Il documento della Commissione Europea “Enhancing the Strategy for the Rights of Persons with Disabilities up to 2030” (Potenziare la strategia per i diritti delle persone con disabilità fino al 2030) arriva in una fase storica delicata: da un lato, la disabilità sembra essere formalmente riconosciuta come questione strutturale di cittadinanza; dall’altro, i dati mostrano come le persone con disabilità continuino a essere penalizzate da disuguaglianze persistenti e trasversali a molte aree della vita.
La Commissione parte infatti da una constatazione netta: nell’Unione europea vivono circa 90 milioni di persone con disabilità e, nonostante i progressi normativi degli ultimi anni, l’inclusione effettiva continua a essere ostacolata da barriere ambientali, digitali, culturali ed economiche. Il cambiamento, si afferma, procede a un ritmo non sufficientemente sostenuto; per raggiungere gli obiettivi fissati al 2030 occorre rafforzare la Strategia.
L’aggiornamento della Strategia arriva a seguito delle osservazioni critiche formulate nel 2025 dal Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, che sottolineava come molte azioni previste dalla Strategia europea 2021-2030 si fermassero al 2024, mancando nuovi obiettivi operativi chiari per il periodo 2025-2030. Il Comitato ha inoltre richiamato l’attenzione sulla lentezza dei processi di deistituzionalizzazione, sulle persistenti discriminazioni di accessibilità nel campo dell’istruzione e nel mercato del lavoro, nonché sulla difficoltà di favorire la reale partecipazione delle persone con disabilità e delle loro organizzazioni rappresentative nei processi decisionali.
La rinnovata Strategia cerca quindi di dare concretezza ai propri intenti attraverso una serie di “flagship initiatives” che riguardano accessibilità, vita indipendente, lavoro, istruzione inclusiva, mobilità, salute, partecipazione democratica e preparedness nelle emergenze.
La domanda centrale, però, resta la stessa che accompagna da anni le politiche europee sulla disabilità: questa nuova fase sarà capace di incidere sulle disuguaglianze strutturali, o rischia di produrre un avanzamento prevalentemente programmatico e simbolico?
Accessibilità digitale, mobilità e partecipazione politica
Uno degli aspetti più interessanti del documento è il tentativo di consolidare un approccio trasversale alla disabilità. La Commissione insiste sul fatto che questa non possa essere trattata come una questione settoriale, ma debba attraversare tutte le politiche europee (mainstreaming): dalla digitalizzazione ai trasporti, dall’energia all’abitare, fino all’intelligenza artificiale.
Il documento dedica primaria attenzione all’accessibilità digitale e all’intelligenza artificiale, attraverso la prima flagship iniziative: “Assistive technologies and AI: from lab to market“, volta a facilitare l’accesso delle persone con disabilità a tecnologie assistive avanzate. La scelta di collegare esplicitamente la Strategia all’AI Act europeo segnala la consapevolezza che la trasformazione tecnologica non sia neutrale, e che le opportunità si accompagnino a specifici rischi. Già nel 2021 Gerard Quinn, Relatore speciale sui diritti delle persone con disabilità, aveva sottolineato che l’intelligenza artificiale rischia di amplificare disuguaglianze preesistenti se non accompagnata da robusti meccanismi di accountability, trasparenza algoritmica e design incentrato sui diritti.
Oltre il velo di Maya della disabilità: un invito a trasformare lo sguardo e la pratica educativa
Tuttavia, la Strategia rimane prudente e poco incisiva, laddove fa riferimento a linee guida, forme di monitoraggio e di dialogo con gli stakeholder, senza tuttavia esplicitare indicazioni vincolanti sui controlli dei sistemi algoritmici utilizzati in ambito lavorativo, sanitario o assistenziale.
La seconda flaghip initiative ha a che vedere con la mobilità, direttamente connessa all’esercizio della libertà di circolazione all’interno del territorio europeo. La Strategia auspica che gli strumenti della carta europea della disabilità e del contrassegno europeo di parcheggio per le persone con disabilità (Direttiva UE 2024/2841) diventino una realtà digitale accessibile e interoperabile in tutta l’UE, eliminando le barriere amministrative che ancora oggi limitano la libera circolazione.
