Nel dibattito sul welfare territoriale convergono, anche se non sempre interagendo tra loro, preoccupazioni di policy e linee di riflessione diverse e con un loro vocabolario: la necessità di ridurre la distanza, anche fisica, tra cittadini e servizi (cfr. “il welfare di prossimità”); la critica al modello “a silos” delle politiche e degli interventi, a favore di un approccio integrato; l’opportunità di valorizzare, e se del caso “attivare”, tutte le risorse disponibili incluse quelle dei beneficiari (cfr. il “welfare generativo”); la consapevolezza che il territorio – inteso insieme come spazio fisico e agglomerato sociale, individuato da specifiche combinazioni di condizioni abitative, urbanistiche, di disponibilità o indisponibilità di servizi, di composizione sociale della popolazione – è il prodotto di un complesso di scelte urbanistiche, edilizie, di mobilità pubblica che danno vita a mondi sociali e di opportunità anche molto diseguali all’interno di una stessa città. Proprio quest’ultima linea di analisi e riflessione può offrire una prospettiva che consenta di combinare le altre.

Da un approccio centripeto ad uno centrifugo

Per costruire “ben-essere” con gli abitanti di un determinato contesto non basta aprire sedi o sportelli di prossimità. Occorre utilizzare lo spazio fisico di un servizio, di un luogo di incontro, di una associazione come base operativa per proiettarsi verso l’esterno: verso gli abitanti di quel determinato quartiere, ma anche verso le diverse istituzioni e soggetti che in quel quartiere operano, o potrebbero operare, per costruire assieme, appunto, migliori condizioni di benessere. L’alleanza strategica si stringe nei luoghi dove ciascuno – individui, famiglie, istituzioni, imprese – vive e opera.

Come argomentato dalla letteratura urbanistica e sociologica contemporanea – da Ezio Manzini (2021) a Carlos Moreno (2024) – la prossimità non è una mera dimensione metrica, bensì una virtù relazionale. Generare un’azione centrifuga significa trasformare lo spazio pubblico in un sistema interdipendente, dove la cura del territorio diventa un processo distribuito.

Commercio locale e di prossimità: partire dai dati per arrivare a un Patto di reciprocità

Ciò comporta due conseguenze, insieme conoscitive e operative. La prima è che il “territorio” va concepito e ricostruito come un ecosistema complesso, di cui vanno individuati i soggetti, le condizioni, le potenzialità, i bisogni, le relazioni esistenti e potenziali e individuate le possibili sinergie. La seconda è che occorre creare luoghi multifunzionali e flessibili, in cui le persone possano incontrarsi e dove si possono fornire servizi e informazioni e svolgere diverse attività. Luoghi che consentano a chi entra, per chiedere o proporre una cosa, di scoprire che ce ne sono altre che possono interessargli, e, di converso, all’operatore sociale di non limitarsi a erogare la singola prestazione di sua competenza. Esistono diverse esperienze interessanti in questo senso, di cui ha dato conto anche Percorsi di Secondo Welfare negli anni. Ma rimangono ancora più eccezioni che regole. E spesso sono ostacolate, non solo da auto-referenzialità amministrativa e culturale, sia nel pubblico, sia nel privato, sia nel Terzo settore, ma anche da forme di finanziamento frammentate, settoriali, che non facilitano progettualità e soprattutto azioni effettivamente integrate.

Alleanze, oltre le cordate e i tavoli

Il requisito di presentarsi come una “cordata” di più soggetti è ormai prassi normale in molti bandi, pubblici o di fondazioni, così come lo è l’attivazione di tavoli di co-progettazione che vedono fianco a fianco soggetti pubblici, di Terzo settore e, più raramente, imprese private.

Tuttavia, nella pratica, queste “cordate” e “tavoli” spesso faticano a diventare qualche cosa di più che la somma, se va bene la messa in rete, di azioni, sportelli, che rimangono immodificati nelle loro logiche e pratiche. Azioni che si vogliono effettivamente integrate e trasformative devono partire dalla messa in discussione dei confini tra settori, discipline e modalità organizzative. Devono essere capaci di creare non solo luoghi, ma anche prassi “terze”, “meticce”. Ciò non significa confusione e spregio delle competenze e professionalità specifiche, ma confronto e dialogo tra loro e costruzione di conoscenze e prassi comuni.

Il welfare generativo, se si vuole utilizzare questo termine, non riguarda, non dovrebbe riguardare, solo la diversa postura nei confronti dei “beneficiari” e di ciò che ci si attende da loro. Dovrebbe riguardare in prima istanza i soggetti – pubblici e del Terzo settore – che se ne fanno promotori. Solo se escono dal proprio particolare e si fanno trasformare dalla relazione e collaborazione con altri si può costituire un contesto che favorisce la partecipazione dei singoli e dei gruppi che abitano un territorio e ne riconosce non solo i bisogni, ma le potenzialità.

Conoscenza e piattaforme digitali: strumenti essenziali per l’azione di comunità

Oltre alla ragionevole garanzia di poter operare entro un orizzonte temporale sufficientemente ampio per consentire il consolidamento dei rapporti di fiducia e quindi la possibilità di continuo adattamento, la costruzione di alleanze trasformative radicate nei territori concepiti come ecosistemi complessi richiede precise competenze relazionali, nella raccolta di dati, nella costruzione e uso di piattaforme di dati e conoscenze condivise per sviluppare azioni efficaci evidence-based (cfr. anche Maino e Longo, 2021; De Tommaso e Fanelli, 2026).

