Parliamo tanto di impatto. Lo misuriamo, lo valutiamo, lo rendicontiamo. Eppure esiste un paradosso che chiunque lavori nel welfare, nel Terzo Settore o nell’innovazione sociale conosce bene: la gran parte dei progetti fallisce non perché venga valutata male, ma perché viene progettata male. Il problema principale non sta a valle – nella misurazione – ma a monte, nel modo in cui si concepisce un’iniziativa trasformativa fin dal principio. È da questa consapevolezza che abbiamo costruito il progetto.
S-nodi – organizzazione di ricerca-azione basata a Torino che opera a livello nazionale e internazionale per sviluppare competenze per sviluppare processi trasformative nelle comunità locali e nelle pubbliche amministrazioni – ha raccolto questo bisogno dai territori e lo ha portato all’attenzione del Politecnico di Torino, con cui collabora da anni. La proposta è stata raccolta con convinzione dall’équipe di Cristian Campagnaro, docente ordinario di design al Politecnico di Torino, e da Sara Ceraolo, dottoranda in design con quindici anni di impegno in sperimentazioni e ricerca-azione sul tema del design collaborativo.
Insieme abbiamo partecipato ad un Bando Erasmus Higher Education, candidando una proposta che ha raggiunto un punteggio molto alto. È nato cosi ATELIER (innovATive Education for sociaL Inclusion via codEsign pRactices), un Erasmus+ KA220 a guida del Politecnico di Torino e realizzato da una partnership internazionale portata a sistema da S-nodi con una una fitta rete di collaborazioni con istituzioni universitarie e organizzazioni europee impegnate sul fronte dell’inclusione sociale e dell’innovazione. Nello specifico, sono coinvolti 8 partner tra università e organizzazioni della società civile in Italia, Grecia, Svezia, Portogallo, Romania e Cipro. Di seguito vi raccontiamo questo progetto.
Il vero problema: manca la cultura dell’impatto, non gli strumenti di misurazione
C’è un’asimmetria profonda nel dibattito sull’impatto sociale: una letteratura sterminata sulla valutazione, pochissima sulla progettazione. Come se fosse possibile misurare bene ciò che non è stato pensato bene. Come se l’impatto fosse qualcosa che si verifica – o non si verifica – indipendentemente dalle scelte compiute nella fase iniziale di un progetto.
ATELIER parte da una consapevolezza diversa: l’impatto non è un esito che si misura, è una responsabilità che si assume fin dal momento in cui si decide di intervenire su una realtà complessa. Progettare per l’impatto significa sapere che si è attori di una trasformazione – non esecutori di un piano – e che gli effetti di ciò che si costruisce continueranno a dispiegarsi ben oltre la fine del finanziamento, nel tempo e nella vita delle persone.
Questa consapevolezza ha un nome: cultura dell’impatto. Non è una competenza tecnica. È un orientamento etico, una postura professionale, un modo di stare dentro i processi che si apprende, si pratica e si trasmette. Ed è esattamente ciò che il sistema formativo – universitario e professionale – stenta ancora a strutturare in modo coerente.
Con ATELIER abbiamo portato un patrimonio di sperimentazione accumulato accompagnando reti nazionali e internazionali di soggetti e comunità impegnati a cambiare il modo di incidere sulla realtà. Insieme al Politecnico di Torino abbiamo creato, già prima di questo progetto, un sodalizio che unisce rigore accademico e radicamento nella pratica, e che negli anni ha formato sia studenti in percorso verso il design sociale sia operatori del terzo settore in processi di innovazione e riqualificazione delle competenze.
Co-design come metodo, inclusione come obiettivo
ATELIER ha scelto il co-design come terreno d’azione non per una questione di moda metodologica, ma per una ragione sostanziale: i processi di inclusione sociale falliscono quando le persone vulnerabili vengono trattate come beneficiarie e non come protagoniste. Quando il sapere di chi vive una condizione di marginalità non viene considerato una risorsa progettuale, ma un problema da risolvere.
