4 ' di lettura
Salva pagina in PDF

Nel 2007 Apple presentò il primo iPhone.

Nello stesso anno, negli Stati Uniti, iniziò una brusca diminuzione della natalità che, con tempi e intensità diverse, oggi interessa gran parte del mondo.

Per anni quella coincidenza è rimasta soltanto un’osservazione curiosa: possibile che la diffusione degli smartphone avesse cambiato anche i comportamenti riproduttivi?

Oggi quella domanda è diventata oggetto di ricerca.

È colpa dei telefoni?

Due studi, pubblicati a poche settimane di distanza l’uno dall’altro e raccontati dal New York Times, sostengono infatti che l’arrivo degli smartphone potrebbe aver avuto un ruolo significativo nella riduzione della fecondità, soprattutto tra i più giovani. Non si tratta ancora di una risposta definitiva, né di una teoria unanimemente condivisa dalla comunità scientifica. Ma è il primo tentativo sistematico di verificare empiricamente un’ipotesi che circola da tempo tra economisti e demografi.

L’interesse nasce anche dal fatto che il calo delle nascite rappresenta una delle trasformazioni demografiche più importanti degli ultimi decenni. Negli anni, gli studiosi hanno chiamato in causa numerosi fattori: la diffusione della contraccezione, l’aumento dell’istruzione femminile, il cambiamento dei modelli familiari, la crisi economica del 2008 e le condizioni del mercato del lavoro. Nessuna di queste spiegazioni, però, è riuscita da sola a rendere conto della rapidità e dell’ampiezza del fenomeno.

La difficoltà principale è metodologica. Dimostrare che un determinato fattore sia la causa di un cambiamento sociale così complesso è molto diverso dal mostrare una semplice correlazione. Nel mondo della ricerca, il metodo più affidabile consiste nel dividere casualmente i partecipanti tra chi riceve un trattamento e chi no. Nel caso degli smartphone, un esperimento di questo tipo è evidentemente impossibile, per la difficoltà di avere un campione di persone che oggi non usano lo smartphone.

Una prima volta per la ricerca

Per questo motivo gli autori del primo studio hanno cercato quello che gli economisti definiscono un “esperimento naturale”, cioè una situazione reale che permetta di isolare, almeno in parte, l’effetto della variabile che si vuole studiare.

La ricerca, realizzata da Caitlin Myers ed Ezekiel Hooper, economisti del Middlebury College, negli Usa, sfrutta una particolarità della diffusione iniziale dell’iPhone negli Stati Uniti. Quando il dispositivo venne lanciato, nel giugno 2007, era disponibile esclusivamente attraverso la rete dell’operatore AT&T, che disponeva di una copertura molto disomogenea sul territorio americano. Alcune contee erano quasi interamente servite dalla rete, altre lo erano molto poco o per nulla.

I ricercatori hanno quindi confrontato l’andamento della fecondità nelle diverse aree del Paese in funzione della disponibilità della rete AT&T, utilizzando questa differenza come indicatore dell’accesso precoce all’iPhone. Secondo le loro stime, la diffusione dello smartphone potrebbe spiegare fino a circa la metà della diminuzione della natalità registrata tra il 2007 e il 2011 negli Stati Uniti. L’effetto sarebbe particolarmente evidente tra le persone che in quel periodo avevano un’età compresa fra i 15 e i 24 anni.

Ma perché uno smartphone dovrebbe incidere sulle nascite?

Gli stessi autori propongono alcune possibili spiegazioni, precisando che nessuna di esse è stata direttamente dimostrata dalla ricerca.

Come cambia la socialità

La prima spiegazione riguarda la socializzazione. L’ipotesi è che i giovani abbiano progressivamente sostituito parte delle interazioni faccia a faccia con quelle mediate dal telefono. Se diminuiscono gli incontri di persona, potrebbero diminuire anche i rapporti sessuali e, di conseguenza, le gravidanze.

Una seconda possibilità è che gli smartphone abbiano reso molto più accessibili contenuti pornografici, inducendo almeno una parte dei giovani a sostituire alcune esperienze sessuali con il consumo di materiale online.

