La cura urgente sta emergendo come dominio autonomo della programmazione territoriale integrata dell’assistenza sanitaria. Nel presente contributo si propone un’analisi della dislocazione out-of-hospital dei casi clinici a bassa complessità e presenta una breve rassegna tematica delle implicazioni organizzative collegate a un esperimento pilota nel contesto italiano.

Ospedalizzazioni evitabili e limiti della risposta territoriale

Uno degli indicatori introdotti recentemente per valutare la tenuta dei sistemi sanitari nazionali e, in generale, la qualità dell’assistenza territoriale, è il tasso di ospedalizzazioni evitabili (Rapporto Osservasalute 2025, Pierri et. al 2024). Con questo termine ci si riferisce a quei ricoveri che potrebbero essere prevenuti attraverso un’assistenza primaria tempestiva, accessibile, continua e appropriata, capace di evitare l’acutizzazione di episodi clinici e, quindi, il ricorso all’ospedale (WHO, 2016)1.

Secondo evidenze consolidate, un elevato tasso di ospedalizzazioni evitabili è associato a frequenti difficoltà di accesso ai servizi territoriali e conseguente eccessivo ricorso all’ospedale per condizioni gestibili sul territorio (Oecd 2023). L’ultimo monitoraggio del Rapporto Osservasalute 2025, riferito al 2023, attesta un tasso complessivo di ospedalizzazioni evitabili pari a 138,11 per 1.000 abitanti, in lieve aumento rispetto al biennio 2020‑2022 (125,98 per 1.000 abitanti).

A livello globale, si è assistito alla proliferazione di setting di cura out-of-hospitals, ovvero di ambiti assistenziali, con diversa intensità clinica e organizzativa, per trattare condizioni cliniche urgenti (gravi, ma non critiche) ed evitare le ospedalizzazioni non necessarie. In Italia, invece, un approccio per dislocare la prestazione sanitaria urgente a bassa complessità assistenziale fuori dal setting ospedaliero appare ancora poco diffuso.

Di seguito si propone una rassegna tematica che illustra sinteticamente le implicazioni organizzative di modelli out-of-hospitals, internazionali e nazionali, offrendo un’opportunità di riflessione su possibili prospettive per la gestione territoriale delle urgenze.

Rassegna critica sui modelli e implicazioni organizzative

Come evidenziano diversi studi internazionali, l’espansione di una delivery dislocata che trasferisce l’erogazione di prestazioni sanitarie per situazioni cliniche a bassa complessità in contesti extra-ospedalieri, risponde a una nuova domanda di salute derivata da una combinazione di elementi clinici e sociali.

La pandemia di Covid 19 sembra infatti aver inciso sugli atteggiamenti individuali correlati alla ricerca di assistenza sanitaria (il cosiddetto help‑seeking behaviour) limitando l’inclinazione a rivolgersi all’ospedale sia per evitare possibili contagi (Moynihan et al. 2021) sia per la riduzione e/o la riorganizzazione dei servizi (Pujolar et al. 2022). In questo mutato scenario e, unitamente alla necessità di ridurre la pressione sugli ospedali, si predilige un approccio organizzativo walk-in2. Questo è tipico, ad esempio, delle Retail Clinic cioè strutture sanitarie situate spesso in farmacie, supermercati o centri commerciali, che offrono cure rapide di base, ma anche delle delle Minor Injury Units (MIUs), strutture infermieristiche per cure urgenti e, ancora, degli gli Urgent Care Centers (UCCs), il modello più saliente per la nostra trattazione.

Gli Urgent Care Centers sono strutture extra‑ospedaliere che offrono valutazione, diagnosi e piccoli interventi immediati in regime ambulatoriale per il trattamento di malattie e lesioni acute o croniche non pericolose per la vita (American Academy of Urgent Care Medicine). Si tratta di contesti di cura che enfatizzano la “convenienza” della scelta da parte dei pazienti, vista come riduzione dei tempi di attesa (rispetto al Pronto Soccorso), accesso facilitato e non programmato e, talvolta, prossimità geografica (Coster et al. 2017) con la finalità condivisa di ridurre la pressione sugli ospedali e l’inappropriatezza degli accessi.

Pur nascendo da premesse simili, il modello organizzativo si diversifica a seconda di specifiche scelte nazionali. Ad esempio, negli Stati Uniti gli Urgent Care Centers sono servizi privati, orientati al consumatore; nel Regno Unito, gli Urgent Treatment Centres sono invece parte del sistema sanitario pubblico e gestiti in maniera centralizzata, grazie all’integrazione con il triage telefonico; infine, in Nuova Zelanda l’urgent care è una specializzazione medica indipendente e questo conferisce ai centri di cura urgente un livello di autonomia clinica superiore.

