| L’articolo che segue è tratto dal numero 2/2025 di Quaderni di Economia Sociale, la rivista promossa da SRM e Fondazione CON IL SUD in collaborazione con Intesa Sanpaolo per raccontare il mondo della solidarietà, del non profit e della partecipazione civica, mettendo in luce il ruolo crescente dell’economia sociale come infrastruttura strategica per il futuro del Paese. Si scarica qui. |
L’agenda dell’Unione europea (Ue) è mutata profondamente negli ultimi due decenni. A seguito dell’eurocrisi, dopo un ripiego verso politiche di austerità e un irrigidimento della dimensione economica del progetto di integrazione, l’Ue ha riscoperto la propria dimensione sociale, enunciata nei 20 principi e diritti fondamentali inclusi nel Pilastro europeo dei diritti sociali del 2017.
Il presente contributo, che prende le mosse dall’expert survey realizzata dal Laboratorio Percorsi di secondo welfare nella prima parte del 2025, propone una breve disamina delle dinamiche di integrazione dell’economia sociale nel settore del welfare in Italia. L’integrazione delle logiche dell’economia sociale nell’offerta dei servizi di welfare è, infatti, un processo necessario per uno sviluppo socio-economico inclusivo e rispettoso delle persone e dell’ambiente. Nel contesto italiano, il settore pubblico gioca tradizionalmente un ruolo chiave nell’offerta di servizi di welfare. L’implementazione del paradigma dell’economia sociale all’interno di tale offerta, sia a livello nazionale sia, in particolare, a livello locale, non può dunque prescindere dalla volontà e dalla capacità del settore pubblico di farsi promotore e guida nei processi di trasformazione.
Negli ultimi anni, si è assistito ad un progressivo riconoscimento dell’importanza dell’economia sociale nel garantire uno sviluppo equo e sostenibile, valorizzando le dinamiche di collaborazione tra organizzazioni appartenenti a settori diversi e riducendo le disuguaglianze nell’accesso ai servizi. L’economia sociale si è diffusa in termini di complementarietà rispetto al settore pubblico, nel tentativo di rispondere ai bisogni sempre più complessi della popolazione, derivanti dai processi di trasformazione socio economica in atto. La diffusione dell’economia sociale è avvenuta per lo più seguendo un’ottica di sviluppo inclusivo, innovativo, sostenibile e rispettoso delle persone e dell’ambiente.
L’economia sociale al centro della Expert Survey di Percorsi di Secondo Welfare
Tuttavia, le amministrazioni pubbliche hanno faticato ad integrare il contributo delle organizzazioni dell’economia sociale all’interno delle pratiche più consolidate di offerta di servizi di welfare destinati alla comunità. Sebbene a livello locale tale difficoltà risulti minore – se si guarda al fiorire di tutte le iniziative di economia sociale emerse sul territorio, caratterizzato da una notevole effervescenza, secondo logiche partecipative e di co-produzione – lo stesso non può dirsi per il livello nazionale. Infatti, solo in tempi recenti in Italia si è giunti alla stesura della prima versione di un Piano d’azione nazionale per l’economia sociale, nonostante le richieste delle istituzioni europee di dotarsi, entro la fine del 2025, di una strategia nazionale per lo sviluppo dell’economia sociale.
La diffusione dell’economia sociale si è manifestata, nel contesto italiano, con tempi diversi tra le varie regioni. In questo contesto a velocità multiple, la dimensione locale ha rivestito un’importanza maggiore, sfruttando le possibilità di collaborazione tra settore pubblico e organizzazioni dell’economia sociale, anche grazie alla prossimità di enti e organizzazioni alla comunità dei cittadini. Allo stato attuale, le organizzazioni dell’economia sociale costituiscono una realtà imprescindibile per lo sviluppo socio-economico, come dimostrato dalla presenza capillare sui territori.
