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Emergenza RSA: pensare a nuove politiche per gli anziani dopo l'emergenza Covid
A seguito dell'introduzione delle misure di contenimento del Covid-19, le RSA hanno dovuto interrompere quel rapporto fecondo tra il dentro e il fuori che le rendeva luoghi aperti e attraversati
20 ottobre 2020

Il seguente articolo è ripreso integralmente dal numero 2/2020 di Rivista Solidea, pubblicazione curata dall'omonima Società di Mutuo Soccorso del Sociale e dedicata ai temi del lavoro, del welfare e della mutualità.


Sono purtroppo molte, troppe, le persone che hanno lasciato questo mondo a causa della pandemia. Tutti gli operatori della cura sono stati chiamati a sforzi straordinari, immani per certi versi. Tutti hanno risposto con grande spirito di generosità, dimostrando di essere non un esercito ma il popolo della cura, la parte che si prende cura con dedizione, competenza e professionalità dell’Altro. Una comunità professionale che si è messa a servizio del Paese, ma non tutti gli operatori hanno avuto il riconoscimento sociale che meritavano - ad esempio gli OSS - sono stati ancora una volta poco riconosciuti, ma anche altre professioni sociali, come gli Assistenti Sociali e gli Educatori.

Ora, da più parti si afferma che i servizi dovranno cambiare, che sia giunto il tempo per dare avvio ad un nuovo processo di riorganizzazione. Siamo pertanto chiamati, ognuno con le proprie responsabilità e ruoli, a partecipare a questa stagione di cambiamento e riprogettazione. Siamo chiamati a prendere parte a questo Cantiere “dei servizi che verranno e che ancora non sono”.

Tale compito potrà essere meglio assolto solo se sapremo ripartire rimettendo al centro la persona, con i suoi bisogni e desideri. Analizzando e dando ascolto ai bisogni, senza fermarci solo sui servizi, preconfezionando risposte standardizzate. Sono molti coloro che ritengono che l’elevato numero di decessi che è avvenuto all’interno delle RSA poteva essere evitato! Forse si, sicuramente sì.

Altresì, che tale sistema abbia evidenziato le sue insufficienze e inadeguatezze, mettendo in luce debolezze originarie e organizzative. Un sistema pensato per accogliere, tutelare, assicurare protezione, assistenza, cure e riabilitazione, di fronte a questa emergenza si è rilevato debole e incapace a gestire la situazione. Giudizi certamente severi, forse eccessivi, occorre dire che non in tutte le strutture è andata così. Lo dimostra anche il fatto che in un quarto delle attuali strutture non sono stati riscontrati contagi e decessi da COVID.


Dentro le RSA: fragilità e responsabilità

Certamente è utile analizzare quanto successo, per non ripetere nel futuro gli stessi errori, anche perché la pandemia è ancora presente e può riproporsi con la carica virale che abbiamo conosciuto.

Non tutte le responsabilità stanno in capo alle RSA, poiché molte devono essere attribuite a chi ha impartito direttive e orientato scelte, a chi ha sminuito inizialmente la portata di ciò che stava avvenendo, a chi ha di fatto disconosciuto responsabilità che restavano in capo al settore pubblico, alla Regione, al servizio sanitario.

Occorreva almeno evitare che gli ammalati fossero trasferiti dagli ospedali alle RSA e predisporre l’isolamento già al manifestarsi dei primi sintomi, oltre a organizzare un maggior numero di tamponi soprattutto sul personale. Da tempo è un comparto sguarnito di personale, di figure professionali sanitarie, in particolare della figura dell’OSS.

Un personale che non ha avuto con tempestività i dispositivi di sicurezza e che non ha avuto il giusto riconoscimento in tutta questa vicenda. Poiché chi ha operato per fronteggiare l’emergenza, non sono stati solo i camici bianchi, ma anche gli OSS. Operatori, questi, che hanno svolto carichi di lavoro pesanti, senza i supporti necessari, non sempre per carenze dei gestori. Per fare un’analisi seria, però, occorrerebbe avere dati certi, che purtroppo mancano.


