TERZO SETTORE / Fondazioni
Welfare: dove vanno le fondazioni di origine bancaria?
Abbiamo analizzato il documento ACRI che delinea le nuove strategie delle FOB per le politiche sociali. Ecco gli elementi più interessanti
26 giugno 2014

Di fronte alla crisi che non passa, come vi avevamo dato conto anche nel Primo Rapporto sul secondo welfare in Italia, molte Fondazioni di origine bancaria (FOB) negli ultimi anni hanno sensibilmente aumentato il proprio impegno nell’ambito dei servizi di welfare. Lo hanno fatto sia destinando una quota crescente di erogazioni al settore dei servizi alla persona (circa 300 milioni di euro sui 965 complessivamente erogati nel corso del 2012), sia mettendo in campo le proprie strutture operative, conoscenze e competenze per monitorare e valutare i diversi bisogni emergenti, implementando in molti casi misure e strumenti innovativi per rispondervi. 

Il mese scorso l’assemblea annuale dell’Acri - Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio Spa – che raccoglie le 88 fondazioni bancarie presenti nel nostro Paese, ha approvato un interesante documento interno che affronta numerose tematiche legate all’ambito del welfare. Il testo indica molte delle dinamiche che si sono sviluppate negli ultimi anni per quanto riguarda le politiche sociali e, nel contempo, formula alcune linee strategiche che le FOB dovrebbero seguire nei mesi a venire per strutturare i propri interventi in tale ambito.

Abbiamo visionato il testo, messo a punto da un apposito gruppo di lavoro guidato da Vincenzo Marini - vice presidente ACRI e presidente della Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno - in cui sono individuate le priorità di intervento verso cui le FOB dovranno orientarsi per quanto riguarda l’ambito socio-assistenziale. Vi presentiamo di seguito i principali contenuti del documento, oltre ad alcuni riflessioni sulla scelta assunta dall’ACRI attraverso la sua stesura.


Le sfide da affrontare

Nel documento redatto dall’ACRI si evidenzia anzitutto come le FOB con i propri interventi stiano cercando di affrontare grandi questioni strutturali che affliggono il nostro sistema di welfare, ma che negli ultimi anni si sono fatte via via più intense e pressanti, individuando alcuni spunti interessanti da cui partire. La prima sfida che le fondazioni stanno affrontando riguarda lo sviluppo di modelli di intervento più efficienti ed efficaci per rispondere ai rischi e bisogni sociali, sia vecchi che nuovi, dei cittadini. Ad oggi molte delle misure messe in campo dallo Stato risultano infatti poco efficaci in termini di risultati prodotti, lasciando spesso insoddisfatte le esigenze sociali degli individui. Tale situazione è riconducibile alla diminuzione delle risorse economiche disponibili, ma anche a un cattivo uso delle stesse da parte dell’autorità pubblica.

In questo senso, e qui la seconda questione, emerge la necessità di superare il carattere prevalentemente “risarcitorio” del nostro sistema di welfare, che ad oggi risulta ancora concentrato a distribuire risorse economiche a soggetti colpiti da eventi avversi (disabilità, malattia, ecc.) dimostrandosi tuttavia poco propenso a fornire loro l’aiuto necessario a gestire la propria esistenza in una logica di concreta inclusione sociale. Per arrivare a una nuova concezione di welfare che favorisca lo sviluppo e consenta la “massima autonomia possibile” alle persone, occorre pertanto immaginare e sperimentare interventi “abilitanti” e “responsabilizzanti” che mettano al centro la persona. Questi possono essere la base di un sistema di servizi sociali capace di sviluppare o potenziare al massimo le potenzialità degli individui e, conseguentemente, delle comunità in cui essi vivono.

La terza questione, che in un certo senso abbraccia le due precedenti, riguarda la creazione di sistemi di erogazione dei servizi siano in grado di integrare in modo virtuoso le risorse disponibili (non necessariamente solo economiche) sia pubbliche che private, favorendo l’attivazione di tutti i soggetti presenti sui diversi territori (dal non profit ai cittadini, dai governi locali alle aziende). Almeno a livello locale, la creazione di reti che possano favorire la “governance comunitaria” dei servizi si è spesso dimostrata come la premessa per lo sviluppo di iniziative di successo, sia in termini di erogazione più efficiente che di risposta efficace ai rischi e bisogni emergenti.


Le linee di intervento privilegiate

La risposta alla crisi del welfare secondo le FOB, dunque, non potrà che essere collettiva e strutturata su base territoriale. Al welfare pubblico in difficoltà dovrà necessariamente affiancarsi un welfare comunitario, capace di mettere insieme risorse e realtà diverse che possano sviluppare forme d’intervento innovative e peculiari nel campo dell’assistenza sociale e che, facendo leva sul principio di sussidiarietà, promuovano la formazione di modelli di governance multistakeholder.

In quest’ottica le fondazioni di origine bancaria, sempre nel rispetto del ruolo delle istituzioni pubbliche, specialmente locali, possono svolgere una proattiva ricerca dell’innovazione, della valutazione dell’efficacia e dalla promozione del coordinamento tra i diversi soggetti per favorire la costruzione di reti sociali. Oltre a sostenere e incoraggiare specifici interventi in ambito sociale, le fondazioni possono infatti essere animatrici del dibattito sui temi sociali, aiutando a mettere a fuoco gli assunti e le opzioni disponibili per dar vita un nuovo sistema di welfare.

