Una persona su cinque in Unione Europea è oggi a rischio di povertà o esclusione1. Sono 93 milioni di cittadini e cittadine, di cui 19 milioni minori. É da questo dato che prende il via la Strategia dell’Unione Europea contro la Povertà, pubblicata la scorsa settimana.
L’obiettivo al 2030 è ridurre questo numero di almeno 15 milioni, di cui almeno 5 milioni di bambini e bambine. Ma per raggiungerlo, chiarisce il documento, “sono necessari sforzi più forti, sostenuti e maggiormente coordinati”.
Per provare a concretizzare questi sforzi, la Commissione Europea propone una strategia che si articola in tre parti. Una dedicata alle misure per le diverse fasce di età della popolazione, un’altra che affronta le “sfide orizzontali che aggravano la povertà” e una terza dedicata a governance, fondi e monitoraggio dei progressi.
Di seguito andiamo ad approfondire questi aspetti, insieme alle reazioni che la strategia ha suscitato nella società civile europea.
Misure per ogni fascia di età
Molta attenzione è data alla povertà minorile e al rafforzamento della Garanzia per l’infanzia, per la quale la Commissione UE ha presentato, contestualmente alla strategia, una comunicazione dedicata (su cui torneremo con un articolo). Inoltre, per il 2027, è attesa una Raccomandazione della Commissione sul miglioramento dell’efficienza e dell’integrazione dei sistemi di prestazioni legate all’infanzia nel contrasto alla povertà minorile.
Sempre nel 2027, è prevista la pubblicazione di altri tre documenti. Il primo è “un toolkit per collegare e rafforzare il coordinamento tra la Garanzia per l’Infanzia e la Garanzia Giovani”. Nel 2025, infatti, il 24% dei giovani sotto i 29 anni in UE era a rischio di povertà ed esclusione sociale, 3 punti percentuali in più rispetto alla popolazione totale. “Ciò è dovuto in gran parte alla disoccupazione giovanile, all’abbandono scolastico precoce e all’abbandono scolastico o dal mercato del lavoro”, spiega la Commissione.
Chi si prende cura di chi cura? Il nodo (ir)risolto dei caregiver
Il secondo e terzo documento riguardano le persone anziane in povertà. Sono due relazioni che, da un lato, individueranno le lacune nell’adeguatezza delle pensioni e nella copertura dell’assistenza a lungo termine tra gli Stati membri e, dall’altro, mapperanno e analizzeranno i meccanismi nazionali per proteggere gli anziani dalla povertà.
C’è poi la questione del lavoro, che è centrale nella strategia: “un lavoro di qualità è il modo migliore per uscire dalla povertà”, si legge. Nel 2025, il 66% dei disoccupati e il 44% delle persone al di fuori del mercato del lavoro erano a rischio di povertà o esclusione sociale. Perciò, avverte la Commissione, “per garantire il sostegno a coloro che sono esclusi dal mercato del lavoro” sono necessari “servizi pubblici per l’impiego solidi e ben finanziati”.
Anche l’economia sociale e la micro-finanza possono giocare un ruolo positivo e, per questo, si auspica “la valutazione del ruolo del sostegno finanziario pubblico nel favorire l’avvio e lo sviluppo degli attori dell’economia sociale”.
I nodi del lavoro povero e del non-take-up
La strategia, però, riconosce che non sempre il lavoro basta per uscire dalla povertà. Nonostante lievi miglioramenti nell’ultimo decennio, circa l’8,3% delle persone occupate nell’UE è ancora a rischio di povertà. “Coloro che hanno contratti part-time o a tempo determinato hanno il doppio delle probabilità di essere a rischio di povertà (rispettivamente 12,9% e 13,4%) rispetto a coloro che hanno contratti a tempo pieno o a tempo indeterminato (rispettivamente 6,9% e 5,2%)”, continua la Commissione.
Il lavoro povero, insomma, è un problema a cui la Commissione prova a porre rimedio.
Per contrastare questo fenomeno, molto presente anche in Italia, la Strategia parla di “lotta alla bassa intensità lavorativa involontaria”, di “accesso ai servizi e al sostegno al reddito ove pertinente” e di contrasto al lavoro sommerso “attraverso la formalizzazione degli incentivi unitamente all’applicazione delle norme”. “Anche la struttura delle prestazioni sociali e delle prestazioni in-work definita dagli Stati membri – prosegue la strategia – ha un impatto sulla povertà lavorativa, in particolare per coloro che si trovano in una fase di transizione verso un lavoro a tempo pieno e stabile”. Infine, “i salari minimi adeguati dovrebbero essere fissati a un livello sufficiente a proteggere dalla povertà le persone che lavorano a tempo pieno, in linea con la Direttiva sui salari minimi adeguati”.
