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Che cosa diventa una città quando i bambini scompaiono dalle sue strade? È la domanda al centro di un recente approfondimento del Financial Times, che parte dalla chiusura di alcune scuole primarie londinesi per raccontare una trasformazione più ampia che interessa molte grandi città occidentali. Londra, Parigi, New York, Barcellona e San Francisco stanno infatti registrando un calo significativo della popolazione infantile, con conseguenze che vanno ben oltre il sistema scolastico.

Il fenomeno è legato certamente alla diminuzione delle nascite, ma nelle aree urbane entrano in gioco anche altri fattori: l’aumento dei costi abitativi, la scarsità di case adatte alle famiglie, la diffusione degli affitti brevi e modelli di sviluppo immobiliare orientati soprattutto a single e giovani professionisti. Il risultato è che molte famiglie con figli vengono progressivamente spinte verso le periferie o fuori dalle grandi città.

Non si tratta soltanto di un cambiamento demografico. Secondo urbanisti, sociologi e amministratori, l’uscita dei bambini dai centri urbani rischia di modificare in profondità la qualità della vita collettiva, la vitalità economica dei quartieri e le relazioni sociali che tengono insieme le comunità.

Il caso di Londra: scuole vuote in una città sempre più cara

L’articolo del Financial Times prende le mosse dal quartiere di Hackney, nella parte orientale di Londra, dove negli ultimi anni diverse scuole primarie hanno chiuso per mancanza di iscritti. Tra queste c’è la Colvestone Primary School, storica scuola di quartiere rimasta vuota dopo oltre un secolo di attività.

Hackney rappresenta uno dei casi più emblematici di una tendenza che interessa tutta la capitale britannica. Secondo i dati citati dal quotidiano, un posto su cinque nelle scuole primarie del borough 1 è rimasto vacante. Più in generale, otto dei dieci distretti inglesi che hanno perso più bambini in età scolare negli ultimi cinque anni si trovano nella regione della Grande Londra.

Il problema principale è l’accessibilità abitativa. Gli affitti londinesi sono oggi molto più elevati rispetto alla media nazionale e le abitazioni di dimensioni adeguate alle famiglie sono sempre più rare. Meno della metà delle case presenti nella capitale dispone di tre o più camere da letto, mentre gran parte delle nuove costruzioni consiste in appartamenti piccoli, destinati prevalentemente a single o coppie senza figli. Negli ultimi anni, inoltre, il mercato immobiliare ha privilegiato altre formule più redditizie, come le locazioni brevi a fini turistici oppure l’affitto di grandi appartamenti a gruppi di giovani lavoratori (anziché a nuclei familiari), contribuendo a restringere ulteriormente l’offerta per chi ha figli.

Un fenomeno globale

La situazione londinese non è isolata. Il Financial Times mostra come fenomeni analoghi siano presenti in diverse città europee e nordamericane. A Parigi, le iscrizioni alla scuola primaria sono diminuite di circa un quarto nell’ultimo decennio. A New York gli ingressi alle elementari sono calati del 18% in dieci anni, mentre a Barcellona il numero di bambini in età prescolare si è ridotto sensibilmente dal 2016. Anche San Francisco prevede un forte calo degli studenti nei prossimi anni.

Dietro queste dinamiche si intrecciano processi economici, sociali e urbanistici comuni. Le metropoli globali attraggono lavoratori ad alta qualificazione e investimenti internazionali, ma diventano contemporaneamente sempre meno sostenibili per famiglie con redditi medi. In molti casi, il costo della vita cresce più rapidamente dei salari, mentre servizi essenziali come casa, trasporti e cura dei figli diventano più difficili da sostenere. In tal senso, come abbiamo visto, l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York è stata emblematica di un crescente malcontento che riguarda l’affordability della vita urbana, che ha spinto gli elettori a una scelta impensabile fino a pochi mesi prima.

In parallelo, alcuni studiosi osservano come le città stiano diventando progressivamente più “segmentate” dal punto di vista generazionale. Interi quartieri si popolano soprattutto di giovani adulti, professionisti mobili e residenti temporanei, mentre famiglie e anziani si spostano altrove. Questa separazione per età riduce le occasioni di incontro quotidiano tra generazioni diverse e impoverisce la dimensione relazionale dello spazio urbano.

Le conseguenze sulla vita urbana

La diminuzione della presenza di bambini non ha effetti solo sulle scuole. Secondo diversi esperti intervistati dal Financial Times, il rischio è una perdita più ampia di vitalità sociale e civica.

