Veniamo da mesi in cui il ruolo delle giovani generazioni nella vita politica italiana è tornato al centro del dibattito pubblico. In occasione del referendum costituzionale dello scorso marzo, il protagonismo degli under 30 è stato più volte sottolineato, evidenziandone la capacità di incidere sull’esito della consultazione. Pur in assenza di dati ufficiali, alcune analisi disponibili – in particolare quelle di Ipsos1 – suggeriscono infatti una partecipazione al voto significativa tra i più giovani.

Eppure, questo protagonismo si inserisce in un contesto opposto: quello di una persistente sottorappresentanza politica dei giovani e dei loro interessi. L’Italia è oggi uno dei Paesi europei con il più marcato squilibrio generazionale, caratterizzato da una bassa incidenza di under 35 sulla popolazione. Secondo i dati ISTAT2, oggi gli elettori tra i 18 e i 35 anni rappresentano circa il 21% del totale: una quota limitata che si traduce in una minore capacità di incidere sulle scelte collettive.

Questo squilibrio non è solo demografico, ma pone una questione di equità intergenerazionale. Se i giovani sono poco presenti nei luoghi decisionali, le politiche pubbliche rischiano di riflettere maggiormente le priorità delle fasce più rappresentate, creando un disallineamento tra elettorato e rappresentanza. In questo senso, la sottorappresentanza non è neutra: può incidere sulle decisioni, soprattutto su temi come debito pubblico, ambiente o welfare, che riguardano più direttamente le generazioni future.

A ciò si aggiunge una distanza crescente tra giovani e istituzioni, spesso legata a una percezione di inefficacia della partecipazione. Se il voto appare incapace di produrre cambiamenti concreti e i canali tradizionali risultano poco accessibili, è naturale che una parte delle nuove generazioni cerchi altrove forme di espressione.

Per questo, con riferimento in particolare alla dimensione politica, oggi più che mai, diventa necessario interrogarsi su una questione fondamentale: le regole di voto, passivo e attivo, sono davvero adeguate a garantire una partecipazione equa e rappresentativa delle nuove generazioni?

Le barriere all’ingresso nella rappresentanza politica

Un primo elemento critico riguarda le norme sull’elettorato passivo, cioè la possibilità di candidarsi. Con riferimento alle istituzioni nazionali, l’articolo 56 della Costituzione italiana stabilisce che sono eleggibili alla Camera dei deputati tutti gli elettori che abbiano compiuto i 25 anni: una soglia tra le più alte dell’Unione europea. Va precisato che, a livello locale e regionale, l’ordinamento italiano consente la candidatura già a 18 anni; il limite dei 25 anni opera dunque solo per i livelli nazionale ed europeo, che tuttavia sono quelli in cui si concentrano le decisioni più rilevanti in materia economica, sociale e ambientale. Secondo diversi studi, questo limite si traduce in un ritardo strutturale nell’accesso alla politica attiva per le giovani generazioni, soprattutto se confrontato con altri grandi Paesi europei. I dati della Inter-Parliamentary Union3 lo mostrano con chiarezza: nelle ultime elezioni politiche, i deputati under 30 in Italia sono stati appena l’1,3% (5 eletti), contro il 5,4% in Francia (31), il 6,8% in Germania (43) e il 2% in Spagna (7). Non solo: in Francia è stato eletto anche un deputato under 25 e in Germania tre, a dimostrazione di sistemi più aperti all’ingresso precoce nella rappresentanza politica.

Questa differenza non è solo numerica, ma anche qualitativa. Nei Paesi in cui è possibile candidarsi prima dei 25 anni, i giovani possono iniziare prima un percorso politico, costruendo visibilità e competenze. Al contrario, in Italia l’impossibilità di candidarsi prima di quella soglia crea uno svantaggio difficilmente recuperabile: a parità di età, un venticinquenne francese o tedesco può avere già esperienza elettorale, mentre un coetaneo italiano si affaccia per la prima volta alla competizione politica nazionale.

Questo limite produce effetti anche a livello europeo. In base al diritto dell’Unione, infatti, le condizioni per l’elezione al Parlamento europeo sono in larga parte rimesse alle legislazioni nazionali degli Stati membri, come previsto dall’Atto elettorale del 1976. Il risultato è un sistema disomogeneo, in cui cittadini europei godono di diritti politici diversi a seconda del paese di origine: nella maggior parte degli Stati membri è possibile candidarsi già a 18 anni, mentre alcuni prevedono soglie intermedie (21 o 23 anni) e solo l’Italia e la Grecia mantengono una soglia più elevata, fissata a 25 anni4. Non sorprende, quindi, che in altri Stati membri siano stati eletti eurodeputati molto giovani: basti pensare a Lena Schilling (23 anni) e Emma Fourreau (24 anni), elette nel 2024. Una possibilità che, allo stato attuale, resta preclusa ai cittadini italiani.

Età minima per candidarsi alle elezioni europee, coincidente con quella prevista per la camera bassa dei parlamenti nazionali. Fonte: Commissione europea, elections.europa.eu.

