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Il Piano d’azione nazionale per l’economia sociale, presentato al Consiglio dei ministri il 2 luglio 2026 mediante un’informativa, rappresenta un passaggio importante nel percorso di riconoscimento dell’economia sociale in Italia. Non soltanto perché prova a ricondurre entro una cornice nazionale un insieme molto articolato di soggetti – Terzo Settore, cooperazione, sport dilettantistico ed enti religiosi – ma soprattutto perché attribuisce all’economia sociale un ruolo che va oltre la tradizionale funzione di risposta ai bisogni sociali. Nelle intenzioni del Governo, il Piano dovrebbe promuovere queste organizzazioni come componente strutturale del sistema produttivo, della coesione e dello sviluppo del Paese.

È un passaggio che merita attenzione anche per le dimensioni del fenomeno. Le stime più recenti di Euricse indicano, per il 2023, oltre 405 mila organizzazioni dell’economia sociale e circa 1,54 milioni di occupati; a questi si aggiungono oltre 4,6 milioni di volontari e volontarie, rilevati nel 2021 (Euricse 2026). Dietro questi numeri si cela un universo differenziato per forme giuridiche, dimensioni, settori di attività e modelli organizzativi. Proprio questa eterogeneità rende significativo il tentativo di costruire una cornice comune, ma, al tempo stesso, complessa la sua attuazione.

Un percorso che viene da lontano

Il Piano italiano si colloca in un processo europeo ormai consolidato. Il Piano d’azione europeo per l’economia sociale del 2021 e la Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea del 27 novembre 2023 hanno riconosciuto l’economia sociale come leva per occupazione di qualità, inclusione, innovazione e coesione territoriale, chiedendo agli Stati membri di integrarla più stabilmente nelle politiche pubbliche.

Per l’Italia questa sollecitazione incontra una storia particolarmente ricca di cooperazione, mutualismo, associazionismo, volontariato, fondazioni e imprese sociali, ma anche una forte frammentazione normativa, settoriale e organizzativa. Il valore del Piano consiste quindi anche nel tentativo di passare da un arcipelago di organizzazioni e politiche a una visione più unitaria dell’economia sociale come infrastruttura economica e sociale del Paese.

Non più un settore residuale

È questo il cambio di prospettiva più interessante. Per lungo tempo molte delle organizzazioni oggi ricondotte all’economia sociale sono state osservate soprattutto attraverso la lente del welfare e della risposta alle fragilità. Il loro sviluppo è stato spesso interpretato come supplenza rispetto all’intervento pubblico, come risposta ai fallimenti del mercato o come capacità di produrre servizi che né lo Stato né il mercato riuscivano a garantire adeguatamente.

Integrare le logiche dell’economia sociale nell’offerta dei servizi di welfare in Italia

Questa lettura coglie una parte importante della storia dell’economia sociale, ma oggi appare insufficiente. Le organizzazioni dell’economia sociale non intervengono soltanto a valle dei processi economici, per correggerne gli effetti indesiderati. Producono beni e servizi, creano occupazione, mobilitano risorse economiche e sociali, innovano, contribuiscono alla rigenerazione di luoghi e comunità e sperimentano nuove risposte a bisogni emergenti. Possono dunque concorrere direttamente alla produzione di valore economico, sociale e ambientale e, soprattutto, contribuire a decidere quale sviluppo perseguire, per chi e attraverso quali forme di governance.

Il Piano è l’occasione per superare definitivamente l’idea dell’economia sociale come comparto separato e prevalentemente riparativo. La sfida è farla entrare nelle politiche ordinarie di sviluppo, del lavoro, dell’innovazione, degli investimenti e della transizione, oltre che nelle politiche sociali. Le priorità richiamate dal Governo – dalla fiscalità all’accesso al credito, dalla formazione alla valorizzazione del patrimonio immobiliare per finalità sociali – vanno precisamente in questa direzione. Il punto, tuttavia, sarà capire attraverso quali strumenti e con quali risorse tali indirizzi verranno tradotti in politiche concrete.