Contribuire a cambiare un modello di residenzialità

Allora, cosa è possibile fare, cosa possiamo contribuire a cambiare, quale modello di residenzialità futura immaginiamo possibile? Come prima cosa abbiamo necessità di mettere in campo luoghi (che si discostino dalle attuali strutture) dentro cui le persone siano riconosciute in quanto tali, non come pazienti o peggio ancora come clienti. Consapevole che questo cambio di paradigma deve essere accompagnato da nuovi linguaggi e termini anche per distanziarci e differenziarci dall’attuale modello.

Verso quale forma e modello di abitare insieme ci direzioniamo, quale modello proponiamo e riteniamo percorribile specie per le persone non autosufficienti? Questo ci porta a ragionare non solo sui servizi ma soprattutto sui bisogni, affinché si possa metter in campo risposte personalizzate, adeguate, appropriate e non preconfezionate e standardizzate.

Situazioni come quella vissuta potranno ancora ripresentarsi: questo ci obbliga a rivedere e a ripensare il sistema, ma anche a prendere in considerazione il livello di rischio che siamo disposti ad accettare, specie nel momento in cui mettiamo in campo luoghi in cui persone malate, fragili, non autosufficienti convivono con altri.

Lasciando ad altri accertare eventuali responsabilità su quanto accaduto, siamo soprattutto interessati a ragionare sul futuro, in quanto sono presenti rischi di un affacciarsi di nuove forme di istituzionalizzazione che non possiamo permetterci, pena il buttare a mare decenni di lavoro per l’apertura e l’umanizzazione dei luoghi deputati al prendersi cura degli anziani fragili, malati o che vivono in una condizione di non autosufficienza.

La stessa condizione di non autosufficienza non è una condizione uguale per ogni persona, in quanto questa è influenzata dal tipo e quantità di patologie che affliggono quella persona, dall’età anagrafica, dalla storia e condizione di vita. Questa complessità è un elemento di cui occorre tenere conto, poiché richiede non solo risposte, servizi, interventi differenziati ma anche operatori di diverso profilo professionale.


Le strutture residenziali come risorse della comunità

Consideriamo da molto tempo le strutture residenziali, risorse della comunità, risorse anche a supporto della domiciliarità, in quanto crediamo nella fecondità di un rapporto che può essere innescato tra questi due settori.

Come associazione, siamo stati fautori di molti progetti che hanno messo in campo l’RSA come risorsa della domiciliarità, come Centro Servizi a supporto dei bisogni della comunità. L’RSA come un nodo della rete, come attore che contribuisce a ridisegnare un nuovo sistema locale di servizi. Non quindi come risposta terminale, ma un luogo abitato, attraversato dal fuori, dal quale si entra e si esce per ricevere servizi di varia natura, per essere accolti anche solo per brevi periodi. Luogo di cura e riabilitazione certo, ma non solo per le persone accolte al suo interno.

Da più parti si stanno sperimentando nuove forme, modelli, soluzioni: housing sociale, co-housing, piccole comunità, alloggi assistiti, affidi, case famiglia… Sono soluzioni possibili, che hanno già dato prova di efficacia e sostenibilità. Sono esperienze che devono, però, essere sostenute dal sistema, far parte della programmazione locale, per non restare confinati nella sperimentazione.

La pandemia ha riproposto l’urgenza di mettere in campo un vero sistema delle cure domiciliari, che parta dall’Ospedale e faciliti il rientro nel proprio domicilio, migliorando sia sul piano quantitativo che qualitativo gli attuali interventi e servizi di sostegno alla domiciliarità.

Anche i dati ci dimostrano che in questo tempo del Coronavirus, la casa si è rivelata il miglior luogo di cura, luogo che garantiva protezione e sicurezza, anche per gli operatori che erano chiamati a lavorare al suo interno. Pertanto, questa dovrà essere la scelta prioritaria su cui investire per riorientare il sistema.

Il Piemonte, ad esempio, ha una legge tuttora in vigore che può essere rilanciata, ma deve essere finanziata: la legge 10 del 2010. Una legge che consentirebbe di mettere in campo un sistema regionale omogeneo orientato sulla domiciliarità, ponendosi così come buon esempio sul piano nazionale.

Il modello della città di Torino è certamente un buon modello, ma richiede alcune rivisitazioni, per poterlo proporre al resto del Piemonte. Per dargli credibilità occorre però abbandonare questa fase permanente delle proroghe e dare risposte a coloro che sono in lista di attesa.

 


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