La Fondazione Agnelli ha di recente pubblicato il rapporto “Partire bene: i servizi educativi per l’infanzia in Italia e in Europa“. Realizzato nell’ambito del progetto Zero Sei, rappresenta un contributo particolarmente tempestivo nel dibattito sulle politiche per l’infanzia. Basato su un’analisi comparativa con Francia, Germania, Spagna e Inghilterra, il lavoro offre una lettura lucida delle principali sfide del sistema italiano, individuando con chiarezza priorità e trade-off di policy.
Particolarmente significativa è la capacità del rapporto di tenere insieme tre dimensioni strettamente connesse, ma spesso analizzate separatamente: lo sviluppo delle bambine e dei bambini, la partecipazione al lavoro delle donne (in particolare delle madri) e l’inverno demografico.
In questo quadro, l’investimento nei servizi educativi 0-6 emerge come una leva strategica per il lungo periodo. Di seguito vediamo nel dettaglio perché, guardando al contributo del documento al dibattito su alcuni aspetti di questo tema.
Offerta, domanda o demografia?
Il rapporto offre un utilissimo chiarimento metodologico al dibattito italiano, distinguendo tra tasso di copertura (cioè, il dato riferito all’input: l’offerta di posti) e il tasso di partecipazione (cioè, il dato riferito all’output: quante bambine e bambini utilizzano effettivamente i servizi).
In questo senso, uno dei punti centrali del rapporto riguarda l’espansione dei servizi di nidi d’infanzia, anche grazie agli investimenti del PNRR, evidenziando come l’aumento del tasso di copertura non sia solo attribuibile a nuove politiche espansive ma, in larga parte negli ultimi anni, a un effetto meccanico del calo della popolazione 0-3. Rispetto a questa dinamica è interessante esplorare le implicazioni strategiche per i Comuni, responsabili ultimi dell’implementazione dei servizi per la prima infanzia. In un contesto di diminuzione della domanda potenziale dovuto al calo delle nascite, le amministrazioni locali potrebbero essere incentivate non a espandere, bensì a razionalizzare o addirittura ridurre l’offerta di servizi per ragione di sostenibilità economica.
Si tratta di una dinamica potenzialmente pericolosa: invece di sfruttare la “finestra di opportunità” dettata dalla crisi demografica per aumentare la partecipazione incentivando la domanda, si rischia di assistere nel medio periodo a un ridimensionamento del sistema. In altre parole, meno bambine e bambini potrebbe tradursi non in più servizi per ciascuna e ciascuno, ma in meno servizi complessivi.
Le barriere all’equità d’accesso
Un altro contributo rilevante del rapporto è l’evidenza sulle disuguaglianze di accesso ai servizi per la prima infanzia. In media, le famiglie che utilizzano i nidi hanno un reddito superiore del 30% rispetto a quelle che non vi accedono. Inoltre, le disuguaglianze nell’accesso dipendono anche dalla cittadinanza delle bambine e dei bambini: solo il 14% tra le bambine e i bambini con cittadinanza diversa da quella italiana frequenta nidi o sezioni primavera, contro il 30% di bambine e bambini con cittadinanza italiana. Questi dati suggeriscono che l’espansione dell’offerta non sia di per sé sufficiente a garantire maggiore equità.
Il rapporto insiste poi sull’assenza di un diritto legale all’accesso ai servizi 0-3 e sui conseguenti criteri di accesso come i principali ostacoli in Italia. Infatti, lo status occupazionale dei genitori è il criterio più utilizzato dai Comuni, tra i quali circa la metà assegna il punteggio massimo alle famiglie con entrambi i genitori occupati. Dunque, i criteri di accesso italiani privilegiano la conciliazione lavoro-famiglia rispetto all’inclusione sociale. Il confronto con la scuola dell’infanzia (3-6 anni), per la quale i tassi di partecipazione italiani sono in linea con altri Paesi europei, sembra sostenere che oltre al nodo giuridico, sia particolarmente rilevante quello economico.
Effettivamente, le rette dei nidi rappresentano una barriera significativa, soprattutto per le famiglie a basso reddito, mentre gli strumenti di sostegno – come il bonus nido – presentano limiti operativi, tra cui l’anticipazione dei costi. Dunque, l’enfasi sul diritto legale all’accesso ai servizi per la prima infanzia deve essere sostanzialmente connessa alla riduzione significativa del costo netto per le famiglie, in particolare sostenendo la riduzione delle tariffe sul lato dell’offerta rispetto a strumenti destinati alla domanda.
La paternità e la rivoluzione incompiuta
Un aspetto meno centrale nel rapporto della Fondazione Agnelli riguarda il ruolo dei padri nel contesto dei cambiamenti socioculturali e demografici in atto. Se i temi dell’equità e della partecipazione al lavoro delle donne sono centrali nelle riflessioni del rapporto, alcune considerazioni possono essere fatte anche rispetto ai papà.
Negli ultimi decenni, infatti, molto è stato detto sulla cosiddetta “rivoluzione silenziosa”: l’aumento dell’occupazione femminile, l’investimento nell’istruzione, la ridefinizione dei ruoli familiari. Tuttavia, questa trasformazione è rimasta incompleta. A fronte di donne sempre più presenti nel mercato del lavoro, non si è verificata una trasformazione altrettanto profonda nei comportamenti e nelle aspettative legate alla paternità.
In questo senso, i servizi e le politiche per l’infanzia non sono solo strumenti di conciliazione per le madri, ma potenziali leve di cambiamento culturale attraverso il supporto alla genitorialità e alla paternità. Rispetto a questo, è significativo il recente dibattito sul congedo di paternità che, ancora oggi, in Italia si limita a 10 giorni obbligatori.
Dalla diagnosi al salto di paradigma
Il rapporto della Fondazione Agnelli offre dunque una diagnosi solida che può aiutare a orientare il dibattito pubblico, evidenziando che l’Italia è in ritardo sull’accesso ai servizi 0-3, presenta forti disuguaglianze e deve investire sulla qualità. Le dinamiche che risultano cruciali nella definizione di tale situazione sono:
- Il ruolo del calo demografico come fattore ambivalente.
- Il peso determinante delle barriere all’accesso, siano esse legali o economiche.
- La necessità di considerare anche la qualità e non solo la quantità dei servizi.
- I rischi di sostenibilità nel lungo periodo dovuti alla crisi del personale educativo.
Il rapporto suggerisce che affrontare questi nodi richieda non solo aggiustamenti incrementali, ma un vero cambio di paradigma: da una logica di espansione dell’offerta a una strategia integrata che metta al centro accessibilità, equità e sostenibilità del sistema nel suo complesso.
Un’ulteriore dimensione che potrebbe essere integrata nelle riflessioni è relativa al ruolo del welfare aziendale. Infatti, in un sistema in cui il settore privato ha già un peso significativo, una strategia più integrata tra pubblico e privato risulta necessaria. Alcune possibili direzioni da intraprendere rispetto a questo sono, da un lato, lo sviluppo di maggiori sinergie tra servizi a titolarità pubblica e privata, e dall’altro, l’incentivo alle imprese nell’adottare strumenti già disponibili per migliorare la conciliazione vita-lavoro, ancora una vera e propria chimera nel contesto italiano.