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Terzo Settore

Prossimità e capacity building: reti e spazi riflessivi per il welfare che cambia

Alla Biennale della Prossimità di Torino è stato presentato il volume "La prossimità. Uno sguardo all’incrocio tra politiche, comunità e relazioni" curato da Gianfranco Marocchi, che raccoglie oltre dieci anni di riflessioni sul tema. Nel libro c'è un anche un capitolo di Percorsi di Secondo Welfare sulle competenze che servono per far durare la collaborazione nei territori.

Da parola di nicchia a concetto evocato ovunque: la prossimità non indica più soltanto un servizio fisicamente più vicino, ma la capacità di costruire un futuro comune attraverso relazioni, dialogo ed empatia. È la sfida al centro di “La prossimità. Uno sguardo all’incrocio tra politiche, comunità e relazioni“, il volume a cura di Gianfranco Marocchi pubblicato da Pacini Editore e presentato giovedì 1° ottobre a Torino nell’ambito della Biennale della Prossimità. Il libro raccoglie esperienze maturate in oltre dieci anni di percorsi attorno alla Biennale e sguardi disciplinari diversi sviluppati in tale contesto, tra cui quello di Percorsi di Secondo Welfare.

Il capitolo 11 “Prossimità e capacity building: costruire reti, competenze e spazi riflessivi per il welfare che cambia” è infatti scritto da Chiara Agostini, Alice Sofia Fanelli e Anastasia Rita Guarna, ricercatrici del nostro Laboratorio. Il punto di partenza della loro riflessione è un welfare chiamato a muoversi in un contesto di policrisi, in cui la prossimità, intesa come capacità di attivare collaborazioni tra i soggetti di un territorio per rispondere a bisogni comuni, ha assunto un peso crescente. Secondo le autrici, negli ultimi trent’anni si è passati dal “mettersi insieme” all’“agire insieme”: oggi serve un ulteriore salto verso lo “stare insieme”, cioè verso spazi in cui le reti possano riflettere su ciò che fanno. È qui che entra in gioco il capacity building, inteso come processo intenzionale di rafforzamento delle competenze.

In tal senso, il capitolo individua quattro ambiti di competenza da coltivare:

  • relazionali, per riconoscere e connettere attori con linguaggi e culture diverse;
  • professionali, per leggere i bisogni e condividere strumenti di analisi, progettazione e valutazione;
  • organizzative, per curare ruoli, tempi e responsabilità con un’organizzazione “leggera” che non irrigidisca la collaborazione;
  • riflessive, per interrogarsi sul senso e sugli effetti delle pratiche.

A questi ambiti corrispondono quattro strumenti: il rafforzamento delle reti di prossimità, la costruzione di un quadro conoscitivo condiviso a partire dai dati del territorio, l’accompagnamento da parte di figure di facilitazione e la creazione di luoghi di pensiero dedicati alla riflessione collettiva.

La conclusione è netta: la prossimità non può essere affidata alla sola spontaneità dei territori, altrimenti rischia di restare fragile e discontinua. Per questo, secondo le autrici, il capacity building non va letto come un insieme di attività formative, ma come un processo continuo. È ciò che aiuta le reti a leggere le trasformazioni in corso, anticipare nuovi bisogni e spostare il welfare da una logica riparativa verso prevenzione e risposte integrate.