IMMIGRAZIONE E ACCOGLIENZA /
Leggere bene i dati sugli sbarchi, oltre le fake news
Spesso i mass media e i politici italiani trattano i fenomeni migratori all’interno di schemi interpretativi preconfezionati: un approccio superficiale che non considera le differenze
16 dicembre 2020

Come evidenziato nel primo articolo di questo mini-ciclo di approfondimenti sul tema della comunicazione relativa alle migrazioni, per decostruire gli stereotipi è importante attirare l’attenzione sulla realtà dei dati e dell’evidenza empirica. Non è sufficiente, ma è un passaggio necessario. Sulla base di una lettura attenta dei dati, Paolo Moroni in quest’articolo ci fa riflettere sulla distanza tra rappresentazione e realtà in tema di flussi migratori, in Europa e Italia.



L’analisi dei dati riferiti agli sbarchi di migranti sulle coste italiane, forniti dal Ministero dell’Interno alla fine di ottobre del 2020, oltre al temporaneo calo causato dalla pandemia da COVID-19 in marzo e aprile, rispetto ai due anni precedenti evidenzia un consistente aumento del numero totale di coloro che hanno attraversato il Mediterraneo per giungere sulle coste italiane. In particolare, tra il 2019 e il 2020 gli arrivi sono quasi triplicati, passando da 9.649 a 27.190.

Nonostante una parte dei media e della politica abbiano denunciato una nuova invasione di clandestini che avrebbero trasformato l’Italia in un grande campo profughi, riprendendo la narrazione già diffusa all’epoca della cosiddetta crisi migratoria, i numeri del 2020 sono molto lontani da quelli del 2016, quando sbarcarono oltre 180.000 persone.

Inoltre, anche in riferimento agli arrivi di quegli anni, giova precisare che anche allora il numero effettivo di richiedenti protezione internazionale nel nostro paese, oscillava da un terzo a metà di coloro che approdavano sulle coste italiane. Secondo i dati forniti da Eurostat, nel 2015 su circa 153.000 sbarcati solo 83.000 avevano chiesto asilo, il resto si sarebbe successivamente disperso cercando di raggiungere i paesi del Centro Europa.

In riferimento alle informazioni che il sistema dei media del nostro paese, tranne alcune eccezioni, veicola al pubblico sui temi riferiti a sbarchi, richiedenti asilo e accoglienza, è evidente che non viene fatta alcuna distinzione tra il fenomeno degli arrivi di migranti che hanno luogo sulle coste meridionali del paese, e le richieste di protezione che ne conseguono: al contrario, prendere in considerazione questo dato consentirebbe di cogliere la reale consistenza del fenomeno migratorio, in quanto riferito al numero di coloro che effettivamente sarebbero successivamente entrati nel sistema di accoglienza.

Scorrendo i titoli dei giornali, dei notiziari televisivi e nella comunicazione proveniente dagli uomini politici, anche in anni recenti e nonostante l’evidente calo degli sbarchi, si nota che l’attenzione mediatica è rivolta esclusivamente all’arrivo dei migranti via mare, in particolare presso l’isola di Lampedusa, quasi che a questi avvenimenti fosse attribuita una valenza simbolica, al di là della loro reale dimensione.

Questa cornice interpretativa ha generato una narrazione dei fatti in cui l’arrivo dei migranti viene descritto come un esodo epocale e l’Italia come un paese lasciato solo dai partner europei a fronteggiare sbarchi, immigrazione clandestina incontrollata e gli insostenibili costi dell’accoglienza. Si tratta di asserzioni che, se valutate alla luce di un’attenta osservazione dei dati, non possono che apparire fuorvianti.

Infatti, il confronto tra le richieste di asilo in Italia e in paesi come la Germania, (quest’ultima, negli anni tra il 2015 e il 2016, pur fronteggiando l’enorme ondata di profughi dalla Siria, accolse anche migranti sbarcati nel nostro paese) evidenzia chiaramente un uso strumentale di questo approccio da parte di alcuni settori dei media e della politica.

Viene invece lasciato sottotraccia o totalmente ignorato il contributo che la maggior parte dei paesi europei ha fornito nell’accoglienza dei richiedenti asilo. Quanto riferito agli anni della cosiddetta crisi migratoria è ancora più vero se messo in relazione ai dati rilasciati da Eurostat per il 2019, da cui si può ricavare che l’Italia, con 43.000 domande di protezione, si posiziona alle spalle dei principali paesi dell’Unione, a fronte delle 117.000 richieste di asilo presentate in Spagna e addirittura alle 151.000 in Francia.

Il nostro paese è superato anche da un piccolo paese come la Grecia attestata a 77.000 richiedenti asilo accolti. A sopportare il carico maggiore nell’accoglienza dei rifugiati è comunque ancora una volta la Repubblica Federale Tedesca che lo scorso anno ha ricevuto 165.000 domande.