Nella prima parte, la Strategia evidenzia inoltre l’importanza della partecipazione delle persone con disabilità ai processi democratici (sia come votanti, sia come candidate), impegnando l’Unione a collaborare con la Rete europea di cooperazione in materia elettorale (ECNE) per favorire la diffusione di pratiche più inclusive.
Lavoro: l’inclusione resta fragile
La seconda sezione della Strategia è dedicata a un ampio ventaglio di dimensioni legate alla vita indipendente (lavoro, housing, povertà e protezione sociale), all’inclusività dei servizi (sanitari, educativi, legali) e alla partecipazione sociale (ad esempio attraverso lo sport e la cultura).
I percorsi educativi poco inclusivi (a causa, tra l’altro, di una diffusa segregazione scolastica) si traducono in specifiche difficoltà nella fase di transizione scuola-lavoro: carenza di orientamento, tirocini poco accessibili, aspettative basse da parte delle istituzioni formative e dei datori di lavoro, scarsità di servizi di accompagnamento, sono solo alcuni degli elementi che penalizzano i giovani con disabilità, generando inattività precoce e marginalizzazione sociale.
Sul fronte occupazionale emerge un quadro notoriamente problematico: nel 2024 il tasso di occupazione delle persone con disabilità nell’UE era pari al 56,4%, con un gap occupazionale di 24 punti percentuali rispetto alle persone senza disabilità. Nel 2025 questo divario ha raggiunto, in media, 24,2 punti percentuali a livello europeo; la distribuzione del fenomeno nei singoli Paesi europei è riportata nella Figura 1. In Italia, il gap raggiunge i 25,1 punti percentuali.

Il documento riconosce correttamente che l’inclusione lavorativa non dipende soltanto dall’accesso formale all’occupazione, ma anche dalla qualità del lavoro e dalle condizioni concrete in cui esso viene svolto. In altri termini, è necessario considerare quante persone lavorano, ma anche come lavorano e con quali possibilità di crescita e partecipazione. La Commissione richiama innanzitutto il tema degli accomodamenti ragionevoli1: un principio che continua a essere applicato in modo disomogeneo e che è ancora percepito come una concessione individuale, piuttosto che come una componente ordinaria del diritto al lavoro. Ne derivano esclusione, precarietà e spesso auto-selezione delle persone con disabilità verso occupazioni meno qualificate (segregazione professionale). Persistono, inoltre, barriere nelle progressioni di carriera, nell’accesso alla formazione continua e nei ruoli decisionali.
La Strategia affronta poi il tema delle cosiddette “trappole dell’assistenza” (benefit traps): meccanismi che possono scoraggiare l’ingresso nel mercato del lavoro, come la perdita immediata di sostegni economici, servizi o benefici collegati alla condizione di disabilità. Questo genera una situazione paradossale: lavorare rischia di aumentare l’insicurezza economica anziché ridurla, soprattutto in presenza di occupazioni instabili o part-time. La Commissione segnala quindi la necessità di modernizzare i sistemi di protezione sociale per renderli più compatibili con percorsi occupazionali flessibili e graduali.
Competitività: questione controversa
Nel documento, la Comunicazione lega l’inclusione lavorativa alla competitività economica europea, tradendo alcune ambiguità: se valorizzare il contributo economico delle persone con disabilità può aiutare a contrastare approcci puramente assistenziali, è necessario considerare il rischio di subordinare i diritti sociali alla produttività economica, rafforzando implicitamente una distinzione tra soggetti “inclusi perché produttivi” e persone considerate meno occupabili.
A questo aspetto di criticità si aggiungono quelli sollevati da numerose organizzazioni. Il presidente dello European Disability Forum (EDF), Yannis Vardakastanis, afferma che la Strategia sia poco incisiva: “[it] has the right words, but it lacks teeth and strength” (“ha le parole giuste, ma manca di incisività e forza”). La critica principale riguarda la mancanza di nuove iniziative legislative vincolanti, di finanziamenti e di proposte forti, come quelle sollecitate proprio dall’EDF2e non incluse nell’aggiornamento.
Analoghi commenti sono stati espressi, fra altri enti rappresentanti disabilità specifiche, da Mental Health Europe, European Union of the Deaf e European Blind Union, concordi nel ritenere che le misure proposte non siano sufficientemente concrete e vincolanti, e che molte richieste “dal basso” non siano state accolte3.