Il presente contributo si propone di ripercorrere lo sviluppo dell’economia sociale nel contesto italiano, a partire dalle iniziative a livello internazionale ed europeo, fino a giungere alle declinazioni su scala locale. Centrale è il cambiamento culturale necessario a livello di amministrazione pubblica e Terzo Settore affinché lo sviluppo dell’economia sociale possa essere effettivamente promosso secondo logiche partecipative e di collaborazione multi-attore e multi-livello.
Economia sociale tra definizione e pratica
L’economia sociale rappresenta un concetto e un perimetro di attività e organizzazioni dai contorni ancora fumosi. Qui si rimanda alla cornice di riferimento proposta dalla Commissione Europea che, all’interno del Social Economy Action Plan del 2021, adotta una definizione ampia dell’economia sociale, atta ad abbracciare le peculiarità organizzative dei diversi stati membri1. L’Action Plan si sviluppa attorno a due pilastri: economico e sociale. Da tale prospettiva, le organizzazioni dell’economia sociale presentano alcune caratteristiche distintive, ovvero il primato delle persone rispetto al profitto, il perseguimento di finalità sociali e ambientali, il reinvestimento degli utili in attività di interesse collettivo o di interesse generale, la governance democratica e partecipativa. Questo perimetro definitorio porta a comprendere diverse realtà organizzative, quali società cooperative, associazioni, società mutualistiche, fondazioni e imprese sociali. Queste realtà organizzative dovrebbero essere tutte animate da obiettivi chiave comuni, quali crescita economica stabile e sostenibile, distribuzione del reddito e della ricchezza maggiormente equa, risposta adeguata ai bisogni sociali.
Inoltre, l’Action Plan prevede 60 azioni su un arco temporale di dieci anni, costituite attorno a tre aree principali, ovvero la predisposizione di condizioni di contesto favorevoli allo sviluppo dell’economia sociale (riconoscimento giuridico, adozione di politiche, aiuti di stato, public procurement), la creazione di condizioni di sviluppo attraverso l’inserimento dell’economia sociale in strategie europee (transizione ecologica, transizione digitale, strategia industriale), e la costruzione di una narrativa che porti al riconoscimento pubblico del potenziale dell’economia sociale (iniziative di formazione, raccolta e analisi dei dati, creazione di competenze, comunicazione).
In primo luogo, l’invito delle istituzioni europee si è tradotto in iniziative territoriali. Al di là della cornice definitoria e della fumosità che la connota, la pratica è infatti resa salda da molteplici iniziative sorte sui territori al fine di generare valore sociale per le comunità presenti sui territori stessi. Dunque, lo sviluppo dell’economia sociale è avvenuto nell’intento di favorire una crescita inclusiva, che fornisse risposta alle comunità, combinando gli interessi economici con istanze sociali, ambientali e digitali.
In secondo luogo, l’attenzione istituzionale inizialmente promossa a livello internazionale ha portato a politiche e riforme sul piano nazionale, sebbene la salienza del tema dell’economia sociale sia di recente diminuita all’interno delle istituzioni europee, come denunciato all’interno di un appello sottoscritto da Social Economy Europe2, che sottolinea le potenziali conseguenze negative della minore attenzione al tema dell’economia sociale a livello europeo che potrebbe condurre a fasi di stallo se non addirittura marcia indietro nei progressi fatti a livello nazionale. Nella prima parte del 2025, l’unità della Commissione Europea impegnata per l’economia sociale è stata rimossa dalla DG GROW, di fatto espungendo l’economia sociale dalle strategie di sviluppo industriale e dalle politiche economiche europee. Stessa sorte è toccata ad alcuni fondi europei per lo sviluppo dell’economia e dell’imprenditoria sociale, con conseguenze impreviste e profondamente negative sui progetti già in atto. Fortunatamente, il processo di sviluppo dell’economia sociale è rimasto attivo nel contesto italiano, grazie alle organizzazioni dell’economia sociale e alle amministrazioni pubbliche che non hanno abbandonato il processo di sviluppo della stessa.