Platform Welfare: nuove logiche per servizi locali innovativi

Non si tratta solo, anche se sarebbe già importante che diventasse una prassi normale e diffusa, di raccogliere in modo sistematico i dati sul contesto, sulle proprie attività e sul loro esito, ma anche di un uso consapevole dell’Intelligenza artificiale per far emergere connessioni, risorse e bisogni altrimenti invisibili.

L’obiettivo non è automatizzare la burocrazia, tantomeno eliminare la sensibilità e la capacità di comprensione dei singoli operatori, ma formare a utilizzare l’AI per mappare i contesti, i loro abitanti individuali e collettivi, le loro risorse, bisogni e potenzialità attraverso l’incrocio tra dati macro (indicatori di contesto) e dati micro (indicatori di prossimità estratti dal CRM).

L’esperienza delle Portinerie di comunità

Fin dalla sua nascita, la Rete italiana cultura popolare porta avanti un processo di ricerca-azione sui territori in cui opera, coinvolgendo le comunità locali fin dall’inizio nella costruzione di una conoscenza condivisa e nell’elaborazione di possibili interventi, consentendo di valorizzare le risorse locali, comprendere il contesto socioculturale e ripensare le comunità, facilitando cambiamenti e innovazioni.

L’obiettivo è costruire relazioni tra cittadini, istituzioni pubbliche, Terzo settore e soggetti privati, attivando processi di welfare culturale e sociale a livello territoriale e nuove modalità di progettazione strategica. La ricerca-azione, inoltre, consente di fare emergere le dinamiche che incidono sul lavoro di rete e di comunità, sia in termini di mobilità delle persone e degli enti, sia del modo con cui vengono valutati nuovi interventi e nuovi servizi da parte dei soggetti interessati, permettendo così un monitoraggio continuo e tempestività nell’effettuare i cambiamenti che si rivelano necessari o auspicabili.

Dal 2020 ha tradotto questo approccio nella creazione delle Portinerie di Comunità (al centro di una puntata della nostra serie Intrecci, dedicata proprio alle relazioni di prossimità). Si tratta una modalità di azione sul territorio fondata, appunto, sulla collaborazione tra soggetti diversi – pubblici, privati e del Terzo settore – con lo scopo di costruire condizioni di “ben-essere” e relazioni di fiducia per e con gli abitanti dei luoghi in cui si insediano.

Sorte dapprima a Torino, oggi le Portinerie operano anche a Milano, Biella, Palermo e altre ne stanno sorgendo, costituendo la Rete delle Portinerie di Comunità, gestite in forma diretta o in social franchising. Nel corso degli anni, e nella interazione con la varietà dei contesti in cui si è trovata ad operare, la Rete ha messo progressivamente a punto riflessioni teoriche e pratiche concrete su che cosa significhi “attivazione di comunità”, “fare rete”, “welfare di prossimità”, “welfare sociale e culturale”, sviluppando metodi e strumenti di lavoro, di raccolta e uso dei dati, modalità di governance collaborativa1.

Dal portale dei saperi alla scuola per il welfare territoriale

Tra gli strumenti, un ruolo cruciale spetta al Portale dei saperi: un dispositivo tecnologico e scientifico che organizza digitalmente il lavoro di comunità, connettendo competenze, soggetti, bisogni e desideri. Non è un semplice archivio. Oltre a contenere le conoscenze maturate sui sistemi locali che costituiscono un patrimonio comune a chi vi opera in modo collaborativo, il sistema – attraverso strumenti di intelligenza artificiale fondati sulla linguistica computazionale dei dizionari analogici di Tullio De Mauro – suggerisce connessioni funzionali tra domanda e offerta all’interno dello stesso contesto territoriale.

Le persone non sono definite solo a partire dal bisogno che esprimono, ma anche dal loro capitale di competenze e dai loro interessi: non solo “disoccupato” o “richiedente asilo”, ma falegname, esperto di logistica, cuoco, sarta, poliglotta, ed anche “interessata a conversare in un’altra lingua”, “al lavoro a maglia”, “ad apprendere a suonare uno strumento musicale”. Allo stesso modo, enti, associazioni e aziende vengono codificati a partire da ciò che possono offrire. Questo perché una codifica di tipo analogico e non basata solo su bisogni e competenze facilita anche lo sviluppo di relazioni informali e di forme di reciprocità.

Sulla base di questa esperienza, la Rete Italiana di cultura popolare ha organizzato dapprima brevi scuole estive e, quest’anno, propone una Scuola delle Portinerie. Essa è rivolta non solo a chi intende aprire una Portineria di comunità affiliata alla rete delle stesse, ma anche a chi, entro una cornice istituzionale e organizzativa diversa, vuole diventare un operatore di welfare territoriale e attivatore di comunità e chi – ente del Terzo settore, amministrazione locale, servizio pubblico (Asl, centro per l’impiego, INPS, Agenzia delle entrate, scuola), impresa privata – è interessato a costruire in collaborazione con altri soggetti locali una modalità pro-attiva e integrata di welfare di comunità al servizio del benessere e della valorizzazione delle capacità di chi in quei luoghi vive, utilizzando anche in modo appropriato gli strumenti dell’Intelligenza artificiale.

Per approfondire

Note

  1. Una prima sedimentazione di queste riflessioni e delle esperienze maturate si può trovare nel volume del 2024 a cura della Rete Italiana di cultura popolare, che P2W aveva raccontato qui.
Foto di copertina: Anca, Pexels.com