Con il nuovo Quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034 la Commissione europea vuole provare a mettere ordine in un sistema che, negli anni, è diventato un mosaico difficile da governare. Il Bilancio dell’Unione europea, che vale oltre 1.000 miliardi di euro in sette anni, viene oggi monitorato attraverso più di 5.000 indicatori diversi, spesso non comparabili tra loro.
Ogni programma ha le proprie regole, i propri criteri, i propri modi di rendicontare. Il risultato è un carico amministrativo pesante per Stati membri, enti locali e beneficiari, e una fotografia della performance del Bilancio che nessuno riesce davvero a comporre nella sua interezza.
Per superare questo problema, Bruxelles ha presentato una proposta di regolamento che introduce un sistema unico per tracciare la spesa e misurare i risultati di tutti i programmi finanziati dall’UE. È un testo tecnico, ma che nella sostanza riguarda scelte politiche di primo piano. Da qui infatti passeranno le decisioni su come e dove si finanzieranno, in futuro, gli interventi sociali, climatici e territoriali dell’Unione.
Da 5.000 a 900 indicatori
Il cuore della proposta è la sostituzione dell’attuale sistema, costruito programma per programma, con un impianto orizzontale valido per tutto il Bilancio UE. La Commissione punta a creare una lista comune di indicatori, un portale unico per l’accesso ai dati e un solo rapporto annuale sulla performance del bilancio, al posto della miriade di rendicontazioni, strumenti e report oggi presenti. Gli indicatori applicabili a tutti i programmi passerebbero da circa 5.000 a circa 900, distinguendo tra indicatori di realizzazione – che misurano l’attività diretta finanziata da un programma, ad esempio i metri quadrati di edifici ristrutturati – e indicatori di risultato – che ne misurano invece gli effetti, come le emissioni di gas serra evitate.
Il contributo del Bilancio a obiettivi trasversali come clima, biodiversità e politiche sociali sarebbe calcolato tramite coefficienti UE su tre livelli: 0%, 40% o 100%, a seconda del settore di intervento. Per fare un esempio concreto, uno degli interventi possibili riguarda la costruzione di “nuovi edifici a emissioni zero o quasi zero” per prima infanzia, scuole e università. I fondi spesi per questo tipo di azioni vengono conteggiati al 100% per il raggiungimento degli obiettivi europei di mitigazione dei cambiamenti climatici, al 40% per quelli di adattamento e sempre al 40% anche per gli obiettivi sociali. Il sostegno alla pesca, invece, viene conteggiato per gli obiettivi ambientali al 40%, ma non per gli obiettivi sociali. E così via per tutti i possibili interventi che possono essere sostenuti dai Fondi europei.
Tra i principi orizzontali che il regolamento intende armonizzare in tutti i programmi ci sono anche il DNSH ambientale1 e la parità di genere, oltre a disposizioni pensate per garantire il rispetto delle condizioni di lavoro dignitose previste dal diritto nazionale, dal diritto dell’Unione e dalle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro. Secondo le stime della Commissione, l’attuazione del nuovo quadro dovrebbe portare a una riduzione di almeno il 25% degli oneri amministrativi per beneficiari, Stati membri, paesi partner e istituzioni UE.
Standardizzazione sì, ma a quale prezzo?
Se l’obiettivo dichiarato è la semplificazione, il cambiamento di paradigma non convince tutti allo stesso modo. Lo racconta bene Luca Menesini, ex sindaco di Capannori, in provincia di Lucca, che oggi è consigliere comunale e provinciale, nonché membro del Comitato Europeo delle Regioni. È in quest’ultima veste che ha seguito il dossier degli indicatori da vicino e, parlando con Percorsi di Secondo Welfare, ha voluto sottolineare che “quello che è inserito in questo file sarà quello che farà fare o non fare certi tipi di interventi, anche di grande rilievo sociale, e quindi è vero che appare un documento profondamente tecnico, ma è un file invece molto politico“.
Il passaggio più delicato, secondo Menesini, riguarda proprio il modo in cui si passa da un sistema costruito nel tempo a uno impostato dall’alto: “si passa da un vecchio modello cucito su misura a un modello standardizzato“. Gli oltre 5.000 indicatori attuali, spiega, non sono un semplice eccesso burocratico da tagliare, ma il frutto di anni di lavoro condiviso con le autorità di gestione2, capace di adattarsi alle specificità dei territori: un intervento pensato per un’area svantaggiata della Polonia, ricorda, non è paragonabile a uno pensato per un contesto simile in Sicilia o in Spagna. Il nuovo elenco di 900 indicatori, invece, nasce con una logica diversa e, a suo dire, è “frutto della bolla bruxellese”.
C’è poi un altro nodo, forse ancora più delicato: il passaggio da indicatori prevalentemente qualitativi a indicatori quantitativi. Per Menesini è il rischio più concreto insito nella riforma, perché può spingere le autorità di gestione ad abbassare l’ambizione degli interventi finanziati pur di raggiungere i numeri richiesti. Con un’immagine efficace, la sintetizza così: “se io ho dei parametri quantitativi, cercherò di ‘fare ciccia”, come si dice in Toscana. Farò in modo che il mio intervento sia di successo, e di successo nel più alto numero possibile”.
Il rischio, spiega ancora Menesini, è anche territoriale: un obiettivo di spesa sociale espresso in percentuale potrebbe essere concentrato tutto in un’unica area metropolitana, senza alcuna garanzia di distribuzione geografica reale. L’intervento sulla carta viene fatto, ma non dove i bisogni sono maggiori.