In Italia, l’importanza dell’economia sociale si rispecchia nel ruolo svolto dal Terzo Settore, che trova ulteriore conferma all’interno della Riforma del Terzo Settore che, appunto, lo vede protagonista. Il Decreto legislativo n. 117 del 3 Luglio 2017, noto come Codice del Terzo Settore (CTS), ha riconosciuto e normato, tra le varie misure introdotte, anche il rapporto tra pubblica amministrazione ed enti del Terzo Settore, coinvolgendo attivamente quest’ultimi nella programmazione e nella gestione di servizi. È l’art. 55, in particolare, che ha offerto nuove opportuintà alle organizzazioni dell’economia sociale, ampliando la modalità di utilizzo della coprogettazione: dalle circostanze specifiche di interventi sperimentali e innovativi (evocati dalla Legge 328/2000 e dal DPCM 30 marzo 2001) a tutti i settori di interesse generale individuati dal CTS e che riportino una logica diversa da quella prestazionale. L’art. 55 ha favorito, quindi, il dialogo tra pubblica amministrazione e Terzo Settore – richiamando come riferimento normativo la Legge 241/1990 – riconoscendo il ruolo dell’ente pubblico come animatore degli interventi e servizi sociali volti al benessere dei cittadini e assicurando il coinvolgimento attivo del Terzo Settore attraverso coprogrammazione, coprogettazione e accreditamento (Maino e Guarna, 2023).
Per quanto riguarda, invece, l’economia sociale in senso stretto, solo recentemente si è giunti all’approvazione di un Piano nazionale per l’economia sociale3, come illustrato nell’ultima sezione. L’importanza pratica dell’economia sociale nel contesto italiano è testimoniata dai dati. Secondo Istat (2025), nel 2022, le organizzazioni dell’economia sociale attive in Italia sono circa 400 mila, con approssimativamente 1 milione e mezzo di occupati e più di 4 milioni e mezzo di volontari. Tali organizzazioni sono prevalentemente operative al Nord, con una concentrazione maggiore nella regione Lombardia (circa 60 mila organizzazioni). Secondo i dati della expert survey realizzata nel 2025 dal Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare4, i settori che vedono un contributo più attivo delle organizzazioni dell’economia sociale sono quelli dei servizi alla persona, in particolare le aree delle politiche per l’inclusione sociale e i gruppi vulnerabili, l’assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti, la disabilità, nonché i servizi per l’infanzia, i servizi educativi, l’istruzione e la formazione (Figura 1).

Si evince, dunque, come le realtà dell’economia sociale abbiano un peso rilevante nella produzione del benessere collettivo, attraverso processi di cambiamento fondati su principi di equità nell’accesso ai servizi, giustizia sociale, innovazione tecnologica e tutela ambientale.
Economia sociale e servizi di welfare
In tempi recenti, il welfare pubblico è stato sottoposto a notevoli pressioni, derivanti da crisi ed emergenze, nuovi e vecchi rischi sociali, e vincoli di risorse. Ciò ha portato a prestare maggiore attenzione all’offerta dei servizi di welfare generata da attori non pubblici, quali le organizzazioni dell’economia sociale – come, in particolare, imprese cooperative e imprese sociali – all’interno di una prospettiva di governance collaborativa (Ansell e Gash, 2008; 2018).
