C’è un giardino nel cuore del quartiere San Giuseppe-Santa Chiara a Trento che, da area verde, è diventato laboratorio di cittadinanza attiva. Si chiama Giardino ex Caserme Duca d’Aosta, e da qualche mese è un bene comune gestito attraverso un Patto di Collaborazione sottoscritto da 15 realtà tra associazioni, scuole, cooperative e gruppi informali, insieme al Comune di Trento.
Il percorso, promosso dalla Circoscrizione locale sulla scia della Strategia per lo Sviluppo del Volontariato Locale di Trento Capitale Europea del Volontariato 2024, aveva l’obiettivo di trasformare questo spazio in un luogo di comunità e crocevia di relazioni.
Svolta – spazio di progettazione sociale promosso da CSV Trentino, Fondazione Caritro e Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale – ha avuto il compito di facilitare questo percorso di 6 mesi fatto non solo di laboratori e momenti di confronto tra cittadinanza e Pubblica Amministrazione, ma soprattutto di ascolto e costruzione di fiducia. Ecco cosa abbiamo imparato.
La magia del processo, non solo del risultato
Il quartiere San Giuseppe-Santa Chiara è un microcosmo di diversità: secondo gli ultimi dati disponibili (Comune di Trento 2024), il 15% della popolazione è di origine straniera, ci sono molte famiglie con minori, e il 28% di persone over 65. Questa composizione ha influenzato profondamente il percorso partecipativo: da un lato offrendo una ricchezza di prospettive, dall’altro richiedendo modalità capaci di intercettare voci diverse e spesso “fioche”.
Un primo ciclo di incontri ha fatto emergere bisogni e desideri. Non si trattava di “riqualificare” il giardino in senso tradizionale, ma di attivare una relazione diversa tra Comune e comunità per far sì che quel giardino potesse essere uno spazio di relazione all’altezza delle istanze delle persone che lo abitano. Tre gli obiettivi condivisi in questa fase: valorizzare le iniziative già attive nel quartiere, ripensare gli spazi del giardino anche per affrontare piccoli conflitti esistenti, e coinvolgere persone nuove e diverse.

Una delle sfide più grandi è stata quella di tradurre queste intenzioni in linee d’azione concrete. Il nostro ruolo di facilitazione si è intrecciato con quello di mediazione tra il linguaggio della comunità e quello dell’amministrazione, supportando l’Ufficio Beni Comuni del Comune di Trento nella revisione del modello di Patto di Collaborazione utilizzato fin qui, semplificando lessico e forma senza tradire il “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini ed amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”. Perché un patto deve essere chiaro, trasparente e rappresentare una mappa di intenti condivisa per tutte le persone, le associazioni e le realtà coinvolte.
Le luci e le ombre: i rischi di un percorso partecipato
Non è stato tutto lineare. Abbiamo osservato alcuni limiti che appartengono a questo tipo di percorsi sia riguardo alla capacità degli enti più strutturati – la Circoscrizione, un Comune o anche un’organizzazione del Terzo Settore organizzato – di coinvolgere persone nuove, sia rispetto alle dinamiche di fiducia che riguardano i processi partecipativi e di prossimità.
Il primo rischio è la selezione involontaria delle partecipanti. Nei nostri incontri spesso è mancata la voce diretta di giovani, famiglie di origine straniera, persone anziane che quel giardino lo vivono ogni giorno. Orari serali, luoghi istituzionali, un linguaggio che rischia di essere troppo tecnico hanno favorito persone già attive e presenti. È la trappola dell’auto-selezione: senza un investimento nella costruzione di legami di fiducia, i percorsi partecipativi rischiano di coinvolgere solo chi è già parte attiva della comunità (The Care Collective 2021).
Il secondo ostacolo riguarda le aspettative disattese. Spesso il patto viene visto come uno strumento per “ottenere” qualcosa dall’amministrazione, più che come un’alleanza basata su impegni reciproci. Servono chiarezza fin dall’inizio e continui momenti di restituzione con le parti coinvolte. Parole come “riqualificazione” possono generare attese di grandi interventi, quando invece il cuore del patto è spesso la cura quotidiana e l’animazione.
Infine, la complessità della governance. Il coinvolgimento di più servizi comunali – come in questo percorso – è una ricchezza, ma richiede anche una volontà comune e un coordinamento forte. Da qui l’interesse degli stessi uffici comunali che hanno partecipato a sviluppare competenze specifiche per i processi partecipativi, creando o rafforzando un presidio amministrativo dedicato, capace di accompagnare cittadinanza e istituzioni e promuovere una cultura di amministrazione condivisa.
Le opportunità: una nuova alleanza tra cittadinanza e istituzioni
Al cuore di queste questioni c’è la partita della “prossimità”, da intendere come luogo, ma soprattutto come metodo e postura per attivare iniziative partecipate. Occorre investire tempo, dare continuità, attivare empatia e chiarezza (nella comunicazione, negli obiettivi e nei metodi) perché l’attivazione di un percorso su un territorio non sia vista come una perdita di tempo o un intervento sporadico ma come opportunità concreta per vivere meglio.
Questo percorso, nel suo piccolo, è uno dei molti esempi di come l’amministrazione condivisa sia, di fatto, un processo abilitante.
Ha permesso di rafforzare relazioni e attivarne di nuove, sperimentare pratiche di coprogettazione e costruire un linguaggio comune. Il supporto all’amministrazione e il contatto costante con tutti gli attori coinvolti hanno permesso di snellire le procedure, e attivare un dialogo che permettesse di tenere insieme le diverse voci. Ora quel giardino non è più solo un’area verde: è un laboratorio di democrazia quotidiana.
Cosa portiamo con noi
La partecipazione è un processo che va coltivato nel tempo. Servono tempi lunghi, ascolto attivo, flessibilità. Servono figure ed enti capaci di costruire fiducia prima di tutto. Il loro ruolo non è sostituirsi alla comunità o all’amministrazione, ma creare spazi sicuri dove le persone possono esprimersi e mettersi in gioco. È proprio questo lavoro sulla relazione, svolto in questo caso con una facilitazione esterna e imparziale, ad essere cruciale per superare la diffidenza e rafforzare l’alleanza tra istituzioni, organizzazioni e cittadinanza.
Questo percorso ci ha insegnato che i Patti funzionano solo se radicati in modalità chiare e condivise. Il sopralluogo collettivo, ad esempio, è valso più di tante riunioni: camminare insieme ha aiutato a tradurre le idee in proposte concrete, dimostrando quanto sia necessario insistere sulla corresponsabilità.
In primis, serve una visione chiara e coordinata da parte dell’amministrazione: i Patti di Collaborazione non possono rimanere esperimenti isolati, ma devono inserirsi in una strategia cittadina organica per i beni comuni. A Trento, il terreno è fertile. La sfida ora è dare continuità a queste pratiche, ad esempio immaginando (per Trento come per altre città e paesi) l’attivazione di Piani Comunali per i Beni Comuni, strumenti di programmazione capaci di dare una cornice di riferimento chiara e di radicare gli interventi di amministrazione condivisa nei documenti che guidano l’azione delle Amministrazioni comunali.
Per approfondire
- Comune di Trento (2024), Annuario Statistico Comunale 2023, Ufficio Studi e Statistica, 31 dicembre 2024.
- The Care Collective (2021), Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, Roma, Alegre.