“Affordability” sembra essere la parola del momento nella politica Usa.
Dopo che Zohran Mamdani è diventato sindaco di New York promettendo una città meno costosa per le persone normali, questo termine – traducibile in italiano con “accessibilità economica” – è diventato centrale nel dibattito pubblico statunitense.
Secondo un recente sondaggio, il 44% degli elettori Usa ritiene che avere una famiglia sia ormai diventato economicamente insostenibile. E, in questa percezione, a pesare è anche il costo dei servizi per l’infanzia, come gli asili nido.
Probabilmente è legato anche a questo il successo di Mamdani, che ha proposto la creazione di “un servizio di assistenza all’infanzia gratuito per tutti i newyorkesi di età compresa tra 6 settimane e 5 anni, garantendo programmi di alta qualità per tutte le famiglie”.
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Ora la sfida è rendere realtà questo punto del suo programma, che al momento è ancora una ambiziosa e costosa promessa. Ma intanto ci sono altri luoghi del Paese che hanno già mostrato come si posso agire anche sui servizi all’infanzia per affrontare il tema dell’affordability. Lo Stato del Vermont è uno di questi. Come racconta una video-inchiesta del New York Times, qui un’iniziativa di secondo welfare ha stimolato l’azione pubblica portando benefici concreti alle famiglie con figli. Ma andiamo con ordine.
Il resort sciistico che dà il buon esempio
Per molti anni il Vermont ha avuto un problema: i servizi per l’infanzia costavano troppo.
Alcuni genitori rinunciavano alla carriera e le imprese locali, in un contesto di popolazione calante, faticavano a trovare lavoratori.
Era così anche per il resort sciistico Smugglers’ Notch, guidato da Bill Stritzler. Stufo della carenza cronica di personale, nel 2022, Stritzler decide di offrire assistenza all’infanzia gratuita ai dipendenti. “Abbiamo annunciato un nuovo programma di venerdì e entro martedì eravamo al completo. Tutti i posti di lavoro erano stati occupati. Così abbiamo capito che avevamo davvero trovato qualcosa di efficace”, racconta.
Tra i primi assunti, c’è Becca Bishop, madre di due bambini, che aveva smesso di lavorare dopo le maternità a causa degli alti costi dei servizi. “Dopo aver pagato l’asilo nido, mi restavano forse una sessantina di dollari in più a settimana. A quel punto non ne valeva proprio la pena”, ricorda. Ora la situazione è diversa: “ho scelto di iniziare a lavorare qui esclusivamente per il servizio di assistenza all’infanzia che abbiamo”, dice.
Stritzler parla della sua esperienza con altri imprenditori e manager, che si muovono a livello statale per chiedere un provvedimento per rendere strutturale il modello testato dal resort Smugglers’ Notch. E per farlo, chiedono di introdurre una tassa sui salari.
L’attivista per i servizi per l’infanzia Allie Richards racconta con sorpresa quel momento, parlando col New York Times nella sede del governo statale a Montpelier. “Spesso le imprese entrano in questo edificio e dicono: ‘Per favore, non aumentate le tasse’. In questo caso, invece, la situazione si è completamente ribaltata”.
Una nuova tassa, chiesta dalle imprese
La richiesta apparentemente paradossale delle imprese riunitesi intorno allo Smugglers’ Notch resort diventa presto una proposta concreta di legge statale sull’assistenza all’infanzia. Si chiama Act 76 ed è stata approvata nel 2023. Introduce una nuova tassa sui salari dello 0,44% a carico dei datori di lavoro, che genera circa 125 milioni di dollari all’anno per finanziare i sussidi per l’assistenza all’infanzia.
Grazie a queste risorse, le famiglie pagano in base a una scala proporzionale al reddito. Così, nella pratica, una famiglia di quattro persone con un reddito modesto, intorno ai 55.000 dollari l’anno, non paga alcuna retta per l’assistenza all’infanzia. Le famiglie con redditi più alti pagano una quota a loro carico. Ad esempio, se una famiglia può contare su circa 120.000 dollari annui, pagherà una retta mensile intorno ai 900 dollari. In generale, la quota a carico delle famiglie che accedono al sussidio dovrebbe sempre restare al di sotto del 10% del loro reddito.
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La legge è pienamente in vigore solo da un anno, ma i nuovi finanziamenti hanno già portato alla creazione di oltre 1.200 nuovi posti nei servizi per l’infanzia in tutto il Vermont, che ha poco meno di 650.000 abitanti. Per anni, molti centri per l’infanzia avevano chiuso perché non riuscivano a coprire i costi; ora invece ne stanno aprendo di nuovi, come quello visitato dal New York Times nella cittadina agricola di Addison.
Michelle Bishop sognava da tempo di aprire un asilo nido, ma non poteva permetterselo finché non ha potuto contare sul fatto che lo Stato avrebbe versato in media più di 400 dollari a bambino ogni settimana. “Abbiamo 16 bambini iscritti. L’80% di loro riceve un sussidio”, spiega Bishop. I finanziamenti statali hanno anche fatto sì che potesse finalmente permettersi di pagare ai suoi dipendenti un salario dignitoso.
Più asili, più lavoratori, più figli?
A livello statale, il New York Times spiega che al Vermont mancano ancora parecchi posti nei servizi per l’infanzia per soddisfare completamente la domanda. La nuova legge però ha certamente migliorato la situazione e portato cambiamenti significativi nelle vite delle persone, quantomeno di quelle intervistate.
Becca Bishop pensa di restare a vivere in Vermont ora che ha un lavoro allo Smugglers’ Notch e, grazie alle minori spese, può pensare di investire in una casa più grande. L’altra Bishop, Michelle, invece pensa di ingrandire il suo asilo nido, perché c’è richiesta di posti. “Apriremo una nuova classe in primavera”, dice.
E poi c’è Alison Burns che, insieme al marito, voleva un terzo figlio. L’asilo per i primi due, però, costava già 3.500 dollari al mese: “più di due volte il nostro mutuo”, ricorda la donna. “Non c’era alcun modo di far quadrare i conti così”. Ora, invece, lei e il marito sono finalmente riusciti ad avere il loro terzo bambino, perché sapevano che il costo dell’assistenza all’infanzia sarebbe stato di circa 30.000 dollari in meno all’anno rispetto a quanto avrebbero pagato senza la nuova legge.
Un esempio da seguire
La loro è una singola storia e, come abbiamo scritto anche su Percorsi di Secondo Welfare più volte, non v’è una correlazione diretta e immediata tra posti nei servizi per l’infanzia e tassi di fecondità. Rimane però un dato economico molto significativo e il fatto che l’esempio del Vermont garantisca una serie di benefici collettivi che prescindono dall’eventuale aumento della natalità.
Per questo, già nel 2024, l’esperto statunitense di politiche familiari Elliot Haspel definiva questo caso locale uno dei “modi equi per finanziare un’assistenza all’infanzia più accessibile, di alta qualità e conveniente”. A suo parere, quello che hanno fatto le imprese del Vermont è ciò di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per uscire da quella che lui definisce l’emergenza dei servizi per l’infanzia.
Non è l’unico Stato ad essersi mosso. Haspel ha spiegato alla testata on line The 19th che anche lo stato del Massachusetts, Washington D.C. e la città di Portland hanno imposto tasse alle famiglie ad alto reddito per aiutare a finanziare l’assistenza all’infanzia. “Quando ci importa di qualcosa e decidiamo che ha un valore sociale sufficiente – ha concluso l’esperto – troviamo i soldi”. In Vermont l’hanno fatto. New York può iniziare a guardare lì per mantenere la promessa.