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L’estate incombe anche sulle istituzioni europee a Bruxelles. E uno dei dossier più caldi al rientro dalle ferie sarà quello relativo al Quadro finanziario pluriennale, spesso indicato anche come QFP nell’acronimo italiano, o MFF in quello inglese1. Riguarda il Bilancio settennale dell’Unione Europea, col nuovo ciclo che prenderà il via nel 2028. 

Le trattative sono lontane dall’essere concluse e il dibattito tra Stati e istituzioni UE si annuncia incandescente, ma negli ultimi mesi sono stati fatti diversi passi avanti, che aiutano a capire quali potrebbero essere gli effetti di questi negoziati sul welfare dei Paesi UE, e quindi anche dell’Italia. 

Come abbiamo già avuto modo di raccontare nelle “puntate precedenti”, la Commissione Europea ha avanzato una proposta per il nuovo QFP in forte discontinuità rispetto al passato, sia in termini di governance sia in termini di risorse dedicate alle diverse voci del bilancio. Da un lato, c’è chi ha valutato positivamente gli elementi innovativi inseriti dalla Commissione, dall’altro in molti hanno sollevato preoccupazioni.

Ora la proposta deve essere discussa e approvata dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea, che riunisce i 27 Stati membri. Ed è proprio da queste due istituzioni che sono arrivate le ultime novità che vi raccontiamo di seguito. 

L’Europarlamento vuole un bilancio più grande

A fine aprile, il Parlamento Europeo è stata la prima istituzione a trovare una posizione comune sull’architettura e le dimensioni del QFP.

Per gli europarlamentari, il nuovo bilancio UE dovrebbe valere 2.014 miliardi di euro, 197 miliardi in più rispetto alla proposta della Commissione presentata nel luglio dello scorso anno (entrambi i valori sono a prezzi correnti) e, soprattutto, a differenza di quest’ultima, non dovrebbe comprendere il rimborso del debito di NextGenerationEU, lo strumento che ha finanziato i piani di ripresa post-pandemia attraverso debito comune, tra cui il PNRR italiano2.

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La maggioranza dell’Europarlamento, quindi, ha votato per un QFP complessivamente più ricco che consentirebbe di mantenere le risorse necessarie per le nuove priorità europee, come la difesa e la competitività, ma anche di aumentare gli stanziamenti per le politiche UE storiche, che rischiavano altrimenti di essere le più penalizzate. Tra queste, ne beneficerebbe in modo significativo la Politica agricola comune (+139 miliardi rispetto alla proposta della Commissione) e la Politica coesione per ridurre i divari economici, sociali e territoriali tra le Regioni, sia pure in maniera meno significativa (+78 miliardi). Ma soprattutto sarebbero garantiti 124 miliardi di euro per il Fondo sociale europeo (FSE).

In difesa del Fondo Sociale Europeo

Come abbiamo visto qui, infatti, il Fondo Sociale Europeo non aveva uno stanziamento specifico nella proposta della Commissione, ma solo una soglia minima di risorse che ciascun Stato avrebbe dovuto raggiungere, lasciando molte perplessità sulla reale efficacia di questa scelta. Il Parlamento Europeo, invece, ha chiesto che si torni alla configurazione del bilancio attuale, con risorse definite e “intoccabili” per gli investimenti sociali in ciascun Paese.

Una posizione simile è stata presa anche dal Comitato Europeo delle Regioni, l’istituzione UE che rappresenta la voce di sindaci, presidenti di Regione e in generale amministrazioni locali di tutta Europa. Il Comitato ha chiesto che al FSE venga attribuito un ruolo cruciale nella lotta contro la povertà e, in particolare, hanno sollecitato garanzie più solide contro la povertà infantile. Inoltre, hanno sottolineato  la necessità di rafforzare la Garanzia europea per l’infanzia e la Garanzia per i giovani con dotazioni finanziarie specifiche, indicatori basati sul territorio e il coinvolgimento di organizzazioni specializzate della società civile. 

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“La questione non è più se il Fondo sociale europeo continuerà a esistere. Esisterà. La vera domanda è se rimarrà uno strumento europeo forte e protetto o diventerà solo un altro obiettivo di spesa, in concorrenza con molti altri”, ha dichiarato il relatore del provvedimento Tom Jungen, sindaco socialista di Roeser (Lussemburgo). “L’Europa – ha aggiunto – ha bisogno di un FSE visibile e ben finanziato che continui a investire nelle competenze, nei posti di lavoro di qualità, nella lotta alla povertà infantile e nell’inclusione sociale. Non c’è competitività senza coesione sociale”.

Molti Governi europei, però, la vedono in maniera differente. 

Un bilancio più povero, con meno fondi per coesione e sociale

Arrivati in questa fase dei negoziati, il pallino del gioco è in mano al Consiglio europeo, dove siedono i Capi di Stato e di Governo della UE. Spetta a loro trovare un accordo sulle risorse complessive del QFP e sulla loro distribuzione. Il Parlamento, al termine delle trattative, potrà solo approvare o rigettare l’architettura e le voci di spesa decise dal Consiglio. 

Ad oggi, le posizioni degli Stati UE sono molto distanti e un compromesso appare lontano. Ma ad inizio giugno, la presidenza di turno dell’Unione, in quel momento detenuta da Cipro, ha presentato un documento, che nel gergo dell’Eurobolla di Bruxelles viene chiamata “negobox”. Non si tratta di un testo vincolante, ma viene preso come punto di partenza per le trattative tra i 27 e, quindi, i numeri in esso contenuti sono un’indicazione di massima per capire quale potrebbe essere il compromesso finale. E la direzione sembra chiara. 