In un contesto di profonda crisi, le organizzazioni dell’economia sociale hanno iniziato a svolgere un ruolo fondamentale di complemento all’offerta di servizi di welfare da parte del settore pubblico. La numerosità delle organizzazioni, la loro capillarità e la capacità di risposta spesso più rapida e flessibile rispetto a quella del soggetto pubblico, sottoposto a vincoli e procedure più stringenti, ha reso le stesse attori centrali dell’offerta di welfare. La maggioranza degli esperti della expert survey sopra citata ritiene che il welfare pubblico sia in grado soltanto in parte di rispondere ai bisogni sociali, e che quindi le organizzazioni dell’economia sociale possano fungere da supporto, confermando l’idea che l’economia sociale non è più vista come marginale o emergenziale, ma come parte integrante dell’architettura dei servizi di welfare. Tale centralità si rileva soprattutto a livello locale, dove l’offerta di servizi ha subito un ripensamento alla luce dello sviluppo di dinamiche collaborative tra attori. Sono proprio le amministrazioni periferiche, al di là delle stesse organizzazioni, che secondo gli esperti possono favorire lo sviluppo dell’economia sociale, molto più che l’amministrazione centrale o l’Unione Europea (Figura 2).

In questo contesto, il settore pubblico resta il coordinatore dei vari soggetti che partecipano al sistema di offerta di servizi, in una logica di sviluppo socioeconomico inclusivo. Se il ruolo del settore pubblico è centrale per garantire stabilità, scalabilità e coordinamento delle esperienze, la sfida è, per le stesse organizzazioni dell’economia sociale, quella di non percepirsi più come organismi operativi nella fornitura di servizi commissionati e decisi dal settore pubblico, ma assumersi la responsabilità di collaborare nel disegno dei servizi attraverso un processo di intercettazione dei bisogni della comunità. Tuttavia, le stesse organizzazioni dell’economia sociale non si dimostrano sempre in grado di operare questo salto, soprattutto a causa di elementi interni, legati alla gestione delle culture organizzative diverse e all’adozione di modelli e processi collaborativi e condivisi, che costituiscono le principali difficoltà che le organizzazioni incontrano quando collaborano tra loro nell’ambito del welfare (Figura 3).

Anche nell’economia sociale si ravvisa la presenza di meccanismi di competizione, che tuttavia non sono tanto legati ad elementi organizzativi, quanto alle relazioni strategiche e istituzionali (Figura 4), a ulteriore conferma di come i governi, locale e nazionale, siano percepiti dalle organizzazioni come soggetti in grado di favorire la propria azione.

Un ulteriore limite che si riscontra nell’offerta di servizi di welfare da parte delle organizzazioni dell’economia sociale nel settore è costituito dalla circostanza che il ruolo dell’economia sociale goda di particolare riconoscimento nell’ambito dei servizi alla persona – inclusione sociale, disabilità, non autosufficienza, educazione – mentre risulta meno visibile in ambiti altrettanto strategici come sanità, conciliazione, abitare e lavoro. Questo suggerisce una settorializzazione che potrebbe risultare limitante sia per la capacità di dare risposta a rischi e bisogni sociali emergenti, sia rispetto all’ampiezza e lungimiranza degli obiettivi europei iniziali di allargamento dell’economia sociale a nuovi settori, quali ambiente e digitale.
Il Piano d’azione italiano per l’economia sociale
Un ulteriore impulso allo sviluppo dell’economia sociale, nonché l’esigenza di inserire il tema all’interno del dibattito italiano, si è avuto con la Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea nel 20235, con la volontà dichiarata di sollecitare gli stati membri ad approvare e attuare Piani nazionali per l’economia sociale entro la fine del 2025, declinando le indicazioni europee rispetto alle caratteristiche territoriali.
Fino a tempi recentissimi la situazione italiana, a livello nazionale, è stata piuttosto ferma, contribuendo ad alimentare un clima caratterizzato da mancanza di chiarezza rispetto al significato e al ruolo dell’economia sociale. Una mancanza di chiarezza che si è spesso manifestata nella sovrapposizione tra economia sociale e Terzo Settore.
