Il welfare aziendale si sta diffondendo anche negli enti locali. Come vi raccontiamo da tempo, l’insieme di servizi e benefit messi a disposizione dai datori di lavoro verso i propri dipendenti hanno un vantaggio fiscale e contributivo ormai molto diffuso tra le imprese private. Anche le organizzazioni pubbliche sulla carta possono sviluppare proprie forme di welfare esentasse (come chiarito di recente anche dall’Agenzia delle Entrate), ma per molto tempo sono state soggette a vincoli di bilancio imposti a livello centrale e che per molto tempo ne hanno limitato le possibilità di promuovere iniziative di welfare aziendale. Ma grazie a un decreto approvato scorso anno le cose sono cambiate. Vediamo come.
Il welfare aziendale nel comparto pubblico
Il principale ostacolo per gli enti locali che vogliono introdurre forme di welfare aziendale riguarda il fatto che le risorse devono essere individuate nell’ambito del fondo per il salario accessorio, uno strumento che serve proprio alle Pubbliche Amministrazioni per finanziare premi, indennità e benefit per i dipendenti. Esiste però un limite imposto a questo fondo: stando alla cosiddetta Riforma Madia1 (D.L. 75/2017) il tetto massimo di risorse che questo strumento può erogare non può essere superiore a quello stanziato dai singoli Enti nel 2016. Ciò vuol dire che le PA non possono erogare – per premialità e welfare verso i propri dipendenti – risorse superiori a quelle che hanno messo a disposizione nell’anno 2016.
Vi sono state però alcune recenti evoluzioni normative che hanno introdotto strumenti specifici per permettere alle Amministrazioni Locali di superare questo ostacolo “storico”, aprendo la strada a possibili finanziamenti strutturali dei piani di welfare. Facciamo riferimento al D.L. 25/2025 (art 14, comma 1-bis), il quale autorizza Regioni, Comuni e Città metropolitane, a incrementare questo fondo per il salario accessorio fino a una incidenza massima del 48% della spesa 2023 per gli stipendi tabellari.
In altre parole, non ci sono interventi di finanzia pubblica o normative che mettono a disposizione risorse “fresche” per consentire alle PA di fare welfare, ma ora è possibile superare il principale limite che negli ultimi 8 anni ha impedito di predisporre forme premiali o di welfare per i dipendenti degli enti locali.
Il rinnovo del CCNL del comparto Funzioni Locali
A questo si aggiunga che lo scorso 23 febbraio 2026 è stato rinnovato il Contratto Collettivo Nazionale Funzioni Locali, cioè il CCNL che si applica a tutto il personale dipendente di Comuni, Unioni di Comuni, Comunità Montane, Province, Città Metropolitane, Regioni, Camere di Commercio ed Enti Parco2. Attraverso l’articolo 45, riprendendo il precedente CCNL del settore (articolo 82), il nuovo Contratto ribadisce che il welfare per i dipendenti può essere promosso e incentivato dagli enti locali attraverso la contrattazione di secondo livello.
Il Contratto Collettivo definisce infatti la “cassetta degli attrezzi” che gli enti locali possono utilizzare per predisporre welfare. In questa direzione, sono specificati alcuni esempi relativi alle tipologie di benefit che possono essere previste dai piani di welfare, come iniziative a sostegno del reddito familiare, supporto all’educazione e all’istruzione dei figli, contributi a favore di attività culturali e ricreative, sovvenzioni e prestiti a favore di dipendenti in difficoltà economica, polizze sanitarie, formule di mobilità sostenibile, altri servizi e interventi con finalità sociale.
Pur non imponendo obblighi o cambiamenti delle “regole del gioco”, il CCNL incentiva quindi gli enti locali a predisporre interventi di welfare.
Alcune esperienze di welfare nei Comuni
In questo rinnovato contesto cosa sta accedendo? Un esempio interessante è quello del Comune di Firenze che ha stanziato 12 milioni di euro per il triennio 2025-2027 per il salario accessorio: i dipendenti potranno usufruire – in media – di 500 euro l’anno in welfare. La stessa cifra è stata erogata nel 2026 dal Comune di Padova; mentre a Belluno i collaboratori del Comune avranno 300 euro. Nel Lazio si segnalano le esperienze dei Comuni di Latina, Fiumicino e Nettuno, mentre in Lombardia sono interessanti le proposte di Lecco, in cui l’Amministrazione stanzia 1.000 euro annui per ciascun dipendente, e di Bergamo, dove il Comune mette a disposizione 350 euro annui per ogni persona sotto forma di credito welfare.