Povertà, abitare ed extra-costi della disabilità
La Commissione riconosce che il rischio di povertà o esclusione sociale resta molto più elevato tra le persone con disabilità: 28,8% contro il 17,9% della popolazione senza disabilità (distribuzione nei singoli Paesi europei rappresentata in Figura 2). Il riferimento non è solo statistico: per la prima volta, il documento collega in modo esplicito la vulnerabilità economica agli “extra-costi” della disabilità: spese aggiuntive legate a mobilità, tecnologie assistive, energia, assistenza personale e cure.

L’attenzione all’abitare accessibile e alla povertà energetica va nella stessa direzione: la Strategia evidenzia come molte persone con disabilità siano maggiormente esposte al rischio abitativo e all’aumento dei costi energetici, soprattutto per la dipendenza da dispositivi elettrici e tecnologie assistive.
Questa impostazione appare coerente con un approccio multidimensionale alla povertà, ma apre anche interrogativi importanti. Il documento europeo continua infatti a fare ampio affidamento sulle politiche nazionali di welfare, senza affrontare realmente il tema delle profonde disuguaglianze territoriali e redistributive esistenti tra gli Stati membri.
Una Strategia ancora dipendente dagli Stati membri
La Comunicazione della Commissione segna un avanzamento importante rispetto alla prima fase della Strategia 2021-2030, poiché mostra maggiore consapevolezza delle criticità emerse negli ultimi anni e prova a costruire una visione più integrata della disabilità.
L’aggiornamento, inoltre, ha il merito di collegare la disabilità alle grandi transizioni contemporanee (digitalizzazione e AI, transizione energetica, crisi abitative, preparedness in caso di emergenza, democrazia), di considerare l’importanza di dati aggiornati e disaggregati per tipo di disabilità per poter progettare e valutare le politiche, e di prestare attenzione a persone con disabilità esposte a violenza e discriminazioni multiple come donne, anziani, membri della comunità LQBTQIA+ e di minoranze etniche e culturali.
Allo stesso tempo, emerge chiaramente un limite strutturale delle politiche europee sulla disabilità: la forte dipendenza dalla volontà degli Stati membri. Le misure previste si basano su coordinamento, monitoraggio, raccomandazioni e mutual learning, strumenti spesso insufficienti a modificare assetti nazionali consolidati4.
Le organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità hanno sottolineato che l’UE avrebbe potuto potenziare l’efficacia della Strategia attraverso strumenti indirettamente vincolanti: maggiore condizionalità nell’accesso ai fondi europei, obiettivi più misurabili e un uso più incisivo della legislazione esistente su accessibilità e non discriminazione. Critiche simili vengono dal Comitato di monitoraggio della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che nelle osservazioni conclusive del 2025 invita l’UE a colmare le lacune attuative, indicando nel Parlamento europeo l’istituzione meglio posizionata per farlo, attraverso i propri poteri legislativi, di bilancio e di controllo.
La persistente eterogeneità tra gli Stati membri (nelle definizioni, nelle procedure e nei controlli) fa sì, per esempio, che il diritto all’accomodamento ragionevole continui a dipendere in larga misura dal contesto nazionale e dalla disponibilità dei datori di lavoro, anziché configurarsi come una garanzia effettivamente esigibile e uniforme a livello europeo. Non è casuale che la stessa Commissione insista, in questa versione aggiornata della Strategia, sulla necessità di monitorare meglio l’implementazione degli accomodamenti nei luoghi di lavoro: un richiamo che segnala implicitamente quanto il divario tra riconoscimento formale dei diritti e loro concreta applicazione resti ancora ampio.
La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi capire se l’Unione Europea riuscirà a passare da una governance prevalentemente orientativa a una capacità più incisiva di indirizzo e condizionalità.
Una questione democratica, non solo sociale
In conclusione, la Strategia europea aggiornata ha il merito di riaffermare un principio essenziale: la disabilità riguarda la qualità della democrazia europea. L’accessibilità dei trasporti, la possibilità di votare, il diritto alla vita indipendente, l’accesso all’istruzione, al lavoro, alla salute e alla cultura, non sono misure settoriali destinate a una minoranza, ma indicatori della capacità delle società europee di garantire uguaglianza sostanziale. Ne consegue che le persone con disabilità non sono un “gruppo vulnerabile” da proteggere paternalisticamente, ma una componente strutturale della cittadinanza europea.