Secondo alcuni studi (Benjamin et al. 2023), nella varietà nosologica che gli UCCs gestiscono si può delineare una lacunosa formazione specialistica del personale, trasversale alle casistiche e, talvolta, un’insufficiente dotazione strumentale, che può rallentare valutazioni più approfondite nei pazienti con sintomi persistenti o atipici. La risoluzione del problema medico è solitamente immediata, ma la letteratura segnala possibili gap di comunicazione tra professionisti coinvolti nella presa in carico di un paziente, con il rischio di frammentare la continuità dell’assistenza sanitaria (Chang et al. 2018) con possibili duplicazioni nei servizi (Ayabakan et. Al. 2017) e aumento dei costi complessivi dell’assistenza sanitaria (Wang et al. 2021).

Un esperimento pilota nel contesto italiano

Alcuni tentativi di ridurre le ospedalizzazioni evitabili e gli accessi impropri al Pronto Soccorso in Italia hanno previsto un’ottimizzazione nella presa in carico dei codici minori attraverso le opzioni di fast track e see e treat (Ministero della Salute 2019) rispettivamente per un reindirizzamento rapido o per trattamenti tempestivi senza triage. Queste opzioni richiamano a procedure sviluppate e integrate all’interno dell’ospedale, che resta tuttavia il punto di accesso e di decisione sulla modalità di presa in carico privilegiato.

Un esperimento pilota che, invece, sembra allinearsi al modello degli Urgent Care Centers è rappresentato dai Centri di Assistenza Urgenza (CAU) attivati in Emilia Romagna. Oggi 42 distribuiti in tutta la Regione, nascono per garantire una risposta alle urgenze differibili di bassa complessità clinico assistenziale; sono collocati all’interno di Case della Comunità, oppure presso le attuali sedi di Punti di Primo Intervento, presso gli Ospedali di prossimità sprovvisti di Dipartimento di Emergenza e Accettazione di I e II livello oppure presso sedi di forme aggregative strutturate della medicina generale.

I CAU rappresentano un modello di applicazione del Decreto Ministeriale 77/2022 e un’interfaccia operativa per la Continuità Assistenziale, integrandosi con la costellazione di servizi deputati a garantire capillarità e prossimità della risposta sanitaria sul territorio (Centrali Operative Territoriali, Unità Complessa di Cure Primarie, Aggregazioni Funzionali Territoriali, Medici di Medicina Generale e Pediatri di libera Scelta) e in raccordo sia con un presidio ospedaliero per garantire un canale preferenziale (in caso di necessario accesso all’ospedale) e sia con le centrali per l’attivazione del trasporto sanitario o del 118 e si prevede, inoltre, di erogare servizi mirati direttamente al domicilio del paziente (Giunta Regionale Emilia Romagna 2023).

I Centri di Assistenza Urgenza, come detto, presentano diversi aspetti in comune con il modello degli Urgent Care Centers. In primo luogo, accesso facilitato e non programmato (walk-in) e flessibile, garantito dall’estensione degli orari di apertura. In secondo luogo, sono chiare le convergenze tra i due modelli riguardo la tipologia di condizioni cliniche trattate (ustioni e irritazioni cutanee; dolori addominali non gravi; febbre moderata; infezioni e reazioni allergiche di lieve entità, ecc.); le procedure chirurgiche praticabili (suture, medicazioni e drenaggi semplici) e la possibilità di eseguire test al punto di assistenza (cosiddetti Point of Care Testing) per le esigenze di rapidità decisionale seppur con differenze nella dotazione di strumenti di diagnostica (solitamente di base).

È possibile, tuttavia, individuare qualche disallineamento in merito alla funzione: gli UCCs erogano prestazioni auto-gestite (prescrizioni, follow up), mentre nei CAU è più forte il raccordo con i servizi territoriali competenti, soprattutto il Pronto Soccorso. E, ancora, la dotazione di personale è minima, multidisciplinare (medico e infermiere) ma variabile: lo staffing viene solitamente dimensionato sul volume di pazienti e sulle ore di apertura.

Questi rimandi al modello dell’Urgent Care Center permettono di avere una lente specifica per ponderare alcune delle evidenze preliminari sull’attuale incisività dei Centri di Assistenza Urgenza nella filiera dei servizi territoriali per la risposta socio-sanitaria.

Stando ai dati resi disponibili dalla Regione, l’86% dei pazienti trova assistenza e risoluzione del problema direttamente al CAU, con un tempo di attesa medio di 45 minuti e una riduzione degli accessi al Pronto Soccorso con un impatto pari al 9% in meno di codici verdi3 e 15,5% meno di codici bianchi (Regione Emilia Romagna Salute 2024).

