In Italia, ogni anno, l’Istat pubblica i dati sulla povertà assoluta e sulla povertà relativa e il dibattito pubblico si orienta sulla base di queste analisi. Ma quanti si chiedono se e come la metrica utilizzata per queste analisi influisce sui risultati? In un nostro recente studio pubblicato su Politiche Sociali1 mettiamo in discussione proprio questo aspetto: non i dati in sé, ma il metodo con cui li costruiamo. E le conseguenze che ne derivano per capire chi è povero, dove e perché.

L’indicatore ufficiale: cosa misura e cosa non vede

La misura di povertà più utilizzata nel dibattito pubblico italiano è quella di povertà assoluta calcolata sui consumi delle famiglie, elaborata annualmente dall’Istat. In termini semplici: una famiglia è considerata povera in senso assoluto se la sua spesa mensile è inferiore a una soglia, necessaria per acquistare un paniere di beni e servizi considerati essenziali per una vita dignitosa, che varia in base alla composizione del nucleo familiare, alla regione e alla dimensione del Comune di residenza.

Questo metodo ha alcuni punti di forza: tiene conto delle differenze nel costo della vita tra le diverse aree del Paese e aggiorna le soglie ogni anno. Tuttavia, guardando i dati dell’ultimo decennio, emergono anomalie difficili da spiegare. La povertà assoluta è aumentata quasi ogni anno tra il 2014 e il 2023, passando dal 6,2% all’8,4% delle famiglie, indipendentemente dall’andamento dell’economia. In quegli stessi anni, però, il PIL italiano è cresciuto, seppur lentamente. Come è possibile che la povertà aumenti anche in periodi di ripresa? E perché la dimensione del Comune in cui si vive sembra non influire quasi per nulla sulla probabilità di essere poveri, nonostante il costo della vita nelle grandi città sia notoriamente più alto?

Sono domande che il nostro studio ha affrontato mettendo alla prova un insieme di indicatori alternativi basati sul reddito disponibile delle famiglie, ricavato dall’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane, per il periodo 2000-2022.

Tre risultati che cambiano il quadro

Il confronto tra i due approcci – spesa e reddito – produce risultati sorprendentemente diversi su tre aspetti cruciali. Andiamo con ordine.

Il legame con l’economia

Gli indicatori basati sul reddito mostrano un andamento molto più coerente con le fasi del ciclo economico: la povertà scende nei periodi di crescita, sale nelle crisi. Tra il 2014 e il 2019, anni di crescita costante seppur modesta, la povertà di reddito scende, l’opposto di quanto registrano gli indicatori Istat sul consumo, che continuano invece a salire. Anche allargando lo sguardo al periodo 2016-2022, segnato da forti oscillazioni del PIL per effetto della pandemia e poi dell’inflazione, la relazione si mantiene: la povertà sul consumo continua ad aumentare, quella sul reddito diminuisce (figura 1). Questo non è un dettaglio tecnico: significa che la scelta del metodo influisce sulla diagnosi del fenomeno e, di conseguenza, sulle politiche che proponiamo.

poverta assoluta di reddito e consumo in Italia
Figura 1. Povertà assoluta di reddito e consumo in Italia. Fonte: Elaborazione degli autori.

Il doppio divario territoriale

I dati Istat mostrano differenze molto contenute tra grandi e piccoli Comuni; ma questo aspetto appare poco plausibile, visto il divario nei costi abitativi. Utilizzando gli indicatori reddituali emerge invece con chiarezza un doppio divario: non solo il tradizionale divide nord-sud, ma anche quello tra grandi centri e piccoli Comuni. Nei Comuni di grande dimensione – soprattutto al Sud, ma non solo – la povertà di reddito è significativamente più alta di quanto registri l’indicatore Istat sul consumo. Nei piccoli centri, al contrario, l’incidenza risulta più contenuta, anche perché il costo della vita è più basso. Il dato più sorprendente è che il divide centro-periferia appare oggi quasi più rilevante di quello Nord-Sud nel determinare le disuguaglianze territoriali. Inoltre, negli ultimi vent’anni, la povertà di reddito è aumentata nei grandi Comuni di tutto il Paese, mentre si è ridotta nei piccoli centri del Mezzogiorno.

La povertà minorile e i gruppi più vulnerabili

I dati Istat mostrano che più la famiglia è giovane, più è esposta al rischio di povertà, con un’incidenza tra i minori e le minori salita dal 9,4% nel 2014 al 13,8% nel 2023. Gli indicatori reddituali confermano questa tendenza generale, ma con un’importante distinzione. L’alta incidenza della povertà tra i minori e le minori riguarda soprattutto due gruppi: i figli e le figlie di famiglie immigrate, in tutto il Paese, e i figli e le figlie di famiglie italiane residenti nelle regioni meridionali. Nel centro-nord, per le famiglie con persona di riferimento nata in Italia, la relazione tra giovane età e povertà è molto più debole e in alcune aree quasi assente.

Alcune implicazioni e una proposta

Le implicazioni di policy della nostra analisi sono concrete. La crescita economica non è sufficiente a ridurre la povertà, ma ne è un presupposto: politiche orientate alla crescita inclusiva restano fondamentali. Sul piano territoriale, il problema abitativo nelle grandi città richiede interventi mirati che gli strumenti attuali tendono a sottovalutare. Infine, sapere che la povertà minorile si concentra sui figli e le figlie delle famiglie immigrate e su chi risiede nel Mezzogiorno consente di progettare misure più precise e meno esposte al rischio di dispersione verso chi non si trova in condizione di grave deprivazione.

Lo studio, è giusto sottolinearlo, non propone di abbandonare la misura Istat, che conserva importanti punti di forza. Suggerisce però di affiancarla con indicatori reddituali, più sensibili al ciclo economico e alle differenze territoriali, e più coerenti con gli standard europei adottati da Eurostat.

Consapevoli che la scelta degli strumenti di misurazione non è neutrale: influenza la diagnosi, orienta le politiche e determina chi viene visto come povero e chi no.

Note

  1. Baldini M. e Busilacchi G. (2025), La povertà in Italia tra ciclo economico e fratture territoriali: nuove prospettive di misurazione, in “Politiche Sociali”, n. 1, pp. 15-40.
Foto di copertina: Imagine Buddy, Unsplash.com