Perché questa visione si traduca davvero in cambiamento, però, serviranno investimenti pubblici, sistemi di welfare territoriali solidi, servizi di prossimità, monitoraggi indipendenti e soprattutto una partecipazione reale delle persone con disabilità nei processi decisionali5.
Quest’ultimo aspetto è particolarmente rilevante. La Strategia, adottata nel 2021, è stata elaborata con un processo consultivo che ha coinvolto la Commissione europea, stakeholder istituzionali e organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità (OPD), in linea con la Convenzione ONU CRPD. Tuttavia, la partecipazione delle persone con disabilità era rimasta prevalentemente mediata dalle loro organizzazioni, senza assumere carattere diretto o vincolante. L’aggiornamento della Strategia appena pubblicato ha confermato questa impostazione, senza introdurre forme più robuste di co-decisione né un ruolo decisionale effettivo delle OPD nella governance della Strategia.
Senza questa reale partecipazione e senza tutti gli altri elementi prima citati, il rischio è che anche la Strategia più avanzata rimanga intrappolata nella distanza tra riconoscimento formale dei diritti e loro effettiva esigibilità.
Note
- Modifiche e adeguamenti necessari dell’ambiente, dell’organizzazione o degli strumenti di lavoro, finalizzati a garantire la piena partecipazione lavorativa delle persone con disabilità.
- Ad esempio, l’istituzione di un’Agenzia Europea per l’Accessibilità, l’emanazione di una legge che garantisca prezzi accessibili per le tecnologie assistive, e lo sviluppo di un’iniziativa specifica per le disabilità simile al programma Youth Guarantee (“Garanzia Giovani”).
- Mental Health Europe ritiene che molte delle azioni proposte restino troppo vaghe e teoriche, e critica l’assenza di iniziative forti sulla deistituzionalizzazione, sul superamento della coercizione nei servizi di salute mentale e sulla riforma dei sistemi di tutela legale e interdizione delle persone con disabilità psicosociali e intellettive. European Union of the Deaf contesta la mancanza di obblighi giuridici chiari e impegni finanziari forti, sottolineando come la Commissione non abbia accolto il riconoscimento ufficiale delle 29 lingue dei segni nazionali, la portabilità transfrontaliera dei servizi di interpretariato e la presenza sistematica dell’interpretazione in lingua dei segni nei contenuti audiovisivi delle istituzioni europee. European Blind Union giudica l’aggiornamento della Strategia “moderatamente ambizioso” ma privo di idonei strumenti di enforcement.
- Il carattere prevalentemente non vincolante della Strategia è dovuto in larga misura all’assetto delle competenze dell’Unione europea. Le politiche in materia di disabilità si collocano, infatti, in un quadro frammentato: l’UE dispone di competenze dirette soprattutto in ambiti funzionali al mercato interno, come l’accessibilità dei prodotti e dei servizi o i trasporti, mentre settori centrali per l’inclusione sociale, quali sanità, istruzione e organizzazione dei sistemi di welfare, restano prevalentemente di competenza degli Stati membri. Tale impostazione limita strutturalmente il grado di “hard law” della Strategia, che si configura pertanto come uno strumento di indirizzo politico e di coordinamento piuttosto che di imposizione normativa.
- La Strategia è stata elaborata attraverso un processo consultivo che ha incluso una consultazione pubblica della Commissione europea, contributi di stakeholder istituzionali e il coinvolgimento delle organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità (OPD), in particolare nell’ambito dell’European Disability Forum, in coerenza con l’art. 4(3) della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD). Tuttavia, la partecipazione delle persone con disabilità è stata prevalentemente mediata dalle loro organizzazioni rappresentative e non sempre strutturata come partecipazione diretta e vincolante ai processi decisionali. L’aggiornamento della strategia adottato nel 2026 conferma la continuità dell’approccio consultivo, senza segnare un passaggio verso forme più robuste di co-decisione o partecipazione effettivamente vincolante delle OPD nei meccanismi di governance della strategia.