Nel perseguimento di queste finalità le fondazioni possono operare secondo differenti orientamenti strategici, in funzione del contesto operativo, della tradizione della fondazione, della strategia complessivamente messa in atto dalla stessa. Il documento individua in particolare quattro orientamenti strategici che possono essere assunti dalle diverse FOB:

1. Orientamento all’innovazione: le FOB possono svolgere un ruolo proattivo nell’elaborazione di approcci innovativi che possono palesarsi attraverso lo sviluppo di strumenti di politica sociale, in particolare grazie alla flessibilità che garantisce loro di sperimentare nuove politiche e interventi, e che possono permettere di costruire una nuova cultura tecnica e amministrativa diffondibile all’interno delle reti di cui la stessa fondazione è parte e/o promotrice.
2. Orientamento all’estensione del servizio: le FOB con le proprie attività possono contribuire al mantenimento o all’ampliamento di servizi sociali già esistenti. Specialmente a causa della crisi, servizi in precedenza garantiti dalla pubblica amministrazione oggi risultano essere spesso a rischio riduzione o interruzione, mentre nel contempo si registrano aumenti delle domande di sostegno da parte degli utenti. Le risorse delle fondazioni sono ovviamente una goccia nel mare rispetto alle disponibilità economiche del settore pubblico, ma possono rappresentare un fattore importante nel momento in cui queste sono impegnate nello sviluppo di servizi che coinvolgono attori privati, specialmente del non profit, in grado di strutturare misure operativamente ed economicamente sostenibili.
3. Orientamento alla risposta alle emergenze: costituiscono interventi emergenziali, sottratti cioè ai criteri di ponderata pianificazione dell’azione filantropica della fondazione, gli interventi posti in essere per rispondere a sollecitazioni esterne provenienti da altri attori territoriali (tipicamente gli enti pubblici) legate a situazioni transitorie di crisi finanziaria dell’ente locale, nel sostenere taluni servizi di welfare di particolare rilievo per la comunità, ovvero a situazioni di emergenza sociale.
4. Orientamento al consolidamento dei legami sociali: orientandosi verso un’interlocuzione positiva con gli attori del territorio, le FOB possono essere un vero e proprio catalizzatore capace di attrarre soggetti diversi ma egualmente interessati a sostenere il bene comune, promuovendo, facilitando e coordinando reti e relazioni che possono essere significativi fattori propulsivi per i territori.


Non solo ipotesi, ma una vera e propria strategia comune

Oltre a definire gli orientamenti privilegiati che possono essere messi in atto dalle fondazioni, il documento ACRI nella sua ultima parte elenca, in maniera semplice ma ricca di spunti, le modalità attraverso cui tali orientamenti possono essere tradotti in realtà. Non solo ipotesi teoriche quindi, ma una sorta di manuale di istruzioni che chiarisce meglio dove, come e con chi è possibile dar vita a esperienze embrionali di welfare comunitario.

E’ un segnale certamente importante, che dimostra la volontà di chi guida l’associazione di incoraggiare la capacità operativa delle singole fondazioni attraverso la condivisione di conoscenze, competenze ed esperienze che possano poi declinarsi positivamente nei diversi contesti locali. Pur nel totale rispetto dell’autonomia delle singole fondazioni, l’ACRI da qualche tempo pare stia infatti cercando di orientare maggiormente le scelte delle proprie associate, definendo ove possibile alcuni punti fermi su cui impostare il lavoro.

La scelta di produrre un documento dedicato al welfare, e in particolare le modalità di realizzazione dello stesso, in un certo senso conferma l’atteggiamento sempre più proattivo assunto negli ultimi anni dall’ACRI. Rispetto al passato, infatti, sembra si stiano cercando di individuare più chiaramente alcuni punti cardine che possano influenzare le scelte delle diverse FOB – un segnale di questa tendenza era già riscontrabile, ad esempio, nell’approvazione della Carta delle Fondazioni del 2012 – indirizzandole verso ambiti giudicati prioritari per la società italiana nel suo complesso.


Un segnale per le fondazioni più “piccole”?

Quello del welfare rappresenta inoltre un campo privilegiato in cui è possibile riscontrare una dinamica che già vi avevamo anticipato nei mesi scorsi: le fondazioni medio-grandi oggi paiono avere una marcia in più per quel che riguarda l’ambito dei servizi alla persona rispetto alle realtà più piccole.

Mentre le realtà più grandi vanno sviluppando progettualità fortemente innovative che mirano esplicitamente allo sviluppo di forme di welfare comunitario - basti pensare, ad esempio, alle recenti iniziative messe in atto da Cariplo o Fondazione CRC coi loro nuovi bandi sociali, "Welfare di comunità e innovazione sociale" e "Cantiere Nuovo Welfare" – quelle più piccole sembrano essere ancora orientate verso la realizzazione, ove prevista, di interventi a carattere sociale di “vecchio stampo”. Certamente questa disparità di azione è riconducibile a una diversa disponibilità economica delle fondazioni ma anche, probabilmente, alla mancanza di strutture operative nelle fondazioni più piccole, inadeguate a gestire questo genere di azioni. Il tentativo di ACRI sembra voler allargare l’orizzonte in cui si muovono anche le realtà meno grandi, mettendo a loro disposizione gli strumenti per seguire l’esempio di chi sta già battendo la strada dell’innovazione nell’ambito dei servizi alla persona.

Occorrerà aspettare i prossimi mesi per vedere se e quali risultati porterà questo approccio scelto dell’associazione delle fondazioni, ma già la prossima settimana potremmo avere un’idea della bontà della scelta. Per il 3 luglio ACRI e Assifero, l’associazione delle Fondazioni ed enti di Erogazione, hanno infatti organizzato un convegno dal titolo “Welfare di comunità: il ruolo delle Fondazioni”  durante il quale potrebbero emergere spunti interessanti circa l’impegno delle fondazioni bancarie, grandi o piccole che siano, nell’implementazione dei servizi alla persona sui propri territori.


Riferimenti

Il documento ACRI "Le Fondazioni e il welfare" (pdf)


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