo perseguito dall’Unione Europea (euro compreso) è davvero quello “giusto” per garantire un futuro di prosperità diffusa, al riparo dalle minacce della cattiva finanza e dalle dinamiche più aggressive e sleali della globalizzazione.

All’ansia delle famiglie europee occorre rispondere non solo dicendo genericamente che la crescita e l’occupazione ripartiranno, ma garantendo che sarà fatto ogni sforzo possibile affinché in Europa ci sia posto per tutti, ed in particolare per i giovani. Tali rassicurazioni possono essere credibili solo dando più spazio agli obiettivi di inclusione e di investimento sociale: non solo PIL, ma anche buona occupazione; non solo grandi opere, ma anche asili, scuole, ospedali. Non solo competitività e mercati efficienti, ma anche solidarietà verso i più deboli, strutturando un welfare efficace e capace di rispondere a bisogni sia vecchi che nuovi.

Nel dibattito fra esperti vi sono proposte concrete su come individuare le voci dei bilanci nazionali che potrebbero legittimamente entrare in un paniere di investimenti per le grandi infrastrutture economiche e sociali dell’Europa. Da anni le istituzioni UE organizzano convegni e lanciano iniziative legate a questo tema: ora è giunta l’ora di andare oltre le chiacchiere. La tanto citata Europa sociale ha senso solo se questa si dimostra in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini europei quando questi hanno bisogno. Altrimenti, è inutile anche solo parlarne. Questo tema è cruciale: se la crescita inclusiva non decolla, l’anno prossimo quei mille euro di spese impreviste spingeranno verso la povertà metà del Continente. Dall’ansia passeremo al panico, e quel punto che ne sarà dell’Unione? E come difenderemo la democrazia dalla deriva populista, dall’assalto dell’”antipolitica”? Interrogativi inquietanti, che i leader europei, ed in particolare il nuovo Parlamento e la nuova Commissione che si insedieranno dopo le elezioni, non possono più permettersi di ignorare.

 

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