La studiosa Jane Jacobs, già negli anni Sessanta, descriveva la città come una sorta di “balletto del marciapiede”, fatto di relazioni informali, incontri quotidiani, attività di prossimità e presenza costante delle persone negli spazi pubblici. I bambini – e le routine che ruotano attorno a loro – avevano un ruolo centrale in questo ecosistema urbano: accompagnare i figli a scuola, fermarsi nei negozi di quartiere, frequentare parchi e servizi contribuiva a creare sicurezza, socialità e senso di appartenenza.

Quando le famiglie diminuiscono, questo equilibrio si indebolisce. Chiudono scuole, diminuisce la domanda di servizi di prossimità, si svuotano centri comunitari e attività locali. Anche spazi utilizzati da tutta la popolazione – sale civiche, associazioni, biblioteche, centri sportivi – rischiano di perdere sostenibilità economica se viene meno la presenza delle famiglie con bambini.

L’impatto è anche simbolico e identitario. Le scuole, spiegano diversi urbanisti, non sono soltanto luoghi educativi: rappresentano punti di riferimento collettivi, spazi di memoria condivisa e continuità intergenerazionale. La loro chiusura può alimentare sentimenti di sradicamento e perdita di appartenenza.

Città child-friendly, ma senza bambini

Uno degli aspetti più paradossali evidenziati dal FT riguarda il fatto che proprio ora molte città sono diventate sensibili nei confronti di politiche urbane “a misura di bambino”, in cui hanno spesso scelto di investire risorse. Negli ultimi anni, ad esempio, si sono diffuse le cosiddette school streets, strade scolastiche temporaneamente pedonalizzate negli orari di ingresso e uscita da scuola. Londra ne conta centinaia, New York decine, mentre Parigi sta ampliando in modo significativo le aree pedonali attorno agli istituti scolastici. Sempre più amministrazioni investono inoltre in parchi giochi, sicurezza stradale, piste ciclabili e spazi verdi accessibili ai minori.

Tuttavia questi interventi, come dimostrano anche i dati sulla diminuzione dei bambini in età scolare, rischiano di essere insufficienti se le famiglie non riescono più a permettersi di vivere nei quartieri centrali.

Come osservano alcuni esperti citati dal Financial Times, una città può diventare formalmente più child-friendly senza essere realmente family-friendly. La questione, dunque, non riguarda solo il design urbano, ma soprattutto le politiche abitative, il welfare locale e la regolazione del mercato immobiliare.

Le città che resistono

Non tutte le metropoli seguono però la stessa traiettoria. L’articolo cita ad esempio Vienna e Copenaghen come casi relativamente più resilienti.

Vienna, in particolare, continua a mantenere stabile la popolazione infantile grazie a un forte investimento nell’edilizia pubblica e convenzionata, che garantisce la disponibilità di abitazioni di dimensioni adeguate anche per le famiglie, che sono quindi incentivate a rimanere in città. Copenaghen combina invece politiche abitative, servizi per l’infanzia e congedi parentali generosi, creando condizioni più favorevoli alla permanenza dei nuclei familiari in città.

Il declino della presenza infantile nei centri urbani, suggeriscono questi due casi, non è inevitabile, ma dipende in gran parte anche dalle scelte politiche e dagli investimenti pubblici in settori direttamente o indirettamente legati alla cura dell’’infanzia.

Una questione che riguarda anche l’Italia

Anche se il reportage si concentra soprattutto su Regno Unito, Francia e Stati Uniti, i temi sollevati sono rilevabili anche anche alle città italiane. Milano, Bologna, Firenze e Roma – come abbiamo raccontato in “Fuori di casa”, il numero della nostra rivista Nessi dedicata all’abitare dei giovani – sperimentano da tempo tensioni simili: aumento dei prezzi immobiliari, crescita degli affitti brevi, difficoltà di accesso alla casa per le famiglie e progressiva espulsione dei residenti dai centri urbani.

Parallelamente, l’Italia vive una crisi demografica particolarmente intensa, che rende ancora più delicato il rapporto tra città, famiglie e politiche pubbliche. In questo contesto, il rischio è che le metropoli diventino spazi sempre più selettivi, accessibili soprattutto a chi dispone di redditi elevati o può sostenere costi abitativi molto alti.

La questione dunque non riguarda soltanto la natalità, ma il modello di città che si intende costruire. Una città senza bambini è anche una città meno intergenerazionale, meno accessibile e potenzialmente meno inclusiva. Per questo il tema dell’abitare, dei servizi educativi e della qualità dello spazio urbano si intreccia sempre più con quello del welfare e della coesione sociale.

 

Note

  1. Londra è suddivisa in 32 borough, che sono alla pari dei distretti, una delle unità amministrative in cui è suddivisa l’Inghilterra, che possono essere paragonati ai municipi dell’Europa continentale, quindi ai Comuni italiani, ndr
Foto di copertina: Andrei Petcu, Pexels.com