Il Cile segna una svolta storica nel panorama del welfare latinoamericano e internazionale con l’approvazione della Ley que reconoce el derecho al cuidado y crea el Sistema Nacional de Apoyos y Cuidados (SNAC)1 (letteralmente, la Legge che riconosce il diritto all’assistenza e crea il Sistema Nazionale di Sostegno e Cura). Non si tratta soltanto di un nuovo strumento di politica sociale, ma di un cambiamento di paradigma: la cura cessa di essere una questione privata e domestica – storicamente invisibilizzata e sostenuta in gran parte dalle donne – per diventare una funzione sociale essenziale e un diritto garantito dallo Stato.
Questo articolo è parte del Focus Long Term Care di Percorsi di Secondo Welfare, dedicato alle sfide dell’invecchiamento che interessano il sistema sociale italiano e non solo. Puoi leggere tutti i contributi qui. |
Il riconoscimento del diritto alla cura
Questo passaggio assume un significato particolarmente rilevante in un contesto di rapido invecchiamento demografico. In società sempre più longeve, la cura non può più essere considerata un ambito residuale, ma si configura come una vera e propria infrastruttura sociale, al pari della sanità, dell’istruzione o della sicurezza sociale. Riconoscere la cura come diritto significa, in ultima analisi, riconoscere una delle condizioni fondamentali per la sostenibilità della vita e delle economie contemporanee.
L’oggetto della legge è ambizioso: riconoscere a tutte le persone il diritto alla cura, declinato come diritto a ricevere assistenza, a prestare cure e a prendersi cura di sé stessi. Tale diritto è garantito in modo graduale e progressivo a chi si trova in situazione di dipendenza o non ha raggiunto la piena autonomia, oltre che ai caregiver, siano essi remunerati o meno. Questa definizione amplia il perimetro tradizionale delle politiche sociali, introducendo una visione che integra autonomia, dignità e interdipendenza lungo l’intero ciclo di vita.
In questo senso, la normativa cilena si inserisce nel solco della Convenzione Interamericana sui Diritti delle Persone Anziane e dei quadri promossi da CEPAL e OIL, che negli ultimi anni hanno contribuito a riconoscere la cura come un nuovo pilastro della protezione sociale in America Latina. Il contributo del Cile consiste però nell’andare oltre una logica assistenzialista, proponendo una visione più ampia e universalistica, nella quale la dipendenza non è un’eccezione ma una condizione possibile in diverse fasi della vita.
I pilastri del SNAC: governance e strumenti
Il cuore della riforma è la creazione del Sistema Nazionale di Supporti e Cure (SNAC), un modello di gestione intersettoriale che mira a promuovere l’autonomia, prevenire la dipendenza e fornire supporti in un quadro di corresponsabilità sociale e di genere. Il sistema è coordinato dal Ministero dello Sviluppo Sociale e della Famiglia, attraverso una nuova Segreteria per il Sostegno e le Cure, e si articola su più livelli: una chiara definizione dei beneficiari, che include bambini, adolescenti, persone con disabilità, anziani e persone in situazione di dipendenza, insieme ai loro caregiver; una programmazione di lungo periodo, con una politica nazionale decennale e un piano quinquennale; e un sistema di informazione che include, tra gli altri strumenti, il registro nazionale dei caregiver non remunerati, fondamentale per rendere visibile un lavoro storicamente invisibile.

In termini comparati, il SNAC presenta elementi comuni con esperienze come il sistema spagnolo per la non autosufficienza o il sistema integrato dell’Uruguay, ma introduce un elemento distintivo, rappresentato dall’esplicito riferimento alla corresponsabilità sociale e di genere come principio strutturante.
Resta comunque aperta una sfida decisiva: la capacità del sistema di adattarsi alle profonde disuguaglianze territoriali, evitando che il diritto alla cura si traduca in accessi differenziati a seconda del luogo di residenza.
Punti di forza e nodi critici
Come si è detto, uno degli aspetti più innovativi della legge è il principio di corresponsabilità sociale e di genere. La responsabilità della cura non viene più attribuita esclusivamente alle famiglie, ma distribuita tra Stato, comunità e settore privato. Si tratta di un passaggio fondamentale, che mette in discussione una lunga tradizione di privatizzazione del care. Tuttavia, l’esperienza internazionale insegna che la corresponsabilità non può essere solo dichiarata: richiede investimenti pubblici, servizi accessibili e politiche del lavoro che rendano possibile la conciliazione tra vita professionale e familiare. In assenza di queste condizioni, esiste il rischio che la corresponsabilità si traduca in una delega implicita alle famiglie, e in particolare alle donne, perpetuando le disuguaglianze esistenti.
L’analisi del provvedimento evidenzia numerosi punti di forza. L’approccio basato sul ciclo di vita e sull’intersezionalità consente di riconoscere che i bisogni di cura cambiano a seconda dell’età, del genere e del contesto socio-economico. L’integrazione con la gestione dei rischi e dei disastri naturali costituisce inoltre un elemento innovativo a livello globale.
Non mancano però le criticità. Il diritto alla cura è sancito in forma progressiva, e la sua effettiva esigibilità dipenderà dalla disponibilità di risorse. La mancanza di una definizione chiara dei livelli essenziali delle prestazioni può generare disuguaglianze territoriali. Inoltre, sebbene il lavoro di cura non remunerato sia riconosciuto come funzione sociale, non sono ancora previsti strumenti robusti di tutela previdenziale o di compensazione economica per i caregiver familiari, limitando così il potenziale redistributivo della riforma.
Un modello per il futuro?
La portata della riforma cilena va tuttavia oltre il campo del welfare. In un contesto segnato dall’invecchiamento demografico, dalla digitalizzazione e dalla trasformazione del lavoro, la cura emerge come un ambito strategico anche per lo sviluppo economico.
I servizi di cura presentano un elevato potenziale di creazione di occupazione, in particolare nei servizi di prossimità, difficilmente sostituibili dalle tecnologie. Allo stesso tempo, lo sviluppo di un sistema di cure contribuisce a liberare tempo e opportunità per la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto per le donne, sulle quali grava ancora in misura prevalente il lavoro di cura non remunerato. In questo senso, i sistemi di cura funzionano come una vera e propria infrastruttura abilitante, capace di favorire l’inclusione economica e ridurre le disuguaglianze di genere. Inoltre, in un contesto di transizione tecnologica, possono offrire opportunità di riconversione professionale, a condizione che siano accompagnati da adeguati percorsi di formazione e da un miglioramento delle condizioni di lavoro. Il rischio, altrimenti, è che l’espansione del settore riproduca forme di precarietà e bassa remunerazione.
La legge cilena rappresenta dunque un punto di svolta. Essa suggerisce che anche in America Latina si sta passando da un approccio frammentato e residuale a una visione più strutturale, orientata alla costruzione di una vera e propria infrastruttura sociale della cura. Il Cile propone un percorso ambizioso: trasformare la cura da carico individuale a bene comune, da risposta marginale a elemento strategico delle politiche pubbliche. La sua riuscita dipenderà dalla capacità di tradurre i principi in servizi concreti, di garantire un finanziamento stabile e di affrontare le disuguaglianze territoriali. In società che invecchiano rapidamente, la domanda non è più se sia necessario un sistema di cure, ma quale tipo di società si voglia costruire a partire da esso. Una società che continui a fondarsi sull’invisibilità del lavoro di cura, o una che lo riconosca come diritto, come bene pubblico e come base di un nuovo contratto sociale. Forse la sfida più profonda non è solo prendersi cura meglio, ma imparare a organizzarsi come società attorno alla cura.