Le valutazioni del Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani (Snami) della sezione di Bologna offrono tuttavia una lettura differente: il sindacato segnala infatti un aumento dei codici azzurri (+8%), arancioni (+16%) e rossi (+12%). La piattaforma ReportER conferma una lieve decrescita del rischio di inappropriatezza di accesso al PS (in riferimento alla quota di attività che potrebbe essere svolta nei servizi di assistenza territoriale) che si attesta al 22,46% (rispetto al 24,15% del 2023), esito possibile della redistribuzione della quota dei codici minori (banchi e verdi) nei CAU. Tuttavia, sempre Snami (2023) segnala possibili criticità organizzative ritenendo i CAU un tassello di un più ampio processo di task shifting, ovvero un trasferimento razionale di compiti a professionisti con una formazione meno mirata esprimendo preoccupazioni rispetto alla delega delle valutazioni cliniche a protocolli standardizzati e procedure automatizzate.

Un’altra puntualizzazione viene da parte della Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (Fimmg) e riguarda l’incongruenza nella scelta di collocare alcuni CAU in prossimità dei Pronto Soccorso, scelta poco pertinente con la loro finalità di utilizzo e che rischia di compromettere la continuità della cura primaria. Inoltre, un primo monitoraggio sull’andamento degli accessi ai CAU ha portato a una proposta di rimodulazione degli orari notturni (chiusura in alcune fasce orarie) di alcune strutture dell’area bolognese per esigui volumi di attività riscontrati, con l’intento di ottimizzare l’allocazione delle risorse ed evitare sprechi.

Quali sfide per un efficace coordinamento delle prestazioni urgenti

L’analisi del modello out‑of‑hospital mostra come la gestione delle urgenze a bassa complessità rappresenti oggi un nodo strategico per la sostenibilità dei sistemi sanitari. La progettazione e successiva implementazione dei Centri di Assistenza Urgenza in Emilia Romagna avvia un laboratorio innovativo per estendere la risposta territoriale dell’assistenza sanitaria alla gestione delle urgenze coerente con la riforma del Decreto Ministeriale 77/2022.

Rimangono però da sottolineare criticità sistemiche, come la carenza di personale, e culturali, tra cui una limitata health literacy, cioè la capacità delle persone di orientarsi tra i servizi che porta a identificare l’ospedale come luogo privilegiato di cura (Griffey et al. 2014) alimentando sovraffollamento e inefficienze.  Resta prioritario, inoltre, mitigare gli effetti di eventuali criticità operative e rischi associati, peraltro simili a quelle descritte per gli UCCs, come la discontinuità nei percorsi di cura, la preparazione non adeguata del personale e il possibile sovraconsumo delle risorse che possono ridurre la sostenibilità complessiva. La prospettiva italiana, radicata su una programmazione sanitaria e su una scelta degli investimenti sbilanciata a favore dell’ospedale (Nuti et al. 2010; Ricciardi et al. 2021) rischia, inoltre, di ridurre la portata della risposta territoriale.

Alla luce di queste evidenze, appare necessario riconoscere l’assistenza sanitaria per casi di bassa complessità (urgent care) come un dominio autonomo della programmazione sanitaria, contraddistinto da modalità organizzative proprie, anche out-of-hospital, e con focus sulla formazione e le competenze del personale e sulla comunicazione pubblica per orientare i cittadini. Mettere la gestione dell’urgenza al centro di un dialogo strutturato tra i servizi dell’assistenza primaria (es. Case della Comunità, Medici e Infermieri di Famiglia e Comunità) e il setting ospedaliero, può armonizzare le fasi del coordinamento tra differenti livelli di presa in carico e promuovere equità e prossimità in termini di accesso ai servizi per ridurre disuguaglianze e divari territoriali.