La terza spiegazione è quasi opposta alla precedente. Grazie agli smartphone, infatti, sarebbe diventato molto più semplice ottenere informazioni sulla contraccezione, sull’interruzione volontaria di gravidanza e, più in generale, sulle modalità per evitare gravidanze indesiderate. Anche questo potrebbe aver contribuito alla diminuzione delle nascite, soprattutto in età adolescenziale.

Nessuna di queste ipotesi viene però considerata conclusiva. Lo stesso studio si limita a mostrare che la diffusione dello smartphone coincide con una riduzione della fecondità e che, grazie al particolare metodo utilizzato, questa relazione appare compatibile con un effetto causale. Stabilire attraverso quali meccanismi ciò avvenga richiederà ulteriori ricerche.

Uno sguardo più ampio

Il secondo studio adotta invece una prospettiva completamente diversa. Invece di concentrarsi sugli Stati Uniti, gli autori guardano al resto del mondo.

Hernan Moscoso Boedo e Nathan Hudson, economisti dell’Università di Cincinnati, hanno analizzato dati provenienti da 128 Paesi, combinando le informazioni della Banca Mondiale sulla diffusione degli smartphone con quelle relative alla fecondità adolescenziale.

Il punto di partenza è un’osservazione semplice: il calo delle nascite non riguarda soltanto le economie avanzate. Negli ultimi vent’anni si è manifestato in Paesi molto diversi tra loro per livello di sviluppo, sistemi sanitari, regimi di welfare, religione, legislazione sull’aborto e andamento economico.

Secondo gli autori, proprio questa simultaneità suggerisce che debba esistere almeno un fattore comune, capace di attraversare contesti nazionali profondamente differenti. Gli smartphone rappresentano uno dei pochi cambiamenti tecnologici diffusisi in modo rapido e pressoché universale nello stesso periodo.

L’analisi mostra che in Paesi come Iran, Costa Rica, Guatemala, Cile, Messico e Turchia la diminuzione della fecondità adolescenziale tende ad accelerare quando gli smartphone diventano un fenomeno di massa. Per rafforzare l’ipotesi, gli autori tornano anche agli Stati Uniti, osservando che le contee con una maggiore disponibilità di connessioni a banda larga e reti mobili 4G registrano una riduzione più rapida delle nascite tra gli adolescenti.

Un filone di ricerca appena all’inizio

Entrambi gli studi hanno suscitato interesse, ma anche diverse obiezioni.

Phillip Levine, economista del Wellesley College (Usa), considera particolarmente convincente l’approccio adottato da Myers e Hooper. Pur osservando che la diversa copertura della rete AT&T potrebbe riflettere anche differenze di reddito o di urbanizzazione tra le contee americane, riconosce che gli autori hanno cercato di tenere conto di questi possibili fattori di disturbo. Allo stesso tempo invita a non interpretare il risultato in maniera letterale: non sarebbe corretto concludere che “la colpa è dell’iPhone”. Piuttosto, lo smartphone rappresenterebbe uno dei cambiamenti sociali che possono avere contribuito alla riduzione della natalità.

Molto più scettico è Theodore Joyce, economista del Baruch College (Usa). A suo giudizio entrambe le ricerche attribuiscono un peso eccessivo alla tecnologia. Negli Stati Uniti, ricorda Joyce, le nascite tra gli adolescenti erano già in diminuzione dagli anni Novanta, molto prima dell’arrivo degli smartphone. Per questo motivo ritiene che l’ipotesi resti plausibile, ma ancora “largamente speculativa”.

È proprio questa, probabilmente, la conclusione più interessante che emerge dalle due ricerche. Più che identificare un responsabile unico del calo delle nascite, gli studi mostrano come la ricerca demografica stia cercando nuovi strumenti per comprendere un fenomeno che continua a sfuggire alle spiegazioni tradizionali. Dopo anni in cui l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sul mercato del lavoro, sulle politiche familiari o sulle scelte valoriali, anche le tecnologie digitali entrano così nel campo delle possibili variabili da considerare.

Dunque non è ancora possibile dire se gli smartphone abbiano davvero cambiato la demografia mondiale. Ma per la prima volta esistono studi che provano a verificarlo con strumenti quantitativi e metodi econometrici. Ed è proprio questo, più ancora delle conclusioni a cui arrivano, l’elemento che rende queste ricerche destinate ad alimentare il dibattito nei prossimi anni.

 

 

Foto di copertina: cottonbro studio, Pexels.com