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Ringrazio Luigi Corvo per una replica seria e perfino elegante nell’orchestrazione al mio articolo sulla colonizzazione del giudizio sociale uscito su Percorsi di Secondo Welfare. Proprio perché il tema è troppo importante per ridursi a un duello a colpi di metafore musicali, vale la pena riprendere i fili e sgombrare il campo da un equivoco di fondo.

Nel mio pezzo non c’è alcun attacco alla misura, anzi. Riprendendo la metafora usata sulla partitura, occorre ricordare che questa non è un numero: è una notazione multidimensionale che tiene insieme ritmo, intensità, articolazione, armonia: è misura, ma non riduzione a una sola quantità. Ridurre l’impatto sociale a un unico ratio sintetico sarebbe come pretendere di restituire la Quinta di Beethoven comunicandone il numero medio di decibel: tecnicamente un dato, musicalmente il nulla. Il bersaglio non è il numero, è il riduzionismo che troppo spesso confonde misura e quantificazione sintetica. Nella progettualità sociale e comunitaria questa è una grossa distorsione.

Qui entra lo SROI. È uno strumento che ha un valore d’uso reale e , nessuno lo nega, ben venga che si continui a praticarlo e usarlo con rigore e trasparenza metodologica, ma le organizzazioni lo sanno bene: troppo spesso quel ratio sintetico smette di essere una lente fra le altre e diventa evidenza, dato oggettivo, talvolta perfino calcolato ex ante. Uno SROI calcolato in anticipo, presentato ai convegni e messo nel cassetto, francamente, somiglia più all’oroscopo che alla partitura, perché promette quanto renderà un euro prima ancora di averlo investito. È questo slittamento, dalla misura alla profezia, il punto critico. Lo SROI è benvenuto e necessario, a patto di restare ex post, riflessivo, consapevole dei propri limiti, e di rinunciare alle ambizioni divinatorie.

Va poi chiarito il punto in cui si annida l’equivoco più grande. Prendiamo il Community Index, un cruscotto di valutazione prodotto da Aiccon: non è una variante stilistica dello SROI. Dire che la differenza è soltanto stilistica è come sostenere che tra uno spartito e un listino prezzi cambi solo la grafica. Il Community Index non produce un verdetto monetario, offre un cruscotto strategico e multidimensionale, ampiamente personalizzabile, costruito insieme ai soggetti comunitari per leggere identità, inclusività, radicamento ecosistemico e capacità trasformativa. Non dice quanto vale un euro investito, aiuta una comunità a capire dove sta e dove può andare. La differenza, rispetto allo SROI, non è affatto stilistica.

Non c’è quindi alcun cortocircuito, ma coerenza. La trasparenza è parte del metodo e non un dettaglio: un lavoro va reso pubblico, e troppo spesso non lo è. Anche lo SROI, quando lo si pratica, va fatto alla luce del sole, segnalando per primi e nero su bianco il rischio di monetizzare la gratuità e di perdere ciò che rende il dono trasformativo. Riconoscere che misurare è un atto consapevole, e non una pretesa di oggettività assoluta, non è la posizione che nego: è esattamente quella che difendo.

Le questioni restano dunque tutte sul tavolo, e vanno guardate per quello che sono: sfide sistemiche, non occasioni di personalismi. Citavo Arendt per ricordare che il giudizio collassa quando la deliberazione viene sostituita in silenzio, in un senso o nell’altro. Vale per la narrazione che pretende di fare a meno della verifica. Vale, allo stesso modo, per il numero che pretende di sostituire il giudizio. Resta una strada da fare, e personalmente la sento sempre più decisiva. Significa partire da un’ipotesi, l’impatto come scrittura ciclica, mai conclusa e sempre riapribile, e stare in relazione non soltanto con chi l’impatto lo misura, ma con chi lo fa e lo genera ogni giorno, dentro le organizzazioni e i territori. Serve una sana umiltà, anche, e soprattutto, da parte di chi tiene in mano il righello.

 

Foto di copertina: Manuel Torres Garcia, Unsplash