Negli ultimi quindici anni il concetto di welfare di comunità è diventato sempre più centrale nel dibattito sulle politiche sociali italiane. Nei programmi pubblici, nei progetti del Terzo Settore e nelle iniziative delle fondazioni filantropiche, l’idea di mobilitare le risorse dei territori – cittadini, associazioni, reti civiche – viene spesso presentata come una risposta alle trasformazioni del welfare state e ai problemi che lo attraversano.
Tuttavia, dietro questa crescente diffusione si nascondono tensioni e ambivalenze che meritano di essere analizzate criticamente.
A partire dal focus di Politiche Sociali/Social Policies 2/2025, da noi curato e intitolato “Welfare di chi? Il welfare di comunità tra pratiche, discorsi e istituzioni”, in questo contributo ricostruiamo l’emergere e la diffusione del welfare di comunità nel contesto italiano, mostrando come questa formula si sia progressivamente affermata come una delle principali chiavi interpretative e operative delle politiche sociali locali. Allo stesso tempo, mettiamo in evidenza come il welfare di comunità non rappresenti un modello univoco, ma piuttosto un campo di pratiche e discorsi attraversato da significati differenti e talvolta contraddittori.
Dalle sperimentazioni filantropiche alle politiche pubbliche
L’idea di welfare di comunità ha iniziato a diffondersi in modo significativo in Italia dopo la crisi economico-finanziaria del 2008. In quel contesto, caratterizzato da vincoli di spesa e crescente domanda di protezione sociale, molti attori hanno iniziato a presentare la dimensione comunitaria come una possibile risposta ai limiti del welfare pubblico. Programmi promossi da Fondazioni di origine bancaria e da organizzazioni del Terzo Settore hanno sostenuto la costruzione di reti territoriali, spazi di incontro e iniziative di co-progettazione tra attori pubblici e privati.
Negli anni successivi, queste esperienze hanno influenzato sempre più direttamente le politiche pubbliche locali. La dimensione comunitaria è entrata nel lessico istituzionale in diversi ambiti: dalle politiche urbane agli interventi sociali, fino al settore sanitario e educativo. Un esempio significativo è rappresentato dalla riforma della sanità territoriale, che con il DM 77/2022 ha introdotto nuove infrastrutture come le Case della Comunità e gli Ospedali di Comunità.
Anche nel campo educativo, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19, si è diffuso il ricorso ai Patti educativi di comunità, strumenti pensati per rafforzare la collaborazione tra scuole, enti locali e organizzazioni del territorio. In questo modo, l’approccio comunitario è diventato progressivamente parte integrante delle politiche pubbliche.
Le ambivalenze del welfare di comunità
Nonostante la sua crescente diffusione, il welfare di comunità resta però sia nei discorsi che nelle pratiche una categoria piuttosto vaga. Più che indicare strumenti o modelli specifici, esso funziona spesso come una cornice discorsiva che orienta l’azione degli attori del welfare locale in una direzione che viene data per scontata senza essere messa a tema e problematizzata, a partire da che cosa si intenda per comunità, chi e cosa ne faccia parte e che caratteristiche debbano avere interventi che si costruiscono in quel frame.
Quello che succede nei progetti di welfare di comunità, quindi, non può essere dato per scontato ed è importante capire che forma prendono e con quali assetti e architetture istituzionali si definiscono le politiche che vengono fatte ricadere in questa cornice discorsiva.
Da un lato, questo approccio può infatti favorire spazi di ripensamento degli interventi e dei servizi sociali nella direzione di una maggiore partecipazione e prossimità delle azioni: le pratiche di welfare di comunità possono rafforzare i legami sociali, valorizzare le risorse dei territori e creare nuove forme di collaborazione tra istituzioni pubbliche, Terzo Settore e cittadini. Dall’altro lato, però, il ricorso alla comunità può anche accompagnarsi a processi di riorganizzazione del welfare in senso più selettivo. In un contesto di risorse pubbliche limitate, il rischio è che l’enfasi sulla partecipazione e sull’attivazione locale finisca per spostare parte delle responsabilità della protezione sociale dalle istituzioni pubbliche ai territori e ai cittadini stessi, o che il richiamo al welfare di comunità venga mobilitato in senso escludente, contribuendo a legittimare forme di selettività o di welfare sciovinista che restringono l’accesso alla protezione sociale ai soli membri ritenuti parte della comunità.