Per approfondire

  • American Academy of Urgent Care Medicine, What is Urgent Care Medicine?, consultato il 02/03/2026.
  • Ayabakan S., Bardhan I., Zheng Z., Kirksey K. (2017), The impact of health information sharing on duplicate testing, in “MIS Quarterly”, vol. 41, n. 4, pp. 1083-1103.
  • Benjamin P., Bryce R., Oyedokun T., Stempien J. (2023), Strength in the gap: a rapid review of principles and practices for urgent care centres, in “Healthcare management forum”, vol. 36, n. 2, pp. 101-106.
  • Chang J., Chokshi D., Ladapo J. (2018), Coordination Across Ambulatory Care: A Comparison of Referrals and Health Information Exchange Across Convenient and Traditional Settings, in “The Journal of Ambulatory Care Management”, vol. 41, n. 2, pp. 128–137.
  • Coster J. E., Turner J. K., Bradbury D., Cantrell A. (2027), Why do people choose emergency and urgent care services? A rapid review utilizing a systematic literature search and narrative synthesis, in “Academic Emergency Medicine”, vol. 9, n. 24, pp. 1137-1149.
  • Giunta Regionale Emilia Romagna (2023), Decreto 1206, Linee di indirizzo alle aziende sanitarie per la riorganizzazione della rete dell’emergenza urgenza in Emilia‑Romagna – prima fase attuativa, 17 luglio 2023.
  • Griffey R. T., Kennedy S. K., McGownan L., Goodman M., Kaphingst K. A. (2014), Is low health literacy associated with increased emergency department utilization and recidivism?, in “Academic Emergency Medicine”, vol. 21, n. 10, pp. 1109-1115.
  • Ministero della Salute (2019), Linee di indirizzo nazionali sul triage intraospedaliero, Ministero della Salute, Roma
  • Moynihan R., Sanders S., Michaleff Z.A., Scott A. M., Clark J., To E.J., … & Albarqouni L. (2021), Impact of COVID-19 pandemic on utilisation of healthcare services: a systematic review, in “BMJ Open”, vol. 11, n. 3, e045343.
  • Nuti S., Vainieri M., Bonini A. (2010), Disinvestment for re-allocation: a process to identify priorities in healthcare, in “Health Policy”, vol. 95, n. 2-3, pp. 137-143.
  • Osservatorio Nazionale sulla salute come bene comune (2025), Rapporto Osservasalute 2025 Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle regioni italiane, novembre 2025.
  • Organisation for Economic Co‑operation and Development (2023), Report Avoidable Hospital Admissions, in “Health at a Glance”, OECD Publishing, Paris.
  • Pierri P., Mercuri D., Di Lorenzo G., Soccodato V., Anniballo A., Forcella C., Renzi E., Villari P., Baccolini V., Migliara G. (2024), Assessing primary healthcare quality through avoidable hospitalizations: a systematic review, in “European Journal of Public Health”, vol. 34, n. supplemento 3.
  • Piattaforma ReportER, Accessi a rischio appropriatezza in PS, consultato il 28/02/2026.
  • Pujolar G., Oliver-Anglès A., Vargas I., Vázquez M. L. (2022), Changes in Access to Health Services during the COVID-19 Pandemic: A Scoping Review, in “International Journal of Environmental Research and Public Health”, vol. 19, n. 3, 1749.
  • Regione Emilia Romagna, Salute (2024), I dati di accesso ai CAU — Salute, consultato il 28/02/2026.
  • Ricciardi W., Tarricone R. (2021), The evolution of the Italian national health service, in “The Lancet”, 398 (10317), pp. 2193-2206.
  • Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani (2023), CAU e Riordino Emergenza Urgenza e crisi dei Pronto Soccorso in Emilia Romagna, 13 Aprile 2023.
  • Wang B., Mehrotra A., Friedman A.B. (2021), Urgent Care Centers Deter Some Emergency Department Visits But, On Net, Increase Spending, in “Health Affairs”, vol. 40, n. 4, pp. 587-595.
  • Weinick R. M., Bristol S. J., Desroches C. M. (2009), Urgent care centers in the US: findings from a national survey, in “BMC Health Services Research”, vol. 9, n. 79.
  • World Health Organizations – Regional Office for Europe (2016), Assessing health services delivery performance with hospitalizations for ambulatory care sensitive conditions, working document number: number: WHO/EURO:2016-4172-43931-61907

Note

  1. Le condizioni cliniche associate alle ospedalizzazioni evitabili sono anche note come Ambulatory Care Sensitive Conditions (ACSC) e, in generale, sono raggruppabili in: condizioni prevenibili (es. influenza), tramite vaccinazioni o interventi di sanità pubblica; condizioni croniche gestibili (es. scompenso cardiaco, diabete), ovvero patologie per cui la gestione territoriale riduce il rischio di acutizzazione e, infine, condizioni acute trattabili (es. infezioni urinarie, polmonite lieve) cioè episodi acuti che possono essere gestiti in setting non ospedalieri se intercettati precocemente.
  2. Nel contesto dell’organizzazione dei servizi socio-sanitari, walk‑in indica strutture o fasce orarie in cui una persona può presentarsi senza appuntamento per ricevere assistenza.
  3. Al fine di navigare meglio la lettura si precisa che il riferimento è ai codici di gravità nel triage ospedaliero, così identificati e suddivisi: rosso per emergenza, ovvero rischio immediato per la vita che richiede intervento immediato; giallo per urgenza, ossia condizioni potenzialmente gravi che richiedono  intervento rapido; verde per urgenza minore, solitamente una condizione non grave, ma che richiedono valutazione medica e, infine, bianco, una non urgenza riconducibile a problemi lievi e gestibili anche in setting non ospedalieri.
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