Per questo chiede un periodo di transizione che permetta di comprendere a fondo gli effetti del nuovo sistema, e soprattutto assistenza tecnica per le autorità di gestione più piccole, che rischiano di pagare il prezzo più alto di una semplificazione pensata, nei fatti, per il rapporto tra Commissione e Stati membri più che per chi opera sul territorio.
La trattativa tra Europarlamento e Consiglio
La proposta della Commissione dovrà essere negoziata e approvata dal Consiglio dell’UE e dal Parlamento Europeo. Quest’ultimo, nella relazione intermedia sul QFP adottata in plenaria ad aprile 2026 (ne abbiamo parlato qui, ndr), ha definito la proposta un primo passo, sottolineando però che la comparabilità tra Stati membri e modalità di gestione resta essenziale, e che gli indicatori dovranno riflettere con chiarezza gli obiettivi di ciascun programma, coprendo risultati, effetti e impatto.
In seguito, a giugno, un documento intermedio del Consiglio ha insistito sulla necessità di rafforzare il ruolo del Bilancio UE nel raggiungimento degli obiettivi politici dell’Unione proprio attraverso un quadro orizzontale di monitoraggio di risultati e spesa, utile a valutare l’impatto dei fondi e a orientare le decisioni politiche future.
Le critiche più forti alla nuova proposta sono arrivate, invece, dal Comitato Europeo delle Regioni e dalla Corte dei Conti Ue.
Non nuocere alla coesione
Il Comitato Europeo delle Regioni, nel parere adottato a maggio 2026 di cui è stato relatore proprio Menesini, ha accolto con favore l’obiettivo di semplificazione, trasparenza e armonizzazione, ricordando di aver sempre sostenuto questa direzione. Ma ha chiesto con forza che tali obiettivi non vadano a scapito della governance multilivello, della sussidiarietà, del principio di partenariato e della coesione territoriale sanciti dai Trattati, proponendo l’introduzione di un ulteriore principio orizzontale, il “non nuocere alla coesione”. L’idea è di replicare il principio di non nuocere all’ambiente nell’ambito della coesione, per garantire una salvaguardia sistematica contro impatti territoriali negativi.
Anche la Corte dei Conti europea, nel parere pubblicato a febbraio 2026, ha espresso cautela: la semplificazione, ha osservato, riguarda soprattutto il rapporto tra Commissione e Stati membri, mentre l’onere amministrativo a livello nazionale, regionale e dei beneficiari potrebbe restare invariato o persino aumentare. La Corte ha inoltre segnalato l’assenza di indicatori di impatto nella proposta, nonostante siano previsti dagli stessi orientamenti della Commissione per una migliore regolamentazione. Un vuoto che rischia di complicare le valutazioni future.
All’interno delle stesse istituzioni europee, dunque, la proposta non trova consenso unanime; anzi. Ma anche tra diversi stakeholder che si interfacciano quotidianamente con Bruxelles il giudizio non è particolarmente positivo.
Ambiente e migrazione: la preoccupazione della società civile
Diverse organizzazioni non governative hanno infatti pubblicato le loro analisi sulla proposta. ClientEarth, organizzazione ambientalista, riconosce che il nuovo regolamento introduce per la prima volta un quadro unico per monitorare la spesa per clima e ambiente in tutto il Bilancio UE, un’evoluzione potenzialmente positiva per trasparenza e responsabilità. Ma l’organizzazione avverte che, nella versione attuale, il testo presenta carenze serie: se non corrette, si rischia che somme ingenti del bilancio UE vengano classificate come spesa per il clima e l’ambiente senza che lo siano davvero. Il greenwashing, insomma, potrebbe aumentare.
Sul fronte sociale, PICUM – la piattaforma che riunisce organizzazioni impegnate sui diritti dei migranti – segnala un rischio simile: quello di premiare i progetti più facili da misurare a scapito della qualità e dei risultati di lungo periodo degli investimenti sociali. L’organizzazione osserva inoltre che, nei settori della migrazione e della gestione delle frontiere, alcuni indicatori proposti – legati per esempio alla capacità di detenzione dei migranti – rischiano di rafforzare approcci orientati alla deterrenza, invece di dare priorità a inclusione e protezione.
Anche PICUM, come la Corte dei conti e il Comitato delle regioni, si interroga infine su un punto pratico: se la semplificazione ridurrà davvero gli oneri amministrativi tra Commissione e Stati membri, non è affatto scontato che lo stesso beneficio arrivi anche alle organizzazioni della società civile più piccole e agli attori locali che, sul campo, i servizi li erogano ogni giorno.
Un dossier tecnico, ma molto politico
Il negoziato su come misurare la performance del Bilancio UE 2028-2034, che si lega strettamente a quello complessivo sul nuovo Quadro Finanziario Pluriennale, è dunque in pieno svolgimento.
I prossimi mesi diranno se le richieste di Parlamento, Comitato delle Regioni, Corte dei Conti e società civile troveranno spazio nel testo finale.
Ma la discussione in corso mostra con chiarezza che dietro l’apparente tecnicismo degli indicatori si gioca una partita politica reale: quella su cosa l’Unione europea sceglierà di misurare e, quindi, di considerare o meno un successo, nei prossimi sette anni di Bilancio.
Note
- DNSH, in inglese, sta per “Do No Significant Harm” e indica il principio del “non arrecare un danno significativo” all’ambiente; nasce per coniugare crescita economica e tutela dell’ecosistema, garantendo che gli investimenti siano realizzati senza pregiudicare le risorse ambientali.
- L’Autorità di Gestione è un organismo pubblico, nazionale (es: un Ministero), regionale o locale, nominato e approvato da uno Stato membro della UE per gestire e attuare un programma operativo per l’uso di Fondi europei.