Per formulare una risposta alla Raccomandazione del 2023, durante il 2025 presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze è stato istituito un gruppo di lavoro dedicato all’economia sociale, al fine di elaborare i contenuti del Piano. Si è così giunti, nell’ottobre 2025, alla predisposizione di un primo documento del Piano d’azione nazionale. L’intento politico del Piano è quello di costruire una narrazione dell’economia sociale da intendersi come infrastruttura strategica, dotata di strumenti per valorizzare e mettere a sistema le esperienze territoriali. Le iniziative locali già sorte da tempo generano infatti un valore innegabile per le comunità, in virtù della prossimità alle esigenze della cittadinanza. Inoltre, in assenza di una visione istituzionale a livello nazionale, negli anni si sono sviluppate connessioni tra i vari territori, nel tentativo di mettere a sistema le singole esperienze.
Che cosa prevede il Piano d’Azione per l’Economia Sociale dell’Italia
Il Piano nazionale è stato aperto a consultazione pubblica ad ottobre 2025, così da coinvolgere sindacati, associazioni di categoria, organizzazioni dell’economia sociale e organi professionali. L’obiettivo principale del Piano è quello di promuovere la crescita dell’economia sociale offrendo una guida da applicarsi su tutto il territorio nazionale, partendo dalla cornice europea e adattandola alle specificità del contesto italiano. In linea con quanto stabilito a livello europeo, contesto in cui si guarda alle caratteristiche delle organizzazioni più che alla costituzione giuridica, il Piano si propone di definire il perimetro dell’economia sociale, individuando le organizzazioni titolate a farne parte (per evitare anche fraintendimenti semantici con gli enti appartenenti al Terzo Settore), in virtù della vocazione alla ricerca del primato delle persone, della società e dell’ambiente rispetto al mero profitto; della volontà dichiarata ed agita di reinvestire gli utili in attività di interesse generale o collettivo; della gestione secondo logiche di governance democratica o partecipativa.
Il Piano pone l’accento anche sulla questione delle risorse e dei finanziamenti, al fine di rendere più agevole l’accesso al credito e ai finanziamenti per le organizzazioni dell’economia sociale. Gli strumenti finanziari sono visti come leva principale per uno sviluppo di lungo periodo e in relazione alla produzione di servizi di utilità generale. Su questo punto, i contenuti del Piano si concentrano sulla necessità di riconoscere le specificità delle organizzazioni dell’economia sociale, nonché sull’invito alle organizzazioni stesse ad usufruire pienamente della disciplina sugli aiuti di Stato e sui servizi di interesse economico generale.
Il Piano riconosce inoltre nella amministrazione condivisa – elemento già fortemente valorizzato dai piani per l’economia sociale di alcune realtà territoriali, come quello dell’Area Metropolitana di Bologna e di Torino6 – uno strumento strategico per promuovere la co-programmazione e la co-progettazione tra settore pubblico e settore privato.
Inoltre, il Piano mostra la volontà di agire a livello istituzionale, con la predisposizione di una struttura fisica presso il MEF che si occupi delle attività di predisposizione delle azioni necessarie all’attuazione del Piano, coordinamento con altri programmi nazionali e internazionali, promozione dell’economia sociale, monitoraggio e valutazione, anche attraverso analisi e ricerche scientifiche.
Amministrazione condivisa: gli ingredienti che servono per l’impatto
Il Piano individua poi le aree di intervento all’interno delle quali le organizzazioni dell’economia sociale possono esercitare efficacemente il loro contributo allo sviluppo economico e sociale del Paese, quali la transizione ecologica e l’urbanistica, promuovendo housing sociale e rigenerazione urbana attraverso la valorizzazione del patrimonio immobiliare esistente e spesso non utilizzato. E sul fronte occupazionale, intende promuovere azioni rivolte all’inserimento di persone fragili, in un’ottica di integrazione e valorizzazione delle competenze. Il Piano d’azione interviene anche sul versante formativo – area di intervento che risulta prioritaria anche nella expert survey condotta dal Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare7– proponendo di trattare il tema dell’economia sociale nei percorsi formativi indirizzati alle amministrazioni pubbliche e di valorizzare iniziative che hanno previsto la misurazione dell’impatto sociale.