Nel corso degli anni, sul tema dell’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, i mezzi di informazione hanno dunque legittimato e diffuso l’atteggiamento, tipico della politica italiana di quasi tutti gli orientamenti, tendente all’autocommiserazione, che nel confronto internazionale descrive il nostro paese, non solo per quanto riguarda l’immigrazione, come vittima dell’egoismo dei partner europei. In realtà, come dicono chiaramente i numeri, l’Italia accoglie molto meno degli altri stati europei: il rapporto tra rifugiati e popolazione residente nel nostro paese è dello 0,34%, mentre raggiunge l’1,38% in Germania e addirittura il 2,48% in Svezia.

A proposito di questa condotta della politica italiana e dei media che le fanno da cassa di risonanza, è illuminante l’analisi suggerita da Maurizio Ambrosini nell’articolo intitolato “Unione Europea. Profughi, giusto ridistribuirli. Attenti alle cifre” pubblicato su Avvenire del 29 settembre 2020.

Si tratta di un articolo scritto in occasione della proposta di riforma del Trattato di Dublino presentata dalla Presidente UE, Ursula von der Leyen, proposta accolta dai media e dalla politica italiana con favore in quanto avrebbe finalmente reso equa la suddivisione dei richiedenti protezione internazionale.

Ambrosini fa notare come probabilmente la ricollocazione dei richiedenti asilo in rapporto alla popolazione dei vari stati non sia del tutto conveniente per l’Italia. Scrive inoltre che “un eventuale meccanismo di redistribuzione obbligatoria ci vedrebbe nella scomoda posizione di Paese destinato a ricevere quote aggiuntive di richiedenti asilo, anziché titolato a dirottarle verso altre destinazioni, infatti un’Europa in cui tutti gli stati si facciano carico dell’accoglienza in modo solidale, comporterebbe un importante aumento di persone in accoglienza nel nostro paese”.

Per tornare ai dati riferiti agli sbarchi di quest’anno e al confronto con le richieste di asilo presentate in Italia nei primi sette mesi del 2020 (ultimo dato fornito dal Ministero dell’Interno), si rileva la mancata conferma di una tendenza in atto ormai da tre anni che vede il numero delle richieste di asilo superare di gran lunga quello degli sbarchi (si veda il nostro report). Infatti, al mese di luglio 2020, le domande presentate in Italia erano state 13.965: si tratta dello stesso numero di persone che sono sbarcate nel medesimo periodo.

Ancora una volta, leggere questo dato senza tener conto da una parte della nazionalità dei migranti sbarcati e dall’altra della provenienza di coloro che richiedono protezione internazionale in Italia può indurre a confermare l’errata impressione che tutti gli sbarcati, una volta toccato il suolo italiano, abbiano presentato richiesta di asilo.

Al contrario, un’analisi più approfondita basata su dati Eurostat rivela per esempio che su 11.195 cittadini tunisini e algerini sbarcati (quasi la metà del totale), solo 660 hanno potuto presentare una richiesta di protezione in Italia. Questo a causa di una serie di deroghe, apportate alla normativa internazionale sul diritto di asilo da parte dei governi italiani che si sono succeduti, che hanno visto l’introduzione di un elenco di paesi considerati sicuri (pubblicato il 4 ottobre 2019 di concerto tra il Ministro degli Affari Esteri e il Ministro della Giustizia) i cittadini dei quali possono essere immediatamente espulsi, in quanto le loro domande sono generalmente considerate ‘manifestamente infondate’.

Un caso diverso e diametralmente opposto è quello che riguarda i cittadini della Nigeria, i quali negli anni tra il 2014 e il 2017 rappresentavano la provenienza più numerosa tra coloro che giungevano in Italia via mare, e la cui presenza tra gli sbarcati nel 2020 è talmente esigua da non essere rilevata dalle statistiche ministeriali, ma che con oltre 2031 domande avanzate rappresentano una delle maggiori provenienze tra i richiedenti asilo nei primi dieci mesi dell’anno. Probabilmente i nigeriani raggiungono il nostro paese attraverso gli scali aeroportuali, via terra oppure erano già presenti in Italia e il loro permesso non era più valido o scaduto. Eppure, per i nostri mezzi di comunicazione il numero da tenere in considerazione è sempre e solo quello degli sbarchi.

L’esempio dimostra la tendenza della maggior parte del sistema dei mass media e dei politici italiani a trattare i fenomeni migratori in modo superficiale, all’interno di schemi interpretativi preconfezionati: un approccio che ha portato l’opinione pubblica a stabilire un’uguaglianza tra sbarchi, richieste di asilo, persone in accoglienza.

 


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