Abbiamo lavorato in senso opposto. Abbiamo analizzato 50 casi europei di co-design per l’inclusione – di cui 15 riconosciute come buone pratiche e approfondite in dettaglio – per estrarre non le soluzioni, ma le logiche e le metodologie che le persone, i gruppi, le comunità di interesse usano per progettare e implementare iniziative efficaci. Abbiamo dato valore al sapere pratico di chi opera quotidianamente sul campo e al sapere situato di chi l’esclusione la sperimenta in prima persona.
Da questo lavoro è nato un Competence Framework strutturato in 4 macro-aree, 9 aree di competenza e 25 competenze specifiche, che attraversano la cultura dell’impatto, l’etica e la consapevolezza, la costruzione della domanda e il setting del problema, fino ai processi per affrontare le sfide progettuali prima ancora di arrivare alla soluzione. Un framework che non chiede “cosa hai prodotto?” ma “come hai pensato?”.
Un programma formativo aperto, multilingue, gratuito
Il cuore operativo di ATELIER è un programma formativo rivolto a studenti universitari e professionisti in fase iniziale di carriera. Il suo prodotto principale è un MOOC – Massive Open Online Course – ospitato su piattaforma Moodle, articolato in 9 unità e 25 capitoli, accessibile gratuitamente e che sarà disponibile da settembre 2026 in 6 lingue, italiano incluso.
Non si tratta di un corso sulle tecniche del co-design. È un percorso per costruire il mindset e la cultura necessari a progettare in chiave di impatto: capire il contesto prima di disegnare soluzioni, definire il problema con chi lo vive, riconoscere le proprie responsabilità come agenti di cambiamento, tenere insieme prospettive disciplinari diverse – design, scienze sociali, pratiche di comunità – che raramente dialogano tra loro.
Accanto al MOOC, il programma include un manuale di riferimento, un catalogo internazionale di pratiche di co-design e un archivio bibliografico ad accesso aperto. Strumenti pensati come entry point – porte di ingresso a un campo complesso – per chiunque voglia iniziare a progettare con più consapevolezza, indipendentemente dal punto da cui parte.
La Pilot School, svoltasi nei mesi scorsi con circa 30 tra studenti e professionisti, ha permesso di testare e affinare questi materiali raccogliendo feedback su accessibilità, applicabilità e rilevanza dei contenuti, con risultati che hanno contribuito a migliorare la versione definitiva del programma.
Perché conta anche per il welfare italiano
I risultati del progetto sono stati presentati in due tappe conclusive. Il 4 giugno 2026 al Castello del Valentino a Torino, con un un evento di disseminazione e co-design che ha riunito ricercatori, operatori sociali, educatori e studenti in un confronto aperto sul welfare locale. Il 29 giugno, a Bruxelles, ospitati da Caritas Europa, abbiamo invece discusso i risultati con ONG, ricercatori e operatori sociali di tutta Europa. Il dialogo con Ragnar Horn, della DG EMPL della Commissione Europea e ambasciatore del European Pillar of Social Rights, ha confermato che la questione della formazione alla progettazione trasformativa non è solo una sfida didattica: è una questione di policy europea.
Il progetto si avvia ora alla conclusione, prevista per agosto 2026, ma la sua rilevanza non finisce con il finanziamento. ATELIER ha prodotto strumenti liberi, replicabili e adattabili: esattamente quello che manca nella formazione di chi opera nel welfare di comunità, nel Terzo Settore, nei servizi sociali territoriali.
In un momento in cui si moltiplicano le aspettative sull’impatto sociale degli interventi pubblici e privati – dai fondi europei alle misure del PNRR, dai bandi fondazionali alle sperimentazioni di welfare locale – la domanda che ATELIER pone è scomoda e necessaria: stiamo formando le persone a progettare per essere produttrici di trasformazioni radicali, o solo a rendere conto ed essere valutate da terzi?
La risposta, per ora, è che il gap esiste. E che colmarlo richiede investimento su competenze che non sono tecniche, ma culturali: la capacità di assumere un impegno civico come professionista, di riconoscere la complessità senza fuggirla, di costruire processi in cui chi è più vulnerabile sia il primo a essere ascoltato.
ATELIER ha costruito un pezzo di risposta. Il lavoro, da settembre, è aperto a tutti. Come detto, il programma formativo sarà infatti disponibile gratuitamente in 6 lingue (anche in italiano) da settembre sulla piattaforma S-nodi edu; è visionabile già ora sul sito di progetto.