In Italia il cibo non manca. È disponibile nei negozi, nei supermercati e nei mercati, mentre il sistema agroalimentare assicura un’offerta complessivamente abbondante. Eppure, per una parte della popolazione, alimentarsi in modo sano, vario e adeguato è sempre più difficile. L’insicurezza alimentare nelle società ad alto reddito raramente assume la forma della fame assoluta. Si manifesta piuttosto nella preoccupazione di non riuscire a fare la spesa, nella rinuncia agli alimenti più costosi, nella riduzione della varietà della dieta o nella necessità di comprimere altre spese essenziali per continuare a comprare cibo.

È da questa apparente contraddizione che prende avvio l’Atlante regionale dell’insicurezza alimentare in Italia1, realizzato dall’Osservatorio Insicurezza e Povertà Alimentare (OIPA)  del CURSA. Il rapporto prova a colmare un vuoto conoscitivo: molte statistiche descrivono il fenomeno a livello nazionale o attraverso le tradizionali tripartizioni Nord-Centro-Mezzogiorno, ma queste statistiche celano differenze rilevanti sia tra regioni sia all’interno degli stessi territori. L’Atlante offre e mette in relazione indicatori di bisogno, accessibilità economica, ricorso agli aiuti alimentari e capacità delle reti locali di rispondere alle difficoltà della popolazione.

Un divario territoriale ancora profondo

La prima evidenza è nota, ma non per questo meno importante: l’insicurezza alimentare continua a seguire in Italia un marcato gradiente territoriale. Secondo i dati ufficiali riferiti al 2024, la prevalenza dell’insicurezza alimentare moderata o grave raggiunge il 2,7% nel Mezzogiorno, contro lo 0,8% nel Centro e lo 0,6% nel Nord. Nello stesso anno, il 12,1% della popolazione meridionale non poteva permettersi un pasto contenente carne, pesce o un equivalente vegetariano almeno ogni due giorni.

Anche l’indagine sperimentale realizzata per l’Atlante attraverso la Food Insecurity Experience Scale (FIES), la scala elaborata dalla FAO per rilevare le esperienze concretamente vissute dalle persone, conferma questa geografia (Figura 1). Nel campione analizzato, il 13,5% degli intervistati presenta condizioni classificabili come insicurezza alimentare moderata o grave. Le quote più elevate si osservano in Sicilia, con il 18,2%, nell’aggregato Calabria-Basilicata, con il 17,2%, e in Puglia, con il 16,1%. La Campania si colloca anch’essa sopra la media nazionale. I livelli più contenuti si concentrano invece nel Nord-est: Emilia-Romagna, Veneto e l’area composta da Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige mostrano valori intorno al 10-11%. Il quadro conferma il peso delle differenze di reddito, occupazione e deprivazione materiale che da tempo separano le diverse aree del Paese.

Figura 1. Prevalenza dell’insicurezza alimentare moderata o grave per macroregione ottenuta tramite applicazione della FAO-FIES. Fonte: elaborazione degli autori su dati indagine CAWI (clicca per ingrandire)

Questi dati devono essere letti con cautela. L’indagine è stata condotta online su 3.750 persone e, pur essendo stata corretta attraverso pesi statistici, non è direttamente sovrapponibile alle stime ufficiali prodotte da ISTAT. Il suo valore principale consiste soprattutto nella capacità di mostrare esperienze quotidiane che gli indicatori economici tradizionali faticano a intercettare: la paura di non avere abbastanza cibo, la riduzione della qualità della dieta, l’aver mangiato meno del necessario o l’aver saltato un pasto.

Le nuove vulnerabilità del Centro-Nord

La seconda evidenza dell’Atlante complica la consueta rappresentazione di un Mezzogiorno fragile contrapposto a un Centro-Nord relativamente protetto. Piemonte-Valle d’Aosta e Toscana presentano, nell’indagine, quote di insicurezza alimentare rispettivamente del 14,4% e del 14,2%, superiori alla media nazionale del campione e vicine a quelle di alcune aree meridionali. Non significa che siano venuti meno i divari strutturali tra Nord e Sud. Significa, piuttosto, che l’insicurezza alimentare può diffondersi anche in territori economicamente dinamici e relativamente ricchi.

In questi contesti assume spesso forme meno visibili: riguarda lavoratori poveri o precari, giovani che vivono soli, famiglie monogenitoriali, persone che devono sostenere costi abitativi elevati o nuclei che, pur disponendo di un reddito, non riescono più a mantenere una dieta adeguata senza sacrificare altre spese. L’andamento dei prezzi aiuta a comprendere questa trasformazione. Tra ottobre 2021 e ottobre 2025, i prezzi dei beni alimentari sono cresciuti in Italia di circa il 25%, quasi otto punti percentuali in più rispetto all’inflazione generale. L’aumento colpisce in modo particolare le famiglie con redditi bassi, ma può mettere in difficoltà anche nuclei che non rientrano nelle definizioni tradizionali di povertà.

L’insicurezza alimentare non coincide dunque completamente con la povertà monetaria. Dipende dal rapporto tra redditi e costo della vita, dalla composizione familiare, dalla stabilità lavorativa, dalle spese per la casa e i trasporti, ma anche dalla presenza di negozi accessibili e servizi di prossimità. Due famiglie con lo stesso reddito possono avere possibilità alimentari molto diverse se vivono in territori con costi, collegamenti e dotazioni di servizi differenti.