Nel 2027, la Commissione presenterà una Raccomandazione della Commissione che fornirà orientamenti politici basati sull’evidenza e migliori pratiche per prevenire e combattere la povertà lavorativa. “Gli orientamenti saranno sviluppati in stretta cooperazione con gli Stati membri e le parti sociali”, precisa la strategia.
Sempre per il prossimo anno è atteso anche un Compendio delle migliori pratiche per contribuire ad affrontare il mancato utilizzo del sostegno al reddito (non-take-up of income support, in inglese).
Secondo la strategia, infatti, “sebbene tutti gli Stati membri dispongano di regimi di reddito minimo, che supportano anche l’accesso ai servizi e l’inclusione nel mercato del lavoro, l’adeguatezza e la copertura del sostegno variano significativamente” e, in tal senso, “una sfida rilevante a questo riguardo è rappresentata anche dai bassi livelli di utilizzo del sostegno, che variano dal 20% al 50% tra gli Stati membri”.
Le sfide orizzontali che aggravano la povertà
Il secondo capitolo della Strategia è dedicato a una serie di misure per contrastare quelle che la Commissione definisce “sfide orizzontali che aggravano la povertà”.
La prima è la discriminazione, che tocca la persone con disabilità, gli stranieri, i Rom, le persone LGBTIQ+; tutte categorie di cittadini e cittadine che presentano percentuali molto più elevate della media per quanto riguarda il rischio di povertà ed esclusione sociale.
Vi sono poi tutte le sfide legate alle “crescenti pressioni sul costo della vita”, che “stanno spingendo sempre più persone verso la povertà, aggravando le difficoltà per coloro che già faticano e aumentando la precarietà finanziaria per le famiglie a reddito medio”. Qui la Commissione ribadisce l’importanza della proposta di raccomandazione del Consiglio dell’UE sulla lotta all’esclusione abitativa (cui dedicheremo un articolo nelle prossime settimane), ma cita anche “la lotta alla povertà energetica e dei trasporti”, che “dovrebbe rimanere una priorità nel contesto dell’attuale turbolenza geopolitica”.
Infine, una forte enfasi viene posta sull’accesso ai servizi sociali: “vi è la necessità di una migliore copertura, di una maggiore integrazione e cooperazione tra i servizi, e di un più forte allineamento tra il sostegno disponibile e i bisogni effettivi di coloro a cui è destinato. Nel 2027, la Commissione presenterà una proposta di Raccomandazione del Consiglio, per sostenere un accesso più agevole e integrato ai servizi”, si legge nella strategia.
Il Semestre europeo per orientare le politiche
Per quanto riguarda la governance delle politiche di contrasto alla povertà, dal momento che l’UE ha competenze limitate in materia, la Commissione invita ad agire innanzitutto i 27 Stati Membri. “Attualmente – si legge nella strategia – solo 22 Stati membri dispongono di strategie nazionali di lotta alla povertà”, tra cui l’Italia, che nel novembre 2024 ha approvato l’ultimo Piano per gli interventi e i servizi sociali di contrasto alla povertà.
Dal canto suo, la Commissione mantiene un ruolo di orientamento delle politiche dei Paesi UE e di coordinamento delle stesse. Concretamente, lo fa con il Semestre europeo, un processo pensato per rendere più coerenti tra loro le politiche socioeconomiche dei 27 Stati. Questo processo si svolge ogni anno a partire da novembre e, tra maggio e giugno dell’anno successivo, la Commissione presenta delle raccomandazioni specifiche per Paese, che contengono orientamenti mirati in relazione alle politiche economiche, di bilancio, occupazionali e strutturali.
“Il Semestre individua le sfide sociali e le lacune nei sistemi nazionali di protezione sociale, raccomandando al contempo risposte politiche appropriate. In ciascuno degli ultimi due cicli del Semestre, più di un terzo degli Stati membri ha ricevuto una Raccomandazione specifica per paese relativa alla povertà. È importante che gli Stati membri accelerino la loro attuazione”, spiega la Commissione nella strategia.
E i fondi?
La questione dei fondi, quella più cruciale, viene affrontata nella parte finale della strategia. “Per ampliare le misure contro la povertà, è necessario mobilitare in modo più efficace i finanziamenti pubblici e privati sia a livello europeo che nazionale”, è una delle prime frasi che si legge. E dice molto.