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La negobox propone un bilancio più piccolo del 2% rispetto alla proposta iniziale della Commissione e, quindi, ben inferiore a quanto chiesto dal Parlamento Europeo. Logicamente, molte voci sarebbero tagliate e a farne le spese dovrebbe essere anche la Politica di coesione e gli investimenti sociali. Non è ancora facile in questa fase dare delle cifre precise, ma entrambe queste linee di bilancio verranno verosimilmente molto ridotte rispetto al QFP attuale. 

Il punto, però, è che questa proposta è stata accolta in maniera molto negativa. 

Frugali contro Amici della coesione

I cosiddetti Paesi frugali, che riuniscono alcuni dei contributori netti3 al bilancio UE e che si oppongono dunque a un suo aumento, hanno definito irricevibile la negobox della presidenza cipriota. Tra questi, vi sono Svezia, Paesi Bassi, Austria e soprattutto la Germania che, per bocca del cancelliere Friedrich Merz, ha chiesto ulteriori tagli per ben 400 miliardi di euro, in particolare alle voci storiche del bilancio: agricoltura e coesione, principalmente. 

È proprio per evitare questa eventualità che, in opposizione a quello frugale, si è formato un altro campo di Stati. Sono sedici, tra cui Spagna, Polonia, Romania e anche l’Italia, e beneficiano ampiamente della Politica di coesione che, grazie a Fondo di Coesione, Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e Fondo Sociale Europeo, ha il compito di ridurre le disuguaglianze tra le regioni dell’UE. Per questo, si sono chiamati Amici della coesione, che vogliono difendere insieme alla PAC, la Politica Agricola Comune. 

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Lo scontro tra questi due fronti si è consumato all’ultimo Consiglio Europeo, a metà giugno, quando i capi di Stato e di Governo si sono riuniti a Bruxelles. Alla vigilia, intervenendo al Parlamento italiano, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto che, per arrivare al nuovo QFP, “la strada da fare è ancora lunga”, aggiungendo che l’Italia è pronta a “investire su competitività e difesa, ma questo non si potrà fare a spese della PAC, della pesca e della coesione”. Poi, come da attese, il vertice non ha portato a un accordo, ma ha dettato una nuova scadenza. La nuova presidenza di turno dell’UE, che dopo Cipro è appena passata all’Irlanda, dovrà presentare per ottobre una nuova negobox, con cifre aggiornate. 

Europa sociale: crescono i timori

Per avere delle cifre relative al QFP, quindi, bisognerà aspettare ancora alcuni mesi. Intanto, però, all’interno del Consiglio, i 27 hanno trovato almeno un accordo sull’architettura del nuovo bilancio, confermando quanto proposto dalla Commissione. E, in tal senso, per i temi legati al welfare, la novità è il cosiddetto “mega fondo”. 

La prima è che la Politica di coesione non avrà più una sua voce di bilancio specifica, ma confluirà in una voce molto più ampia, pari a circa il 40% dell’intero bilancio, che comprende anche altri capitoli di spesa, come agricoltura, migrazione, pesca e sicurezza. Questa nuova voce, definita giornalisticamente come il “mega fondo”, andrà a finanziare dei Piani di partenariato nazionali e regionali, uno per ogni Paese. I Governi nazionali, quindi, avranno più libertà nel decidere dove e come usare i fondi UE, negoziando con la Commissione. 

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Questi Piani, però, avranno delle soglie minime di stanziamento sia per le regioni meno sviluppate e in transizione4 sia, come abbiamo visto, per gli obiettivi sociali dell’UE5. Per questi ultimi, i più legati al welfare, si tratta di almeno il 14% di ciascun Piano di partenariato nazionale e regionale: la percentuale indicata la Commissione nella sua proposta iniziale, confermata pertanto dal Consiglio Europea. 

Il rischio, quindi, è che con un bilancio pluriennale più povero, nuove priorità e maggiore discrezione lasciata a ciascun Paese, la dimensione sociale dell’UE finisca sacrificata. Lo si temeva già all’inizio dei negoziati e, mano a mano che proseguono, questa possibilità si fa sempre più concreta. La strada dell’Europa sociale appare sempre più in salita.

 

 

Note

  1. MFF sta per “Multiannual Financial Framework”.
  2. La Commissione ha proposto di far rientrare il rimborso del debito per NextGenerationEU nel bilancio ordinario, abbassando di fatto le risorse disponibili per tutte le altre voci.
  3. I contributori netti sono quei Paesi che versano per il QFP più di quanto poi “torni” loro direttamente sotto forma di fondi europei. Al contrario, i percettori netti sono quegli Stati che ricevono più di quanto “mettono”. Questa categorizzazione, però, ha forti limiti poiché tutti i Paesi UE godono di benefici indiretti legati alla loro appartenenza all’UE, anche i contributori netti. Approfondisci.
  4. Le regioni meno sviluppate hanno un PIL pro capite inferiore al 75% della media UE, quelle definite “in transizione” tra il 75% e il 100% della media UE.
  5. Per “obiettivi sociali” si intendono quegli investimenti finalizzati all’attuazione del Pilastro europeo dei diritti sociali, a sostegno dell’occupazione di qualità, delle competenze, dell’inclusione sociale e dell’alloggio in tutti gli Stati membri, le regioni e i settori.
Foto di copertina: Una bandiera UE al Consiglio di Bruxelles - Foto: Unione Europea, 2026