Il welfare di comunità presenta quindi un duplice volto: può rappresentare uno spazio di sperimentazione e innovazione, ma anche un possibile veicolo di riduzione o trasformazione delle responsabilità pubbliche nel campo del welfare e di controllo e limitazione dell’accesso ai diritti sociali.
Questioni aperte per le politiche sociali
Evidenziare questa ambiguità serve a mettere in luce alcune questioni cruciali non solo per il modo in cui il welfare di comunità viene progettato e implementato nei territori, ma più in generale per il futuro delle politiche sociali.
Una prima riguarda la definizione stessa di “comunità”. Nei programmi di welfare di comunità la comunità può essere concepita in modi diversi. In alcuni casi viene considerata come una realtà già esistente nei territori – fatta di reti di solidarietà, associazioni e cittadini pronti a essere mobilitati – verso cui le politiche pubbliche svolgono un ruolo di attivazione e coordinamento. In altri casi, invece, la comunità è vista come qualcosa che deve essere costruito, attraverso specifiche azioni capaci di generare nuove relazioni e nuove forme di collaborazione tra attori locali. Questa distinzione non è solo teorica: ha implicazioni concrete sulle modalità di progettazione degli interventi, sulle forme di partecipazione attivate e sul ruolo attribuito agli attori istituzionali e alla società civile.
Una seconda questione riguarda l’inclusività delle reti comunitarie. Le iniziative di welfare di comunità possono favorire nuove forme di cooperazione e rafforzare i legami sociali nei territori. Tuttavia, esse possono anche riprodurre meccanismi selettivi. Le reti attivate nei progetti di welfare locale tendono infatti spesso a coinvolgere soprattutto gli attori già organizzati e dotati di maggiori risorse – come alcune organizzazioni del terzo settore o gruppi sociali più attivi – mentre soggetti più marginali o meno strutturati rischiano di rimanere esclusi dai processi decisionali e dalle opportunità offerte. Inoltre, le comunità possono costruire confini più o meno inclusivi, definendo implicitamente chi è considerato parte della comunità e chi ne resta ai margini.
Un ulteriore nodo riguarda le modalità di partecipazione e di governance. Molti programmi di welfare di comunità prevedono processi di co-progettazione e coinvolgimento degli attori locali, ma la qualità e il senso di questa partecipazione dipendono dalle condizioni concrete in cui si realizza. Quando linguaggi, obiettivi e tempi delle politiche sono fortemente predefiniti dagli enti promotori o finanziatori, il rischio è che la partecipazione si riduca a una forma simbolica, più orientata alla legittimazione delle decisioni già prese che a un reale coinvolgimento dei cittadini e delle organizzazioni territoriali.
Infine, un nodo cruciale riguarda la sostenibilità e l’istituzionalizzazione di queste esperienze. Molti programmi di welfare di comunità nascono come progetti sperimentali finanziati attraverso bandi temporanei o risorse straordinarie. Questo modello può favorire innovazione e sperimentazione, ma rende spesso difficile garantire continuità nel tempo agli interventi e stabilità alle reti costruite. Quando queste esperienze vengono integrate nelle politiche pubbliche locali, emergono inoltre nuove tensioni legate alla rigidità delle procedure amministrative e alle logiche di rendicontazione, che possono limitare la flessibilità e la capacità di adattamento delle iniziative territoriali.
Oltre la retorica della comunità
Alla luce di queste ambivalenze, il welfare di comunità non può essere considerato una soluzione semplice ai problemi del welfare contemporaneo. Piuttosto, esso rappresenta uno spazio di trasformazione nel quale si ridefiniscono i rapporti tra istituzioni pubbliche, società civile e cittadini, e nel quale si giocano tensioni decisive tra innovazione, partecipazione e disuguaglianze.
La possibilità che le pratiche di welfare di comunità contribuiscano realmente a rafforzare la coesione sociale dipende tuttavia da una condizione fondamentale: l’esistenza di una base stabile di diritti sociali e di risorse pubbliche per sostenerli. Senza questa infrastruttura istituzionale e finanziaria, il richiamo alla comunità rischia di trasformarsi in una risposta simbolica alla crisi del welfare, chiedendo ai territori e ai cittadini di supplire a carenze strutturali delle politiche pubbliche. Questo nodo diventa ancora più rilevante nel contesto attuale, segnato da una progressiva ridefinizione delle priorità della spesa pubblica. In un quadro politico ed economico sempre più orientato verso investimenti nella sicurezza, nella difesa e nel riarmo, il rischio è che le politiche sociali vengano ulteriormente marginalizzate. In queste condizioni, il welfare di comunità può essere facilmente mobilitato come dispositivo compensativo del disinvestimento pubblico, trasformando la solidarietà territoriale in una risposta parziale alla riduzione delle garanzie sociali.