Da un lato, quando chiede di “mobilitare in modo più efficace i finanziamenti pubblici”, la Commissione sostanzialmente critica il modo in cui gli Stati membri spendono i fondi UE. Lo ha spiegato anche un funzionario della Commissione a POLITICO Europe: “I progressi sono stati lenti e dobbiamo riconoscerlo”. Dall’altro lato, però, citando i “finanziamenti privati”, di fatto, la Commissione prende atto che le risorse pubbliche europee sono limitate e che, quindi, c’è bisogno di trovarne anche di ulteriori.
Attualmente, infatti, “gli Stati membri stanno utilizzando i 139 miliardi di euro nell’ambito del Fondo sociale europeo Plus (FSE+)” per il ciclo di bilancio 2021-2027. La revisione di medio termine di questi fondi ha stanziato quasi un ulteriore mezzo miliardo per gli investimenti sociali, ma il punto è cosa succederà fra due anni. Il nuovo ciclo di bilancio settennale 2028-2034 (QFP, in termini tecnici), infatti, potrebbe portare a un drastico taglio del Fondo sociale europeo e a minori risorse per la politica di coesione nel suo complesso. Le trattative sono in corso, ma il rischio è reale.
Le reazioni della società civile
Ed è proprio il rischio economico che hanno evidenziato diverse organizzazioni della società civile europea. “È fondamentale che l’ambizione sia accompagnata da misure concrete e risorse finanziarie. Il prossimo bilancio a lungo termine dell’UE (QFP 2028-2034) sarà il vero banco di prova della genuinità di questo impegno”, ha scritto in una nota Caritas Europa. “Le proposte attuali sollevano serie preoccupazioni: mettere in secondo piano l’inclusione sociale e l’eradicazione della povertà a favore della difesa, della sicurezza e della competitività minerebbe fondamentalmente la finalità stessa di questa strategia”, continua.
“La nostra principale preoccupazione riguarda il divario tra le ambizioni dichiarate dalla Commissione e le sue più ampie priorità politiche, tra cui il persistente sottoinvestimento nei diritti sociali, accanto alla crescente attenzione alla difesa, alla sicurezza e alla competitività”, ha aggiunto un comunicato dell’EAPN – European Anti Poverty Network.
Sia EAPN sia Caritas sottolineano anche alcuni aspetti positivi dell’iniziativa della Commissione UE. Per Caritas “la strategia rappresenta un riconoscimento lungamente atteso del fatto che la povertà può essere sconfitta, ma non può essere affrontata in modo frammentato” mentre l’European Anti Poverty Network sottolinea che il documento “riconosce che la povertà colpisce le persone in tutte le fasi della vita e in tutti gli ambiti della vita, sottolinea il ruolo della prevenzione come componente chiave dell’eradicazione e invita gli Stati membri a sviluppare strategie nazionali e locali di lotta alla povertà, un passo essenziale verso il raggiungimento dell’eradicazione”.
“Questa strategia costituisce una base promettente per garantire una vita dignitosa a tutti. Tuttavia, una strategia da sola non è sufficiente a sottrarre le persone dalla povertà se non è sostenuta da una forte volontà politica, da misure coordinate e da finanziamenti adeguati”, ha dichiarato la segretaria generale di Caritas Europa Maria Nyman.
“Molto dipenderà ora da quanto sinceramente gli Stati membri tradurranno questi impegni in piani d’azione nazionali coordinati, concreti e sostenuti”, ha concluso.
Note
- Il rischio di povertà o di esclusione sociale, spesso indicato anche con l’acronimo AROPE (At Risk of Poverty or Social Exclusion), è la condizione in cui si trova una persona che: 1) ha un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% della mediana nazionale dopo trasferimenti sociali; 2) si trova in grave deprivazione materiale, cioè non può permettersi specifici beni e servizi ritenuti necessari per uno standard di vita dignitoso; 3) ha una bassa intensità lavorativa, cioè vive in una famiglia dove gli adulti nell’ultimo anno hanno lavorato meno del 20% del loro potenziale lavorativo totale. Nei calcoli UE le persone sono incluse una sola volta anche se si trovano in più di una delle situazioni sopra menzionate. È l’indicatore principale per monitorare l’obiettivo dell’UE per il 2030 in materia di povertà ed esclusione sociale ed è stato l’indicatore principale per monitorare l’obiettivo sulla povertà della Strategia UE 2020. Si tratta, quindi, di un indicatore diverso rispetto al tasso di persone che vivono in povertà assoluta o relativa, che è molto più diffuso e utilizzato in Italia.