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I social media costituiscono, oggi, uno dei principali spazi di socializzazione per ragazze e ragazzi adolescenti. Luoghi di confronto, ricerca identitaria e riconoscimento attraversati, come il mondo offline, da valori, norme e modelli capaci di influenzare la costruzione del sé e le modalità di relazione tra pari. Un ambito particolarmente significativo durante l’adolescenza, quando il bisogno di autonomia si intreccia con quello di appartenenza e il desiderio di sperimentarsi con la ricerca di approvazione.

È in questo scenario che si colloca la Survey TEEN 2026 di Fondazione Libellula, realizzata in partnership tecnica con Ipsos-Doxa e con la supervisione scientifica di Manolo Farci, professore di Studi culturali e di genere presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. L’indagine ha raccolto le voci di oltre 1.300 adolescenti tra i 14 e i 19 anni in tutta Italia, indagando percezioni ed esperienze nel mondo online, il suo impatto sulla vita quotidiana e le rappresentazioni di genere che continuano a influenzare la costruzione delle identità e delle relazioni.

I risultati restituiscono un’immagine più articolata di quella che spesso accompagna il racconto pubblico sull’adolescenza: la generazione di “nativi digitali” abilissima nel muoversi fra smartphone, piattaforme, linguaggi e codici, ma meno attrezzata quando si tratta di comprenderne davvero effetti e conseguenze. Ragazze e ragazzi, infatti, sono tutt’altro che sprovvisti degli strumenti per riconoscere sessismo, pressioni estetiche, stereotipi e dinamiche di controllo e prevaricazione che circolano online, ma questa consapevolezza non si traduce automaticamente in comportamenti coerenti. Riconoscere una dinamica di controllo o un contenuto problematico e riuscire a prenderne le distanze, soprattutto quando ci coinvolge direttamente, sono però due cose diverse, e per molti e molte adolescenti la seconda è molto più difficile della prima.

Quando il sessismo diventa un meme e la bellezza un privilegio sociale

Questa ambivalenza emerge con particolare chiarezza nel rapporto con i contenuti sessisti. Il 92% del campione ha visto sui social contenuti che prendono in giro o svalutano le ragazze, mentre il 75% racconta che tra ragazzi sono frequenti battute e apprezzamenti sessisti. Un riconoscimento che non si traduce automaticamente in critica.

Il linguaggio dei meme è il caso più evidente del modo in cui funziona tale meccanismo. L’ironia può rendere meno visibile il significato di ciò che viene rappresentato, creando una sorta di alibi morale per neutralizzarne la portata e relativizzarne la gravità, senza sentirsi necessariamente chiamati in causa. Di fronte a un contenuto sessista può bastare un “si stava solo scherzando”. Il 27% del campione dichiara di divertirsi davanti a meme esplicitamente sessisti, percentuale che sale al 37% tra i ragazzi e scende al 14% tra le ragazze; il 17% li apprezza proprio perché “sono senza filtri”.

La stessa ambivalenza attraversa le rappresentazioni del corpo. Ragazzi e ragazze sono consapevoli delle pressioni esterne dettate da quella che viene definita “economia dell’attenzione”1 e imparano sempre più presto a usare l’aspetto fisico come “moneta” per catturare attenzione e trattenere il pubblico, alimentando un circolo in cui l’immagine curata, i filtri e gli standard di magrezza e pelle chiara diventano la norma.

Il 32% degli e delle adolescenti riconosce l’esistenza del pretty privilege, cioè il vantaggio sociale associato all’essere considerati attraenti, e il 50% ritiene normale che una ragazza si “faccia bella” per evitare che il partner guardi le altre (lo pensa anche il 47% delle ragazze).

In questo spazio ambiguo, tra riconoscimento della pressione estetica e sua normalizzazione, si inserisce l’idea di empowerment estetico: per molte ragazze la cura del proprio aspetto è vissuta come una forma di libertà espressiva e di autodeterminazione ma, allo stesso tempo, questa “scelta” avviene dentro un sistema che continua a misurare il valore femminile principalmente attraverso l’aspetto fisico.

Relazioni, rappresentazioni e consenso: tra ciò che si riconosce e ciò che si vive

La distanza tra riconoscimento e comportamento emerge anche nelle relazioni affettive, dove gli stereotipi si intrecciano con desideri, aspettative e rappresentazioni dell’amore.

L’85% degli e delle adolescenti ha visto post o video in cui gelosia e controllo nella coppia vengono presentati come normali. Ma riconoscere dall’esterno che controllare il telefono del o della partner o limitarne le frequentazioni è problematico è diverso dall’interpretare lo stesso gesto quando proviene da una persona a cui si vuole bene e viene accompagnato dalla rassicurazione che lo fa “perché ci tiene”. Il 35% del campione pensa infatti che in una relazione la gelosia sia una dimostrazione d’amore e il 36% ritiene normale mettere limiti alla o al partner.

Anche la condivisione non consensuale di immagini intime restituisce la portata di queste dinamiche: il 37% dei ragazzi dichiara di essere stato presente o di essersi ritrovato in chat e gruppi in cui circolavano immagini intime di altre persone. In questi contesti non è soltanto chi produce o diffonde un contenuto a contribuire alla sua circolazione: anche il silenzio di chi assiste può concorrere a normalizzarlo. Il timore di essere presi in giro, di essere accusati di mancanza di ironia o di venir esclusi dal gruppo rende la presa di distanza più difficile. Il fatto che circa la metà degli e delle adolescenti affermi che, nel proprio gruppo, chi si offende per contenuti di questo tipo venga considerato “esagerato” rende particolarmente visibile questa dinamica.

Rendere praticabile il dissenso

Se la consapevolezza non basta, la risposta educativa non può limitarsi a fornire informazioni o spiegazioni teoriche, indicare i comportamenti corretti o censurare i contenuti problematici. Occorre creare occasioni in cui ragazze e ragazzi possano interrogare i propri vissuti, confrontarsi sulle ambivalenze e sperimentare modi diversi di stare nelle relazioni.

In questo percorso anche le persone adulte hanno un ruolo importante. Il 56% degli e delle adolescenti dichiara che chiederebbe aiuto o si confiderebbe con i propri genitori in una situazione di malessere. Un dato che invita a non dare per scontata la distanza generazionale e a interrogarsi sulla qualità degli spazi di ascolto disponibili. Accogliere le richieste di aiuto senza giudicare, senza minimizzare e senza ricorrere immediatamente a risposte prescrittive è parte essenziale del lavoro educativo.

La sfida non è soltanto aiutare le nuove generazioni a riconoscere ciò che non va, ma creare le condizioni perché possano scegliere concretamente di fare altrimenti. La rete può amplificare stereotipi e forme di prevaricazione, ma può essere anche uno spazio di scoperta, libertà e crescita. La differenza non dipende dalla tecnologia in sé, ma dalle culture, dalle relazioni e dalle pratiche che contribuiamo a costruire al suo interno, e anche fuori dalla rete.

 

Note

  1. L’economia dell’attenzione (in inglese, attention economy) è un modello economico e sociale che descrive come, nell’era digitale, l’attenzione umana sia diventata la risorsa più scarsa e preziosa. Il concetto è stato introdotto negli anni ’70 dall’economista e premio Nobel Herbert Simon.
Foto di copertina: Ron Lach, Unsplash.com