Il Piano incrocia qui il dibattito sul secondo welfare. Il punto non è – o non dovrebbe essere – semplicemente aggiungere risorse private a risorse pubbliche sempre più insufficienti. L’aspetto più promettente riguarda la capacità di costruire nuove combinazioni di risorse, competenze e responsabilità e, attraverso queste, di generare innovazione sociale e valore pubblico. Il Piano sull’economia sociale consente di allargare ulteriormente questa prospettiva: dal welfare mix a ecosistemi territoriali nei quali politiche sociali e politiche di sviluppo possono incontrarsi. È una direzione coerente con quanto emerso dalla prima Expert Survey di Percorsi di secondo welfare sull’economia sociale: per gli esperti coinvolti, essa non è più una componente marginale o emergenziale, ma parte integrante dell’architettura del welfare contemporaneo, pur tra persistenti criticità di sostenibilità, riconoscimento e capacità di fare sistema (Maino et al. 2025).

La prova dei territori

È proprio nei territori che si giocherà una parte decisiva della partita. L’economia sociale è per sua natura fortemente radicata nei contesti locali: intercetta bisogni, attiva risorse, costruisce relazioni e spesso produce risposte che dipendono dalla qualità delle reti esistenti. Il territorio, tuttavia, non va inteso semplicemente come il livello amministrativo al quale trasferire misure decise altrove. Può essere lo spazio in cui attori diversi definiscono problemi, combinano risorse e costruiscono strategie condivise.

L’economia sociale dalla prospettiva dei cittadini europei

Alcune esperienze locali hanno in parte anticipato la strategia nazionale. Un recente lavoro di INAPP mostra, ad esempio, come i piani metropolitani di Bologna e Torino abbiano sperimentato modelli differenti di governance dell’economia sociale prima della definizione della strategia nazionale, evidenziando al contempo la persistente debolezza dell’integrazione tra i diversi livelli di governo (Polidori 2026). Percorsi di amministrazione condivisa, piattaforme di innovazione sociale e reti multiattore mostrano dunque come l’economia sociale possa essere trattata non come una sommatoria di soggetti da sostenere, ma come un ecosistema. La sfida del Piano sarà rendere queste esperienze meno episodiche e più sistemiche, senza cancellare le differenze territoriali che costituiscono una delle principali caratteristiche – e criticità – del caso italiano.

Tre condizioni per passare dal Piano all’azione

La prima condizione per vincere questa sfida consiste nel passaggio dalle singole organizzazioni agli ecosistemi territoriali. Se l’attuazione del Piano si traducesse soprattutto in incentivi ai singoli enti, una parte del suo potenziale trasformativo andrebbe persa. Problemi come invecchiamento, povertà, abitare e disuguaglianze educative sono multidimensionali e richiedono l’integrazione di politiche e attori diversi. Occorre perciò costruire alleanze e infrastrutture relazionali capaci di durare nel tempo.

La seconda condizione riguarda la capacità di governare queste relazioni. Negli ultimi anni coprogrammazione, coprogettazione, amministrazione condivisa e governance collaborativa sono entrate stabilmente nel lessico delle politiche sociali. Ma la collaborazione non nasce automaticamente dall’esistenza di strumenti normativi che la rendono possibile. Richiede competenze, tempo, fiducia, capacità amministrativa e organizzativa. E richiede attori capaci di condividere informazioni, definire obiettivi comuni, gestire conflitti e valutare i risultati.

L’economia sociale al centro della Expert Survey di Percorsi di Secondo Welfare

La seconda Expert Survey di Percorsi di Secondo Welfare, dedicata al welfare locale, mostra bene questa tensione. Il Terzo Settore è indicato dal 94% degli esperti come un attore molto o abbastanza rilevante per il welfare territoriale; quando si passa alle condizioni necessarie per rafforzare la governance collaborativa, emergono soprattutto la capacità amministrativa degli enti locali (60%) e la continuità delle risorse (45%) (De Tommaso et al. 2026). Per questo uno degli investimenti più importanti connessi al Piano dovrebbe riguardare proprio la capacità istituzionale: delle amministrazioni di programmare, coordinare e valutare, ma anche delle organizzazioni dell’economia sociale di partecipare a processi collaborativi complessi e di costruire strategie di medio-lungo periodo.

