Marino Pezzolo su lavoce.info riflette su come nelle piccole e medie imprese il lavoro agile dati alla mano appaia in ritirata (presente solo nel 45% delle PMI), ma come in realtà abbia assunto forme diverse da quelle intercettate dagli studi statistici.
Un recente ricerca pubblicata realizzata su alcune “PMI attente al welfare” descrive infatti un meccanismo interessante: da policy aziendale lo smart woking si è trasformato in un “patto di welfare invisibile“, negoziato direttamente tra dipendente e superiore. “È la logica del pragmatismo relazionale che, sfidando ogni definizione rigida, riesce a estendere pezzi di flessibilità anche a mansioni considerate non remotizzabili, dall’operaio che segue corsi di formazione da casa all’educatrice che compila report nel pomeriggio, agendo come un ammortizzatore sociale su misura e spiegando il paradosso tra i numeri in calo e le pratiche che resistono” spiega Pezzolo.
Anche mansioni che sono normalmente considerate escluse dallo smart working, come gli operai specializzati, nelle imprese oggetto della ricerca “ottengono di svolgere da casa attività di controllo qualità o formazione tecnica, spezzando la rigidità della catena di montaggio in base alle esigenze familiari“. Ma se da un lato l’informalità presente in queste aziende “garantisce inclusione“, dall’altro porta con sé rischi evidenti in termini di equità, intensificazione del lavoro e connessione perenne.
Le evidenze raccolte, conclude l’articolo, suggeriscono che il legislatore e le parti sociali dovrebbero guardare con attenzione a questo “laboratorio sommerso” fatto di “soluzioni ibride avanzate basate sul buon senso e sulla relazione”, anche per affrontare alcune sfide che riguardano da vicino il welfare aziendale.