Un ulteriore elemento di riflessione riguarda il Senato, per il quale l’articolo 58 della Costituzione italiana fissa a 40 anni l’età minima per essere eletti. Il confronto internazionale è complesso, poiché solo una minoranza di Paesi europei prevede una seconda camera eletta direttamente. Tuttavia, tra questi — come Spagna, Polonia, Repubblica Ceca e Romania — i requisiti anagrafici risultano generalmente più bassi (18, 30 e 33 anni), mentre solo in Repubblica Ceca si raggiunge una soglia analoga a quella italiana. L’Italia si colloca dunque tra i paesi con il limite più elevato, rafforzando uno squilibrio generazionale nell’accesso ai luoghi della decisione politica. 

Perché estendere il diritto di voto 

Il tema si inserisce in questa riflessione sulle regole della partecipazione democratica. Non si tratterebbe, del resto, di una rottura senza precedenti: l’estensione del diritto di voto ai diciottenni, introdotta negli anni Settanta5 e completata con la riforma costituzionale del 20216 anche per il Senato, mostra come l’allargamento del corpo elettorale abbia spesso accompagnato fasi di trasformazione sociale e politica.

Oggi, l’estensione del voto ai sedicenni risponde a una tensione sempre più evidente. A 16 anni si iniziano ad assumere responsabilità concrete — si può lavorare, contribuire fiscalmente, essere chiamati a rispondere anche penalmente delle proprie azioni — ma non si ha ancora la possibilità di partecipare alle scelte collettive attraverso il voto. Una asimmetria che solleva una questione di coerenza democratica, soprattutto in un contesto in cui le decisioni pubbliche incidono sempre più sul futuro delle nuove generazioni.

Non si tratta, inoltre, di un’ipotesi puramente teorica. In diversi Paesi europei l’età elettorale è già stata abbassata: in Austria si vota a 16 anni per tutte le elezioni, mentre in Grecia a 17. Esperienze analoghe esistono anche in Scozia per il referendum sull’indipendenza e per le elezioni locali, e in alcuni Länder tedeschi per le elezioni regionali e comunali. Questi casi mostrano come l’abbassamento dell’età elettorale possa essere integrato nei sistemi democratici senza effetti destabilizzanti, contribuendo a rafforzare il coinvolgimento civico dei più giovani.

Allo stesso tempo, l’abbassamento dell’età elettorale potrebbe contribuire a contrastare una delle criticità più rilevanti delle democrazie contemporanee: l’astensionismo. Numerosi studi evidenziano come la partecipazione sia fortemente influenzata dalle prime esperienze di voto: chi vota tende a mantenere nel tempo una maggiore propensione alla partecipazione, mentre l’astensione iniziale rischia di consolidarsi. Anticipare il primo voto — in un contesto ancora legato alla scuola e all’educazione civica — potrebbe quindi favorire una partecipazione più consapevole e stabile nel tempo.

Un ulteriore elemento riguarda la rappresentanza. In un sistema segnato da un forte squilibrio generazionale, includere i sedicenni nel corpo elettorale rafforzerebbe il peso politico delle nuove generazioni e renderebbe più visibili interessi oggi sottorappresentati, in particolare su temi come istruzione, ambiente e futuro del lavoro.

Non mancano, naturalmente, le criticità. C’è chi mette in dubbio la maturità necessaria per votare a 16 anni o sottolinea il rischio di maggiore influenzabilità. Tuttavia, obiezioni analoghe hanno accompagnato in passato altre estensioni del suffragio — dal voto ai diciottenni a quello femminile — rivelatesi poi fondamentali per il rafforzamento della democrazia. In questo senso, il dibattito sul voto ai sedicenni non riguarda solo una soglia anagrafica, ma il rapporto tra istituzioni e nuove generazioni.

Allargare la democrazia

In questo quadro, intervenire sulle regole della partecipazione politica non è solo una scelta tecnica, ma una necessità democratica. Abbassare l’età per candidarsi alle istituzioni nazionali, estendere il voto ai sedicenni e garantire il voto ai fuorisede renderebbe il sistema più coerente, inclusivo e rappresentativo. Si tratta di interventi non semplici — in parte anche di rango costituzionale — ma centrali nel dibattito sul futuro della nostra democrazia.

In un Paese segnato da un forte squilibrio demografico, queste riforme non amplierebbero soltanto i diritti, ma contribuirebbero a riequilibrare la democrazia, restituendo voce a chi oggi fatica a essere ascoltato.

Perché una democrazia che esclude — o ritarda — la partecipazione delle nuove generazioni è, inevitabilmente, una democrazia più fragile.

 

Note

  1. Ipsos, Nando Pagnoncelli, Referendum giustizia: analisi dei dati di voto, 2026.
  2. Elaborazione propria su dati ISTAT, Popolazione residente per età e Popolazione straniera residente per età, anno 2026.
  3. Inter-Parliamentary Union (IPU), Data on youth in national parliaments (Italy, France, Germany, Spain)
  4. Parlamento europeo, Minimum age requirements for voting and standing in European elections, 2023.
  5. Fino alla legge 8 marzo 1975, n. 39, l’età minima per esercitare il diritto di voto per la Camera dei deputati era fissata a 21 anni.
  6. Prima della legge costituzionale 18 ottobre 2021, n. 1, l’età minima per votare al Senato era fissata a 25 anni.
Foto di copertina: Ygor Lobo, unsplash.com