Infine, come già avviene nella prassi – si pensi alle iniziative di welfare aziendale già ampiamente diffuse, soprattutto al Nord e nelle imprese di più grandi dimensioni – il Piano incoraggia una triangolazione tra settori, prevedendo lo sviluppo di relazioni non solo tra settore pubblico e Terzo Settore, ma che coinvolgano anche il settore privato in una dinamica tripolare nella produzione di valore sociale. Le cooperative sociali sono sempre più soggette al fenomeno della “mercatizzazione” 8, ovvero della vendita diretta di servizi a soggetti privati, che costituisce una sfida nuova nel bilanciamento tra ricerca di maggiore autonomia e innovazione nella produzione di valore sociale e difesa dei valori fondanti delle organizzazioni dell’economia sociale, quali l’uguaglianza nell’accesso ai servizi.
Conclusioni
Al fine di valorizzare il ruolo dell’economia sociale all’interno dei servizi di welfare, le sfide recenti impongono l’adozione di modelli di governance collaborativa. Lo sviluppo dell’economia sociale in questo senso, infatti, richiede l’impegno sinergico tra amministrazione pubblica, settore privato e Terzo Settore. Le amministrazioni locali, insieme alle organizzazioni dell’economia sociale e agli enti privati, possono svolgere un ruolo propulsivo, facilitando la costituzione di piattaforme collaborative e procedure fondate su meccanismi di coprogrammazione e coprogettazione, che possano contribuire ad uno sviluppo coordinato dell’economia sociale.
Anche a seguito della stesura del Piano nazionale per l’economia sociale, che rende il tema non più trascurabile, sarebbe importante investire nei processi e nelle relazioni tra settore pubblico e organizzazioni dell’economia sociale, così come tra le stesse organizzazioni dell’economia sociale, superando la logica degli appalti che per anni ha soffocato la propensione alla collaborazione e ha alimentato rapporti conflittuali, tensioni, sfiducia e persino contenziosi.
Sarebbe auspicabile, se non addirittura urgente, incentivare la presenza dell’economia sociale in settori ancora poco presidiati, ma cruciali per la tenuta del sistema sociale e lo sviluppo economico, quali le politiche su housing, lavoro, salute mentale, digitalizzazione e transizione ecologica.
Senza dubbio, la presenza del Piano nazionale potrebbe fornire una base comune necessaria per mitigare le disparità attualmente presenti a livello di territorio se si guarda allo sviluppo di piani locali di economia sociale, incentivando lo sviluppo dell’economia sociale anche nelle regioni del Sud. Infatti, le iniziative di economia sociale si sono sviluppate principalmente nelle aree metropolitane delle principali città del Nord Italia, portando ad uno sviluppo dell’economia sociale diversificato tra aree geografiche (Colombo e Regini, 2016). Secondo i dati del sistema informativo Excelsior (2023), la maggioranza delle iniziative di economia sociale ha avuto luogo nel Nord Italia, con la Lombardia a fare da traino (circa il 15% delle iniziative totali); le stesse dinamiche si riflettono nel numero di occupati e volontari che prestano la loro opera nelle organizzazioni dell’economia sociale, con valori maggiori al Nord e in Lombardia, che occupa circa il 20% degli addetti. Con l’avvento del Piano, si renderà possibile la diffusione non solo orizzontale, ma anche in termini di scalabilità verso l’alto, delle pratiche adottate su scala locale, accrescendo la portata che l’economia sociale esercita in termini di cambiamento di sistema a livello nazionale.
Inoltre, il Piano sembra fornire una prima risposta al tema degli strumenti finanziari – attraverso l’estensione del Fondo di garanzia agli enti dell’economia sociale, stimolando gli investimenti nei confronti dei soggetti dell’economia sociale, la predisposizione dello strumento del rating sociale, la predisposizione di un soggetto destinato alla gestione e al monitoraggio delle risorse – la cui mancanza rende complessa un’adeguata pianificazione dei servizi di welfare da parte delle organizzazioni dell’economia sociale. Fondamentale resta il tema del social procurement, per stimolare le organizzazioni dell’economia sociale ad utilizzare propriamente e in maniera piena gli appositi finanziamenti pubblici, previsti per quelle realtà organizzative che producono impatto sociale sui territori in cui operano.
