Entrano alla spicciolata, spesso in silenzio. Qualcuno accompagnato dai figli, qualcuno sorridente, qualcuno con lo sguardo fisso a terra, qualcuno arriva con una bolletta in mano. Ad accoglierli ci sono volontarie e volontari, che cercano di “esserci” in un contesto in cui la povertà non è più soltanto mancanza di reddito, ma anche solitudine, precarietà e difficoltà a orientarsi tra servizi e diritti. Stiamo parlando di quel che accade nei Centri di ascolto Caritas[enf_note]Si tratta dei luoghi, spesso collocati nelle parrocchie delle diversi Diocesi, che offrono servizi di ascolto, orientamento e supporto materiale a persone in difficoltà, in particolare a chi vive situazioni di povertà, isolamento o disagio. Il loro obiettivo è fornire un primo intervento di supporto, accompagnare le persone verso i servizi adeguati e promuovere la loro inclusione sociale.[/efn_note].
Durante il dottorato di ricerca ho provato a guardare questo contesto, che mi è molto familiare, con lo sguardo da ricercatore mettendo insieme analisi quantitativa, focus group e, soprattutto, strumenti etnografici: giornate di osservazione partecipante e shadowing1 nei Centri di ascolto di Reggio Emilia, cogliendo conversazioni informali, ascoltando le parole dette “a microfoni spento”, registrando impressioni che spesso restano sullo sfondo.
Quello che emerge è uno spaccato prezioso di come le volontarie e i volontari Caritas vivono e reinterpretano la povertà incontrata sul campo: una miscela di vicinanza umana e fatica, intuizioni profonde e rischi di riprodurre stigma e disuguaglianze.
Una povertà che non è mai solo economica
Quando si chiede a chi fa volontariato che cosa significhi oggi “povertà” 2, le risposte sono tutt’altro che riduttive. Nel materiale raccolto la povertà viene descritta come difficoltà economica, certo, ma anche come solitudine, mancanza di relazioni, problemi di salute, fragilità educative e mancanza di risorse simboliche e culturali.
Molti distinguono tra povertà “di lunga durata” e situazioni nate da eventi improvvisi (separazioni, malattie, lavori persi). In diverse conversazioni compare l’idea di una “catena della povertà”: quando una famiglia fa fatica a mantenere lavoro, casa, relazioni significative, il rischio è che queste fragilità si trasmettano ai figli, rendendo l’uscita dalla povertà molto più difficile.
Allo stesso tempo, operatori e operatrici che affiancano volontari e volontarie osservano quanto sia complicato, per chi svolge un servizio in parrocchia, cogliere fino in fondo le cause strutturali di ciò che vede: precarietà del lavoro, carenza di politiche abitative, percorsi migratori a ostacoli. Spesso lo sguardo si ferma su ciò che è immediatamente visibile: il pacco alimentare, la bolletta, la richiesta di un contributo.
Qui si apre una prima tensione tipica dei servizi di welfare portati avanti dal volontariato: sono proprio gli attori più vicini alle persone a intercettare la complessità della povertà e i risvolti di questa nelle biografie dei singoli. Se le volontarie e i volontari sono bravi ad agire una vicinanza umana e relazionale non sempre hanno strumenti e spazi per leggerla anche in chiave strutturale e di mancanza di diritti.
Bisogni visibili e bisogni nascosti
Le persone che si rivolgono ai servizi Caritas arrivano con bisogni molto concreti, in particolare quello alimentare 3. “Sanno che il nostro ‘prodotto’ è soprattutto l’aiuto alimentare”, dice un coordinatore, “quindi chiedono quello”. Ma le richieste materiali riguardano anche molto altro: affitti arretrati, spese impreviste, spese sanitarie, scolastiche e sportive da coprire, utenze non pagate.
Ma dietro la richiesta materiale emergono, se si ascolta con attenzione, almeno altri due livelli di bisogno:
- Bisogni relazionali: molte storie sono segnate da legami familiari fragili, isolamento, reti amicali quasi inesistenti. Alcune persone che fanno volontariato raccontano che ciò che le colpisce di più, rivedendo i percorsi nel tempo, è proprio “quanti pochi rapporti hanno queste persone” e “quanta solitudine c’è”, anche se quasi nessuno arriva dicendo: “mi sento solo, aiutatemi su questo” 4.
- Bisogni di cittadinanza: chi è in difficoltà fatica a orientarsi fra uffici, bandi, sportelli; non conosce i propri diritti o rinuncia ad esercitarli perché si sente inadeguato, in colpa, fuori posto. È un bisogno che spesso i chi fa volontariato intercetta in modo intuitivo, ma che raramente viene tematizzato come tale. Come sintetizza Laura, volontaria di un Centro di ascolto parrocchiale: “Il bisogno più grande che hanno è di essere visti, riconosciuti e di cittadinanza. Spesso le persone vivono da noi ma senza essere cittadini davvero. Quando li incontri e li riconosci si illuminano“.
Molti volontari e volontarie, tuttavia, condividono di non sentirsi in grado di affrontare questi livelli “alti” di complessità: la solitudine, le ferite di autostima, la burocrazia. Così tendono a restare su ciò che sentono di saper gestire: l’aiuto materiale, magari accompagnato da una buona dose di ascolto empatico, ma non sempre inserito in un progetto di lungo periodo.
Per un welfare che voglia davvero essere abilitante, questa è una sfida cruciale: come sostenere i volontari e le volontarie a riconoscere e lavorare sui bisogni relazionali e di cittadinanza, senza snaturare il loro radicamento comunitario?