Un’esperienza più piccola, ma comunque molto interessante, è quella del Comune di Lumezzane, in provincia di Brescia. In questo caso l’ente locale ha investito ben 42.000 euro per erogare premi di welfare ai propri dipendenti utilizzando uno strumento specifico per favorire le spese di lavoratori e lavoratrici sul territorio. L’obiettivo è stato quello di promuovere un “Welfare di vicinato”, coinvolgendo oltre 70 esercenti locali attraverso i Buoni TreCuori; si tratta di buoni welfare – che rientrano quindi nell’ambito dei fringe benefit3 – spendibili presso attività commerciali e di servizi di prossimità che possono incassarli in maniera molto semplice e ricevendo il pagamento in tempi brevi.
In questo modo si è cercato di disincentivare l’utilizzo del welfare presso le grandi catene della GDO (Granda Distribuzione Organizzata), incentivando piuttosto l’acquisto verso piccole realtà commerciali (mercerie, fiorai, panetterie, macellerie, edicole), artigianali (parrucchiere, estetista, idraulici) e professionali (commercialisti, avvocati) che operano proprio sul territorio di Lumezzane.
Innovare il lavoro negli Enti locali
La diffusione del welfare aziendale nel mondo del lavoro pubblico sta dunque diventando realtà. A nostro avviso si tratta di un fenomeno importante alla luce delle complesse sfide che gli enti locali stanno affrontando in questo frangente storico, di cui abbiamo ampiamente parlato nella ultima Expert Survey P2W dedicata al tema “Welfare locale: il ruolo dei Comuni”.
Età media elevata, retribuzioni poco competitive, progressioni di carriera incasellate in percorsi predefiniti e la mancanza di adozione di politiche attive del personale, hanno reso la PA sempre meno attrattiva, soprattutto per i giovani. A dirlo sono anche recenti ricerche, come “Il personale dei Comuni Italiani. Edizione 2025” condotta da IFEL. Stando a questa indagine, nei prossimi 7 anni i Comuni italiani rischiano di perdere circa 175.000 dipendenti, pari a metà dell’attuale forza lavoro. E questo non è solo causa dei pensionamenti (circa 10.000 ogni anno), ma anche a causa dell’aumento delle dimissioni volontarie dettate da retribuzioni poco competitive che spingono i funzionari a cercare opportunità altrove.
In questa direzione, il welfare può rappresentare un’opportunità per migliorare l’appetibilità di queste posizioni lavorative e rendere gli enti pubblici locali più competitivi. Le nuove possibilità introdotte cercano proprio di garantire maggiori margini di spesa verso formule premiali e welfare, nonostante i vincoli di bilancio per la spesa pubblica4.
Tanti enti stanno approfittando di queste novità perché comprendono come il welfare sia utile a costruire condizioni organizzative e di benessere del personale per incentivare appartenenza ed attrattività. Sarà interessante ora vedere quanto questa tendenza andrà a stabilizzarsi nel corso dei prossimi anni e in che misura il welfare aziendale si affermerà quale leva per rendere il lavoro pubblico più appetibile.
Note
- In particolare all’art. 23, comma 2.
- Sono quindi esclusi da questo CCNL le realtà che appartengono ai comparti “Funzioni centrali” (cioè Ministeri e enti pubblici come l’Agenzia delle Entrate e l’INPS), “Sanità” e “Istruzione e Ricerca” (cioè scuole e università).
- Per fringe benefit si intendono buoni acquisto e buoni spesa spendibili presso catene commerciali e negozi che le imprese mettono a disposizione dei propri dipendenti come forma di integrazione della normale retribuzione.
- Per approfondire vi rimandiamo alla recente consulenza giuridica n. 956-32/2026 dell’Agenzia delle Entrate che si concentra proprio sul welfare aziendale nel comparto pubblico.