Riferimenti bibliografici
- Ansell, C. e Gash, A. (2008), Collaborative Governance in Theory and Practice. Journal of Public Administration Research and Theory, 18(4): 543-571.
- Ansell, C. e Gash, A. (2018), Collaborative platforms as a governance strategy, Journal of public administration research and theory, 28(1): 16-32.
- Colombo, S. e Regini, M. (2016), Territorial differences in the Italian ‘social model’. Regional Studies, 50(1): 20-34.
- European Commission (2021), Building an economy that works for people: an action plan for the social economy. COM(2021)778.
- European Commission (2023), Proposal for a Council recommendation on developing social economy framework conditions. COM(2023)316.
- Fazzi, L., Decorte, J., Maturo, M. e Pisani, G. (2025), La mercatizzazione dei servizi sociali nel welfare locale in Italia. Rapporto di ricerca 43 | 25, Euricse.
- Florio, R. (2025a), Quando l’economia sociale diventa riferimento per lo sviluppo territoriale, Percorsi di secondo welfare, 26 febbraio 2025.
- Florio, R. (2025b), La Città Metropolitana di Torino presenta il suo Piano per l’economia sociale, Percorsi di secondo welfare, 14 agosto 2025.
- Istat (2025), Struttura e profili del settore non profit Anno 2023, ottobre 2025, Roma.
- Maino, F., Lodi Rizzini, C., Fanelli, A.F., Florio, R. e Legnante, G. (2025), L’economia sociale in Italia. Traiettorie, criticità e prospettive secondo esperti ed esperte. Expert survey 1/2025, Percorsi di Secondo Welfare.
- Maino, F. e Guarna, A. (2023), Coprogettazione e coprogrammazione tra teoria e prassi, in F. Maino (a cura di), Agire insieme, Coprogettazione e coprogrammazione per cambiare il welfare. Percorsi di Secondo Welfare.
- Marocchi, G. (2018), Pubbliche amministrazioni e terzo settore tra competizione e collaborazione, www.welforum.it, 29 Novembre 2018.
- Sistema informativo Excelsior (2023), Economia sociale. I fabbisogni professionali e formativi degli enti dell’economia sociale, Indagine 2023. Unioncamere, Roma.
Note
- Building an economy that works for people: an action plan for the social economy (European Commission, 2021, COM(2021)778).
- Si veda The Implications of DG GROW Abandoning the Social Economy at a Critical Juncture, disponibile al sito di Social Economy Europe, il punto di riferimento sull’economia sociale a livello UE: www.socialeconomy.eu.org/2025/04/30/the-implications-of-dg-grow-abandoning-the-social-economy-at-a-critical-juncture/.
- Per approfondire si rimanda a https://www.finanze.gov.it/export/sites/finanze/consultazioniDF/.content/allegati/Piano_azione_ES_consultazione_MEF.pdf.
- La expert survey è stata realizzata tramite un questionario indirizzato ad un panel composto in prevalenza da studiosi attivi all’interno di università e centri di ricerca e da esperti impegnati in collaborazioni esterne o contratti ibridi.
- Si rimanda anche alla Proposal for a Council recommendation on developing social economy framework conditions del 2023 (European Commission, COM(2023)316).
- Si rimanda agli articoli sui Piani locali per l’economia sociale di Bologna (Florio 2025a) e di Torino (Florio 2025b).
- Alla domanda su quali siano le leve che possono favorire lo sviluppo dell’economia sociale infatti oltre il 90% dei rispondenti indica “la formazione degli operatori”.
- Si veda, a tal proposito, il Rapporto di Euricse (2005) su “La mercatizzazione dei servizi sociali nel welfare locale in Italia”.