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Come vi raccontiamo da anni, il welfare aziendale in Italia si basa su un sistema di agevolazioni fiscali e contributive che genera un impatto “indiretto” sulle casse dello Stato sotto forma di tax expenditure, cioè minori entrate per l’Erario. Proprio per questo, nel corso degli anni, il reale peso economico del welfare aziendale e la sua sostenibilità sono stati elementi centrali nel dibattito sulle agevolazioni dirette alle imprese che decidono di investire in questo ambito.

La domanda ricorrente, in sintesi, è: quanto costa il welfare aziendale allo Stato?

L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI) dell’Università Cattolica, con il sostegno di Satispay, ha curato un documento – firmato da Carlo Cottarelli e Giampaolo Galli – per cercare di rispondere al quesito. Lo ha fatto stimando i costi reali di uno dei principali elementi del welfare aziendale: i fringe benefit, ovvero quegli strumenti che sono comunemente veicolati attraverso buoni spesa, buoni carburante, gift card o voucher acquisto da spendere presso catene commerciali o negozi.

Quanto costano davvero i fringe benefit allo Stato

Come noto, il Legislatore negli ultimi anni è intervenuto varie volte sulla cosiddetta soglia esentasse dei fringe benefit.

Lo studio ricorda che dal 2020 vi sono state sei diverse norme che hanno alzato la soglia dei fringe1, quasi sempre per un solo anno: 516 euro nel 2020 e nel 2021, 600 euro nel 2022, 3.000 euro (ma solo per chi ha figli) nel 2023, fino a 1.000 euro per chi non ha figli e 2.000 per chi ne ha nel 2024. Come spiegato qui, la Legge di Bilancio 2025 ha poi confermato queste soglie di 1.000 e 2.000 euro per il triennio 2025-2027, prevedendo anche la possibilità di utilizzare i fringe benefit per rimborsare le utenze domestiche, l’affitto e il mutuo della prima casa.

Ovviamente, tutti questi interventi hanno un costo per lo Stato. Come ogni forma di sgravio e incentivo fiscale, infatti, anche i fringe benefit – come le restanti misure di welfare aziendale regolamentate dalla normativa – rappresentano non tanto una spesa diretta per l’Erario quanto, piuttosto, una minor entrata.

Ma di che cifra stiamo parlando? Calcolare la diffusione del welfare aziendale non è semplice (noi ci avevamo provato qui), per farlo il report ha scelto di analizzare le stime della Ragioneria Generale dello Stato (RGS) relative al triennio 2025-2027, in cui si sostiene che il costo per lo Stato dei fringe benefit a 1.000 e 2.000 euro è pari a 874 milioni di euro ogni anno. Nello specifico, la spesa si comporrebbe di 374 milioni di euro di IRPEF e 500 milioni di euro di contributi INPS2.

OCPI ha calcolato tale cifra considerando una platea di circa 1,2 milioni di lavoratori e lavoratrici, “ipotizzando che il beneficio per contribuente fosse utilizzato per intero (ossia 1.000 euro o 2.000 in presenza di figli a carico)”. Si tratta di una platea ricostruita dagli autori sulla base delle stime prudenziali fatte dalla RGS sulla base delle Certificazioni Uniche, i modelli con cui i datori di lavoro dichiarano redditi e benefit dei dipendenti.

Non solo costi: i fringe benefit generano maggiori consumi

Come evidenzia però il report, i fringe benefit non sono solo un costo. Lo studio di Cottarelli e Galli mette infatti in luce come gli investimenti delle imprese nel welfare aziendale generino maggiori consumi e più spesa da parte delle persone. In generale, infatti, le cifre destinate al welfare aziendale non possono andare a risparmio e devono essere spese da lavoratori e lavoratrici in tempi determinati. Questo genera nuovi consumi, effetti positivi sul PIL e, perciò, entrate per lo Stato tramite imposte indirette, come l’IVA.

In altri termini, utilizzando il welfare aziendale per richiedere beni e servizi oppure per ottenere rimborsi, si incentivano le spese delle persone e delle famiglie e, di conseguenza, lo Stato ha dei ritorni tramite le tasse sul consumo e le imposte sui redditi.

Gli autori fanno un esempio concreto. Se si ipotizza un investimento globale delle aziende nel campo del welfare di 1 miliardo di euro, si avrà un ritorno in termini di PIL (grazie alla generazione di nuovi consumi) di 800 milioni di euro il primo anno e di 1,25 miliardi di euro al terzo. Si tratta di un dato interessante perché questo genererebbe un recupero di gettito fiscale (quindi di IRPEF) di circa 280 milioni di euro nel primo anno e 480 milioni di euro al terzo.