Dalla pandemia a una vulnerabilità più persistente

Anche l’evoluzione del numero di persone assistite2 dalla rete degli aiuti alimentari restituisce una traiettoria tutt’altro che lineare. Nel 2015 gli assistiti erano circa 2,8 milioni. Il loro numero si è progressivamente ridotto fino a raggiungere circa 2 milioni nel 2019, per poi risalire rapidamente durante la pandemia e sfiorare i 3 milioni nel 2021. Negli anni successivi è rimasto su livelli elevati, prima di scendere a circa 2,4 milioni nel 2025.

Il dato più recente è inferiore del 17% rispetto al picco del 2023, ma rimane superiore di circa il 20% rispetto al 2019. Non sembra quindi essersi verificato un semplice ritorno alla situazione precedente alla pandemia. All’emergenza sanitaria è subentrata una fase nella quale pesano l’inflazione alimentare, i costi energetici, la precarietà del lavoro e l’indebolimento della capacità di spesa.

Le traiettorie divergono inoltre tra le macroaree. Nel Nord e nel Centro il numero degli assistiti nel 2025 torna generalmente al di sotto dei livelli precedenti alla pandemia. Nelle Isole, invece, nonostante la diminuzione registrata dopo il picco del 2023, rimane più elevato rispetto al 2019. È un segnale della maggiore persistenza delle condizioni di vulnerabilità in Sicilia e Sardegna.

Questa dinamica richiede però una precisazione: gli assistiti non rappresentano una misura perfetta del bisogno. Un aumento può indicare un aggravamento della povertà, ma anche una migliore capacità della rete di raggiungere le persone. Allo stesso modo, una diminuzione può riflettere un miglioramento delle condizioni sociali, ma anche una riduzione delle risorse distribuite, cambiamenti amministrativi o difficoltà operative delle organizzazioni.

Dove il bisogno è maggiore, la risposta non è sempre più forte

Il contributo più innovativo dell’Atlante consiste proprio nel mettere in relazione la geografia del bisogno con quella della risposta. Le regioni con maggiore insicurezza alimentare non dispongono automaticamente delle reti più capillari o degli interventi più diversificati. Allo stesso tempo, un numero elevato di organizzazioni o di beneficiari non dimostra da solo che il bisogno sia coperto in modo adeguato.

Per approfondire questo rapporto è stato costruito un indice sperimentale di efficacia, ottenuto confrontando la quota di popolazione assistita con la prevalenza dell’insicurezza alimentare stimata attraverso la FIES. A livello nazionale il valore è pari a 0,31: in termini indicativi, la rete raggiungerebbe una platea corrispondente a circa un terzo del bisogno stimato.

Le aree con i valori relativamente più elevati (Figura 2) sono la Sicilia, con 0,53, l’aggregato Calabria-Basilicata, con 0,46, e la Campania, con 0,41. Pur essendo tra i territori più vulnerabili, queste regioni dispongono quindi di una capacità proporzionalmente maggiore di intercettare la domanda. I valori più bassi si osservano invece nel Nord-est, in Veneto e Lombardia. Anche Toscana e Piemonte-Valle d’Aosta mostrano una copertura inferiore alla media, proprio mentre l’indagine segnala forme di vulnerabilità alimentare tutt’altro che marginali.

Figura 2. Indice di assistenza alimentare a livello regionale, anno 2025. Fonte: elaborazione degli autori su dati indagine FEAD (Fondo di aiuti europei agli Indigenti) (clicca per ingrandire).

Nessuna area raggiunge tuttavia la soglia teorica della piena copertura. Inoltre, l’indice confronta fonti e scale territoriali differenti e va considerato uno strumento esplorativo, non una misura definitiva dell’efficacia delle politiche. Il suo messaggio è comunque chiaro: la domanda da porre non è soltanto quante persone ricevono aiuto, ma quanta parte del bisogno rimane fuori dalla rete.

Verso politiche territoriali più mirate

L’Atlante restituisce quindi una geografia duplice. Da una parte le fragilità strutturali persistono nel Mezzogiorno, dove redditi più bassi, deprivazione e debolezza occupazionale continuano a produrre livelli più elevati di insicurezza alimentare. Dall’altra emergono vulnerabilità nuove o meno riconoscibili nel Centro-Nord, generate dall’aumento del costo della vita, dalla precarietà lavorativa, dall’isolamento e dall’incidenza delle spese abitative sui bilanci familiari.

Questa complessità mette in discussione politiche fondate esclusivamente su medie nazionali o su riparti territoriali troppo ampi. Servono sistemi di monitoraggio stabili, capaci di scendere alla scala regionale, provinciale e comunale e di integrare condizioni economiche, prezzi, struttura delle famiglie, accessibilità ai servizi e caratteristiche delle reti di solidarietà.

Misurare meglio non significa soltanto produrre più statistiche. Significa rendere visibili bisogni che altrimenti resterebbero sommersi e riconoscere che la stessa misura nazionale può funzionare in modo molto diverso a seconda del territorio nel quale viene applicata. La geografia dell’insicurezza alimentare non indica soltanto dove le persone stanno peggio. Mostra anche dove il welfare riesce a raggiungerle e dove, invece, il bisogno rimane ancora senza risposta.

 

Note

  1. Scannavacca F., Marino D. (a cura di) et al. (2026), Atlante regionale dell’insicurezza alimentare in Italia. Dinamiche territoriali e nuove vulnerabilità, OIPA-CURSA.
  2. Persone in condizione di indigenza che usufruiscono del servizio di assistenza alimentare gestito attraverso una rete di Organizzazioni partner Capofila e di Organizzazioni partner Territoriali che distribuiscono gli aiuti alimentari.
Foto di copertina: MAK, Unsplash.com