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Governi locali / Terzo Settore

Conoscere con le comunità: il welfare che impara ad ascoltare

In occasione dell'avvio della Scuola delle Portinerie di comunità ideata da Rete Italiana di Cultura Popolare, Franca Maino ha riflettuto sull'importanza di conoscenza partecipata, prossimità e innovazione per il welfare locale

Dopo un lungo percorso di ricerca-azione e cinque edizioni di Summer School, a Torino ha preso il via la Scuola delle Portinerie di comunità, ideata dalla Rete Italiana di Cultura Popolare con il sostegno della Fondazione CRT. Il percorso è rivolto ad attivatrici e attivatori di comunità e si svolgerà a Torino e online da settembre 2026 a marzo 2027. L’obiettivo, come ci avevano spiegato Antonio Damasco e Chiara, non è replicare sportelli o risposte emergenziali, ma ripensare dalle fondamenta il modo in cui si costruisce il benessere collettivo.

Alla giornata inaugurale della Scuola delle Portinerie di comunità è intervenuta anche la nostra Direttrice Scientifica Franca Maino, con una lezione dedicata a come conoscere con le comunità. Maino ha spiegato che oggi molti bisogni, come solitudine, povertà relazionale, conciliazione, non autosufficienza e difficoltà di accesso ai servizi, sfuggono alle categorie amministrative con cui il welfare tradizionale legge i territori.

Per questo serve passare dal welfare che “sa” a quello che “ascolta”. Non basta chiedere alle persone di cosa hanno bisogno: occorre riconoscerle come produttrici di conoscenza, capaci di interpretare i problemi e individuare risorse. In questa prospettiva le Portinerie diventano antenne territoriali che vedono insieme bisogni e risorse (la persona anziana isolata e il vicino disponibile, il caregiver sovraccarico e lo spazio inutilizzato) e li mettono in connessione.

Da sola, però, la conoscenza locale non basta: deve diventare conoscenza organizzata e arrivare alla programmazione. È il ruolo degli osservatori territoriali, che Maino ha raccontato attraverso le nostre esperienze a Biella, Brescia e Trento. Sono luoghi in cui dati, saperi professionali ed esperienza delle comunità si incontrano per alimentare coprogrammazione e coprogettazione. Perché, come ha sintetizzato, “un Osservatorio non dovrebbe soltanto osservare il territorio, ma aiutare il territorio a osservarsi”.

Con un’avvertenza: partecipare non significa automaticamente includere. Valorizzare le capacità delle comunità non deve tradursi nello scaricare sui cittadini responsabilità che restano pubbliche. Servono istituzioni capaci di riconoscere, coordinare e integrare le risorse, garantendo diritti e inclusione.

 

 

Foto di copertina: Pavel Danilyuk, Pexels.com