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Nelle settimane antecedenti l’approvazione delle Legge di Bilancio 2022 vi abbiamo raccontato che tra le proposte di modifica della Manovra erano stati presentati alcuni emendamenti finalizzati a rendere stabile il “raddoppio” dell’importo dei fringe benefit detassati.

L’obiettivo era quello di permettere alle aziende di offrire ai loro dipendenti una serie di servizi di welfare aziendale per un valore massimo di 516,46 euro, il doppio rispetto ai 258,23 euro previsti dalla normativa, totalmente esenti da tassazioni.

Gli emendamenti – promossi da parlamentari di diversi partiti, dal PD a Forza Italia, dal Movimento Cinque Stelle alla Lega – non hanno però trovato spazio all’interno della Legge.

I fringe benefit e il welfare nelle PMI

La scelta di non riconfermare questa misura – peraltro già sperimentata “a tempo” nel 2020 e nel 2021 – è probabilmente un’occasione mancata.

I fringe benefit – che sono una vasta gamma di servizi e soluzioni in cui rientrano ad esempio card acquisto, buoni benzina, polizze assicurative e voucher per visite mediche specialistiche – rappresentano uno strumento facile da utilizzare per le aziende e i lavoratori. Il fatto che possano essere utilizzati attraverso i voucher (cartacei o digitali) consente a molte imprese – soprattutto le più piccole – di sperimentare facilmente i vantaggi del welfare aziendale.

Come vi raccontiamo ormai da anni, molte organizzazioni non hanno infatti la possibilità di adottare interventi di welfare a causa delle loro dimensioni, di difficoltà organizzative o, semplicemente, della scarsa conoscenza di un tema che richiede sforzi importanti per essere approfondito e compreso nella sua complessità. I fringe benefit (e in modo particolare i voucher) sono un modo semplice per “entrare in contatto” con il welfare aziendale e iniziare a comprendere le sue potenzialità sotto il profilo sociale e contrattuale.

Le opportunità sul fronte economico

Questo intervento, oltre che importante da un punto di vista “culturale”, sarebbe stato inoltre un’opportunità economica per il sistema Paese. Le cifre che i datori di lavoro destinano al welfare aziendale vanno infatti ad integrare la normale retribuzione ma, al contrario di quest’ultima, non possono “andare a risparmio” e di norma devono essere spese dai lavoratori entro l’anno fiscale di riferimento.

L’aumento della soglia di deducibilità dei fringe benefit avrebbe quindi potuto dare una spinta ai consumi, generando così anche un ritorno per lo Stato. A questo riguardo, secondo recenti stime fatte da The European House – Ambrosetti, il raddoppio avrebbe permesso di generare consumi aggiuntivi per una cifra che oscilla tra i 1,6 miliardi e i 4,1 miliardi l’anno. Lo Stato avrebbe così potuto “recuperare” attraverso l’IVA una cifra tra i 346 milioni di euro e i 547 milioni di euro l’anno (qui ne ha parlato anche Il Sole 24 Ore).

E tutto ciò – come evidenziato nel 2020 dalla Ragioneria dello Stato – a fronte di una spesa legata alla perdita di gettito fiscale di circa 12 milioni di euro l’anno.

Un’occasione persa?

Ad ogni modo, occorre sottolineare anche i limiti dei fringe benefit, che nella maggior parte dei casi non sono utilizzati per misure “più” di natura sociale. Come evidenziato in un nostro recente articolo firmato da Paolo Riva, questi strumenti sono di fatto la componente del welfare aziendale che meno ha a che fare col welfare in senso stretto. I fringe, come detto,sono comunemente utilizzati da imprese e lavoratori come benefit accessori per integrare la normale retribuzione; è più raro che con essi si vadano invece ad acquistare servizi per istruzione, sanità, assistenza per anziani e bambini.

Ma questo è soprattutto dipeso dal loro (anacronistico) limite di 258 euro (che difatti è il cambio delle vecchie 500.000 lire). Con un importo più alto sarebbe possibile accedere più facilmente a misure che hanno un risvolto sociale, che richiedono spesso cifre più significative di quelle necessarie per acquistare voucher. Si pensi ad esempio a servizi di dopo-scuola, alle ripetizioni o anche a visite mediche più complesse e costose. Alzando la soglia di deducibilità, lavoratori e imprese avrebbero un incentivo in più ad investire maggiormente nel welfare in senso stretto. E in questo senso anche i fornitori di servizi avrebbero avuto i margini per ampliare l’offerta disponibile.

In un momento ancora così complesso e incerto sarebbe dunque stato importante per i lavoratori poter contare su maggiori risorse economiche da spendere in servizi di natura sociale. Ci auguriamo che il tema torni presto all’attenzione del Parlamento. Al momento però ci sembra naturale parlare di un’occasione persa.