Gli aspetti significativi, quindi, sono due. Da un lato, al contrario di altre forme di deduzione fiscale o taglio delle tasse, incentivare formule come il welfare aziendale non significa solamente ridurre la pressione fiscale ma anche incentivare nuove spese immediate e, di conseguenza, un ritorno economico e in termini di PIL. Dall’altro, vi è il fatto che i costi relativi al “taglio” dell’IRPEF sono ripagati proprio dall’aumento dei consumi.

Come visto sopra, infatti, parte del costo annuale dei fringe per lo Stato (pari a 374 milioni di euro di IRPEF) viene “recuperato” proprio grazie agli introiti generati dalle spese effettuate da lavoratori e lavoratrici: nell’ipotesi dello studio, questo genererebbe – a regime – quasi mezzo miliardo di euro l’anno. Restano invece “scoperte” le risorse mancanti relative ai contributi previdenziali INPS.

Regole chiare per rimettere il welfare “al centro”

La ricerca dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica ha certamente il merito di fare chiarezza su un tema che, fino ad oggi, è stato sempre poco analizzato3. Sembra chiaro, in sintesi, che il sostegno a iniziative come quelle legate alla normativa del welfare aziendale non rappresenta delle semplici forme di sgravio fiscale per le imprese, ma può dar vita anche a ritorni significativi sia dal punto di vista sociale sia da quello economico.

Perché questo avvenga è tuttavia necessario stabilizzare le soglie dei fringe benefit in modo tale da garantire regole chiare e definite per permettere alle imprese di programmare. Come abbiamo visto più volte (ad esempio qui e qui), oggi i fringe sono molto diffusi tra lavoratori e lavoratrici perché considerati utili per combattere il carovita e l’inflazione. Essi, infatti, permettono di aumentare il potere di acquisto delle persone, integrano la retribuzione e consentono alle imprese di supportare i propri collaboratori.

Al tempo stesso, però, è bene anche ricordare che il welfare aziendale non può essere ridotto solo a questi strumenti. Continuando a “spingere” sui fringe benefit il rischio concreto è di minimizzare la dimensione sociale del welfare aziendale, che nasce con l’obiettivo di rispondere ai bisogni sociali delle persone e delle famiglie, migliorandone concretamente il benessere. Questo, è giusto chiarirlo, non significa mettere in dubbio l’utilità di queste misure, che come detto rappresentano una strada con cui chi lavora può contrastare l’aumento dei costi della vita. Piuttosto, vuol dire evitare che i fringe diventino il principale strumento di welfare a disposizione delle imprese, dei lavoratori e delle lavoratrici, “dimenticando” la dimensione sociale.

Perciò, se per il 2027 il Legislatore valuterà un intervento per stabilizzare la soglia dei fringe, riteniamo possa essere l’occasione anche per tornare a valorizzare la componente sociale del welfare aziendale: servizi di cura, di assistenza, di conciliazione vita-lavoro, legati al benessere e alla sanità, per la formazione e per la costruzione di reti territoriali. In questo senso si potrebbe ampliare e semplificare quanto previsto dall’articolo 51 del TUIR in merito a servizi e prestazioni di natura sociale, limitare le commissioni di provider e intermediari verso questo tipo di interventi, oppure garantire incentivi per chi applica forme di flessibilità organizzativa e strumenti di time saving. E ancora: si potrebbero sostenere le imprese che fanno welfare attraverso le reti e altre formule collaborative, in modo da coinvolgere anche le piccole organizzazioni e il territorio.

Se non si procede in questa direzione il risultato sarà quello di un progressivo impoverimento qualitativo del welfare aziendale, sempre più simile a un meccanismo di erogazione economica e sempre meno capace di generare valore sociale per le persone e per le comunità.

 

 

Note

  1. L’articolo 51 del TUIR che al Comma 3 regolamenta i fringe benefit afferma che – al netto degli interventi qui indicati – la “normale” soglia esentasse annuale è di 258,23 euro (le vecchie 500.000 lire).
  2. Per questo genere di stima, la Ragioneria Generale dello Stato definisce un’aliquota media del 30% per quanto riguarda l’IRPEF e un’aliquota media del 40% per i contributi sociali.
  3. Nel 2019 avevamo provato a fare una stima generale sui costi per lo Stato legati al welfare aziendale, in questo articolo.
Foto di copertina: insung yoon, Unsplash