Da una parte, dunque, le pratiche di welfare di comunità per poter innescare traiettorie di ampliamento e apertura del welfare locale richiedono di essere sostenute da investimenti pubblici adeguati e da un contestuale rafforzamento delle politiche redistributive. Allo stesso tempo, per chi fa ricerca sul welfare e per i policy makers che intendano usare questo tipo di strumenti e progetti, è necessario guardare da vicino al modo in cui questi si articolano, tra loro e con il sistema dei servizi, cercando di capire se semplicemente si aggiungono alla rete esistente o se contribuiscono a costruire nessi e interazioni tra le diverse parti del sistema di welfare locale: servizi socio-sanitari, scolastici, abitativi, formativi, culturali e di socialità. Si tratta cioè di comprendere se, quanto e come siano in grado di costruire luoghi e infrastrutture capaci di mettere in relazione diritti e servizi con spazi di promozione delle capacità dei collettivi e dei territori. La posta in gioco non è quindi soltanto organizzativa o metodologica, ma profondamente politica: riguarda il modo in cui, in un contesto segnato da nuove crisi e da crescenti disuguaglianze. i sistemi di welfare riescono a tenere insieme garanzia dei diritti sociali e promozione di nuovi (e vecchi) legami sociali.Inizio modulo
Gli approfondimenti al centro della rivista
In questo quadro, i contributi raccolti nel focus di Politiche Sociali/Social Policies 2/2025 affrontano il welfare di comunità da prospettive teoriche ed empiriche diverse, mettendone in luce la pluralità di significati e le ambivalenze.
De Nicola propone una ricostruzione genealogica del ruolo della “comunità” nel dibattito sul welfare europeo dagli anni Settanta a oggi, mostrando come il riferimento alla comunità possa essere interpretato sia come spazio di democratizzazione e ri-socializzazione del welfare, sia come strumento per ridurre le responsabilità pubbliche e promuovere forme di attivazione compatibili con logiche neoliberali.
Vallerani, Negrogno e Consoloni analizzano invece la centralità della comunità nella riforma delle cure primarie italiane e nel DM 77/2022, attraverso alcuni casi di partecipazione territoriale che mostrano come la comunità venga concretamente costruita e negoziata tra pratiche dal basso, dispositivi istituzionali e processi di governance.
Cancellieri si concentra sulle esperienze di rigenerazione urbana dal basso, evidenziando come queste possano generare spazi di innovazione sociale e partecipazione ma anche riprodurre forme di selettività sociale e neutralizzazione del conflitto.
Il contributo di Bifulco, Graziano e Mozzana esamina il programma milanese QuBì come esempio di riorganizzazione delle relazioni tra istituzioni pubbliche, fondazioni filantropiche e terzo settore, mostrando come il welfare di comunità possa diventare al tempo stesso un laboratorio di innovazione sociale e un dispositivo di proceduralizzazione e ridefinizione delle responsabilità pubbliche.
Borghi, Crotti e Giullari analizzano invece le trasformazioni del welfare sociosanitario locale attraverso la lente delle “infrastrutture della cura”, evidenziando le potenzialità ma anche le tensioni che emergono nei processi di territorializzazione della salute.
Busacca indaga le condizioni di funzionamento dei network nel welfare locale attraverso il confronto tra due esperienze italiane, mostrando come la qualità delle reti dipenda fortemente dalle risorse istituzionali e dalle capacità di coordinamento.
Licursi e Marcello analizzano invece i Patti educativi di comunità come strumenti di collaborazione tra scuola, istituzioni e attori territoriali per contrastare la povertà educativa, evidenziando le difficoltà di stabilizzare nel tempo queste esperienze senza un forte sostegno pubblico.
| Questo articolo sintetizza alcuni degli esiti del lavoro pubblicato sul numero 2/2025 di Politiche Sociali/Social Policies, rivista edita dal Mulino e promossa dalla rete ESPAnet-Italia. Per maggiori dettagli e citazioni: C. Mozzana e E. Polizzi, Introduzione al focus. Welfare di chi? Il welfare di comunità tra pratiche, discorsi e istituzioni, in «Politiche Sociali/Social Policies», 2/2025, pp. 309-329. |