La terza condizione riguarda le risorse e, soprattutto, i meccanismi con cui mobilitarle. È inevitabile chiedersi quali stanziamenti accompagneranno l’attuazione del Piano. Ma sarebbe riduttivo limitare la discussione alla sola quantità di risorse aggiuntive. Fiscalità, accesso al credito e finanza sociale sono certamente importanti, ma altrettanto decisivo sarà capire se l’economia sociale riuscirà a entrare stabilmente nei meccanismi ordinari attraverso cui vengono allocate le risorse: fondi europei, politiche di investimento, appalti pubblici, politiche del lavoro, strategie di sviluppo locale.

La questione non è soltanto quanto investire nell’economia sociale, ma quanto l’economia sociale riuscirà a diventare parte delle politiche di investimento e di sviluppo del Paese. È qui che si misura il salto di qualità: passare da interventi dedicati a un settore specifico a politiche capaci di riconoscere il pluralismo delle forme economiche e il contributo che organizzazioni con finalità sociali possono dare alla produzione di valore collettivo.

Un banco di prova per il secondo welfare

Il Piano arriva in un momento in cui dinamiche da tempo osservate nel welfare italiano – pluralizzazione degli attori, diffusione di reti territoriali, amministrazione condivisa e mobilitazione di risorse non pubbliche – non rappresentano più fenomeni marginali o soltanto sperimentali.

Proprio per questo aumenta anche la responsabilità degli attori coinvolti. Il rischio da evitare è duplice. Da un lato, che il Piano rimanga prevalentemente un riconoscimento simbolico e non riesca a incidere sulle politiche ordinarie. Dall’altro, che l’economia sociale venga progressivamente chiamata a compensare, magari a costi inferiori, le difficoltà del welfare pubblico. In questo secondo scenario, il riconoscimento dell’economia sociale finirebbe, paradossalmente, per rafforzarne la funzione residuale che il Piano sembra voler superare.

La prospettiva dovrebbe essere diversa. Rafforzare l’economia sociale non significa sostituire l’intervento pubblico, ma costruire un diverso rapporto tra Stato, mercato e società, nel quale la responsabilità pubblica rimane centrale e, allo stesso tempo, diventa più capace di riconoscere, mobilitare e governare risorse, competenze e iniziativa sociale. Significa anche interrogarsi sulla qualità delle relazioni tra questi attori, sulla distribuzione del potere decisionale e sulla capacità di rendere la partecipazione effettiva, e non soltanto formale.

Per questo il Piano rappresenta insieme un risultato e un punto di partenza. La sua rilevanza dipenderà dalla capacità di tradurre una cornice nazionale in strategie territoriali, di rafforzare le istituzioni e le organizzazioni che devono realizzarle e di connettere più strettamente le politiche sociali e quelle di sviluppo. Saranno, in definitiva, i territori a dirci se il riconoscimento dell’economia sociale avrà davvero contribuito a cambiare il modo in cui produciamo sviluppo, politiche pubbliche e benessere.

Riferimenti bibliografici

  • EURICSE (2026), Economia sociale 2025. Evidenze, sfide e traiettorie per l’Italia, Trento.
  • Consiglio dei ministri, Informativa sul Piano d’azione nazionale per l’economia sociale e principali priorità di intervento, Dichiarazioni del Viceministro MEF Maurizio Leo, 2 luglio 2026.
  • Consiglio dell’Unione europea (2023), Raccomandazione del 27 novembre 2023 sullo sviluppo delle condizioni quadro dell’economia sociale, Bruxelles.
  • Commissione europea (2021), Building an economy that works for people: an action plan for the social economy, Bruxelles.
  • De Tommaso C.V., Fanelli A.S., Legnante G., Lodi Rizzini C., Maino F. (2026), Welfare locale: il ruolo dei Comuni, Expert Survey 2/2026, Percorsi di Secondo Welfare.
  • Maino F., Lodi Rizzini C., Fanelli A.S., Florio R., Legnante G. (2025), L’economia sociale in Italia. Traiettorie, criticità e prospettive secondo esperti ed esperte, Expert Survey 1/2025, Percorsi di Secondo Welfare.
  • Polidori S. (2026), Dalla visione europea all’azione territoriale e nazionale: processi e governance dell’economia sociale come politica pubblica, INAPP, 25 giugno 2026.
Foto di copertina: T, Unsplash.com