Tra empatia e “paura di essere fregati”
L’etnografia mette anche in luce un lato più scomodo, ma fondamentale da nominare se si vuole migliorare la qualità dell’aiuto: il rischio che servizi nati per sostenere le persone in difficoltà contribuiscono, senza volerlo, ad alimentare stigma e distanza.
Nei focus group e nelle osservazioni realizzati nel corso della ricerca compaiono espressioni di diffidenza: la preoccupazione di “non farsi fregare” da chi chiede aiuto, la tendenza a leggere alcune scelte delle persone come irresponsabili, le battute sul fatto che con il Reddito di Cittadinanza “è normale che non cerchino più lavoro”.
Questi discorsi rimandano, appunto, a ciò che la letteratura chiama stigma: l’idea che chi è in povertà abbia qualche colpa, abbia “sbagliato qualcosa”, e che l’accesso all’aiuto debba quindi essere continuamente controllato e verificato. A questo si affianca l’othering: la costruzione implicita di un “noi” (i volontari, la comunità “normale”) e di un “loro” (le persone in difficoltà), descritte come portatrici di una logica o di una cultura diversa dalla nostra.
L’othering si vede nei discorsi (“loro inseguono lo status symbol”, “loro prendono sempre il riso di marca”), ma anche negli spazi: cartelli che vietano l’accesso ad alcune stanze, divisioni rigide tra “zona volontari” e “zona utenti”, modalità di distribuzione che riducono l’incontro a una consegna veloce.
Eppure la stessa ricerca restituisce anche un altro volto dell’aiuto: storie in cui le cose, almeno in parte, funzionano. Ci sono relazioni che si allungano nel tempo, che vanno oltre la dimensione dell’aiuto diventando relazioni profonde e durature, gruppi parrocchiali che si attivano perché una famiglia non resti sola di fronte a un passaggio critico.
Quando rileggono insieme questi percorsi, i volontari e le volontarie colgono con chiarezza che non si tratta di “casi fortunati”, ma di situazioni in cui si sono intrecciati alcuni elementi precisi: più continuità di presenza, un metterci qualcosa in più del semplice pacco alimentare, un lavoro di rete con altri servizi, qualche alleanza significativa nella comunità, la possibilità per le persone di partecipare al percorso di aiuto non solo come “destinatarie” ma parte attiva.
Dentro le stesse organizzazioni convivono quindi due possibilità: quella di trasformare i servizi in uno spazio di relazione e reciproco riconoscimento che apre alla reciprocità nell’aiuto, e quella di irrigidirla in controlli e procedure che invece nascondono una sfiducia nell’altro.
Cosa ci dice tutto questo sul welfare di domani
Guardare la povertà dal punto di vista di chi fa volontariato e delle loro pratiche quotidiane non serve a giudicarli, ma a capire meglio come funziona davvero il welfare agito da volontari e volontarie. Da questa porzione di ricerca emergono almeno tre piste di lavoro:
1. Investire in formazione riflessiva
Non basta formare i volontari e le volontarie sulle procedure. Occorrono spazi dove possano rileggere insieme le proprie rappresentazioni della povertà, i propri vissuti (empatia, frustrazione, paura di non farcela) e i propri discorsi, anche quando sono scomodi. È qui che si gioca la possibilità di ridurre stigma e othering e di orientare l’aiuto a partire dai diritti e dalle capacità delle persone.
2. Ripensare spazi e modalità dei servizi
Code, sportelli, cartelli di divieto, separazioni rigide fra “chi aiuta” e “chi è aiutato” non sono neutri: comunicano gerarchia, distanza, talvolta diffidenza. Ripensare layout, tempi, modi di stare insieme può trasformare un servizio in un vero spazio di relazione e di partecipazione.
3. Fare rete con i servizi pubblici
Se i volontari e le volontarie percepiscono come fuori dalla loro portata i grandi nodi di lavoro e casa, è essenziale che non restino soli. La collaborazione con servizi sociali, enti locali, associazioni permette di dare continuità ai percorsi e di non ridurre il secondo welfare a un “cerotto” sulla povertà materiale.
Dalla ricerca svolta, volontari e volontarie sono attori indispensabili nel nostro sistema di welfare, eppure spesso sono trascurati e lasciati soli nei loro sforzi, che talvolta vengono dati per scontati. Mettere a fuoco i nodi della loro azione è un passaggio decisivo per accompagnarli meglio e ripensare il welfare in una prospettiva più sostenibile e partecipativa.
Si tratta di spunti che, ovviamente, fanno riferimento al contesto territoriale in cui l’analisi è stata realizzata, ma che certamente possono validi anche per tanti altri ambiti in cui le politiche contro la povertà vedono il coinvolgimento di volontari e volontarie.
Note
- Con il termine shadowing si fa riferimento a una tecnica di ricerca qualitativa che prevede l’osservazione diretta e continua di un individuo o gruppo per comprendere le dinamiche quotidiane e le pratiche sociali in contesti specifici. Utilizzato in ambito sociale, permette di esplorare le dissonanze tra politiche ufficiali e comportamenti informali, rivelando aspetti nascosti delle realtà sociali, ndr.
- Un tema che Percorsi di Secondo Welfare segue da molto tempo con il focus “Povertà e inclusione”, ndr
- Per approfondire le dinamiche che riguardano questa declinazione della povertà si rimanda al focus “Povertà Alimentare” di Percorsi di Secondo Welfare, ndr
- Un tema, quello della povertà relazionale, al centro del primo numero di Nessi, la rivista di Percorsi di Secondo Welfare, ndr