Mentre il dibattito pubblico estivo si è acceso sul tema della migrazione, Alleanza contro la povertà riporta l’attenzione su un dato che nella discussione entra raramente: nel 2024 viveva in povertà assoluta il 35,2% delle famiglie composte soltanto da stranieri, contro il 6,2% di quelle di soli italiani. Allargando lo sguardo a tutti i nuclei con almeno un componente straniero, l’incidenza è del 30,4%, pari a circa 716.000 famiglie. È il tema della terza puntata della serie “La povertà non ha ferie”, dopo quelle dedicate agli anziani, alla disabilità e ai caregiver. Il punto che più interessa chi si occupa di welfare è che avere un impiego non mette al riparo: è povero il 29,1% delle famiglie con almeno uno straniero in cui la persona di riferimento è occupata, contro il 4,2% di quelle di soli italiani.
Secondo i dati del Ministero del Lavoro citati dall’Alleanza, la retribuzione media annua dei lavoratori non comunitari è inferiore del 30,4% rispetto a quella dell’insieme dei lavoratori: pesano la concentrazione nelle qualifiche più basse, la discontinuità dei contratti e il minor numero di giornate retribuite. È la fotografia dei working poor, di cui ci siamo occupati a lungo: un fenomeno strutturale per cui mancano ancora politiche nazionali all’altezza e che, nel caso dei lavoratori stranieri, si intreccia con i limiti del modello italiano di inclusione occupazionale. Alla povertà lavorativa si somma un accesso difficile alle misure di contrasto. Per ottenere l’Assegno di inclusione un cittadino di un Paese terzo deve possedere uno specifico titolo di soggiorno e risiedere in Italia da almeno cinque anni, gli ultimi due continuativi.
Il risultato, segnala l’Alleanza citando l’Asylum Information Database, è che nel maggio 2024 soltanto il 9,5% delle famiglie beneficiarie dell’ADI era straniero, a fronte di un’incidenza della povertà quasi sei volte più alta. Il dato è sostanzialmente confermato anche dagli ultimi dati INPS disponibili.
Da qui le cinque richieste rivolte al decisore pubblico: ridurre da cinque a due anni il requisito di residenza continuativa per l’Assegno di inclusione, potenziare l’accoglienza diffusa nel SAI, contrastare lavoro povero, sfruttamento e caporalato, investire le risorse pubbliche nell’inclusione anziché nell’allontanamento degli stranieri regolari, rafforzare tutele e accompagnamento per i minori stranieri non accompagnati – al 31 luglio 2026 erano 13.601, il 74% con 16 o 17 anni – garantendo il prosieguo amministrativo fino a 21 anni.