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Il welfare aziendale è ormai sempre più presente nelle organizzazioni italiane. Come raccontiamo da tempo, sono ormai tantissime le imprese che investono in servizi e benefit per rispondere ai bisogni sociali di lavoratori e lavoratrici. Le ragioni sono diverse: la possibilità di godere degli sgravi fiscali previsti dalla normativa, l’opportunità di migliorare l’attrattività per nuovi potenziali collaboratori, il vantaggio di ridurre il turn over del personale.

A queste si deve poi aggiungere la capacità, secondo una narrazione ormai abbastanza diffusa, di migliorare la produttività, ovvero il rapporto tra beni o servizi prodotti (output) e le risorse impiegate per realizzarli (input), come tempo, lavoro e denaro.

Ma davvero il welfare aziendale migliora la produttività delle organizzazioni? I dati di diverse ricerche sembrano dare quasi per scontato questo nesso causale, che però, a ben guardare, non è poi così evidente. In generale, il rapporto diretto tra la presenza di misure di welfare e il miglioramento dei risultati dell’azienda non è chiarito adeguatamente dalle ricerche oggi disponibili e la questione appare più complicata di come spesso viene presentata. Ma andiamo con ordine.

Il dibattito sul legame tra welfare aziendale e produttività

Durante i convegni e sulle testate giornalistiche viene spesso evidenziata una relazione diretta tra la presenza di strumenti di welfare aziendale e il miglioramento della produttività delle imprese. È un legame dato spesso per assodato, come dimostrano i temi scelti per momenti divulgativi, “summit” e incontri organizzati da operatori del settore, associazioni di categoria o consulenti, ma anche i titoli di articoli pubblicati su mezzi di stampa come Repubblica, Il Messaggero, Adnkronos o Il Sole 24 Ore.

Questa lettura dei nessi tra welfare e produttività è spesso basata sulle informazioni raccolte da diverse ricerche che approfondiscono il punto di vista delle organizzazioni.

Tra le più recenti indagini che hanno coinvolto imprenditori o responsabili HR possiamo citare la ricerca che Percorsi di Secondo Welfare ha realizzato per il Centro Studi SRM (trovate qui i risultati). L’indagine1 ha domandato a chi sta ai vertici aziendali le principali ragioni che spingono a investire nel welfare: la principale per il 64% è proprio il miglioramento della produttività.

La ricerca “Creare valore con gli Employee Benefit” di Zurich Italia e SWG ha analizzato gli effetti del welfare e dei benefit su profitto e competitività in circa 175 imprese italiane con più di 100 dipendenti. Anche in questo caso, il 37,4% delle imprese coinvolte ha dichiarato un aumento della produttività proprio grazie alle politiche di welfare.

Vi sono stati anche tentativi di stimare direttamente l’impatto concreto che il welfare può avere in termini di produttività. Secondo lo studio “Benessere e produttività: i benefici economici del corporate wellbeing e i costi del non fare” di Jointly e Teha Group, il welfare può portare a un incremento del 20% di produttività rispetto alla media delle aziende che non le adottano, con un valore aggiunto per addetto pari a quasi 60.000 euro, a fronte di una media attuale di 50.000 euro.

Di fatto, questi approfondimenti non dimostrano esplicitamente il legame diretto tra welfare e produttività aziendale, poiché riportano i punti di vista di esperti e addetti ai lavori rispetto a questa tematica oppure stimano gli effetti che le azioni di welfare e dedicate al benessere delle persone possono generare per le aziende. Più di recente due altre ricerche hanno cercato di approfondire anche questo tema, aggiungendo qualche tassello su cui appare utile riflettere.

Chi ha un welfare più “ricco” ha performance migliori?

La prima indagine che ci fornisce spunti interessanti è Welfare Index PMI, approfondimento curato da Generali Italia di cui vi abbiamo parlato anche qui2.

Il rapporto 2026, tra le altre cose, evidenzia una correlazione positiva tra gli investimenti nel welfare aziendale e la produttività del lavoro, descrivendo questo legame come un vero e proprio “circuito virtuoso” in cui il benessere dei lavoratori sostiene i risultati economici e viceversa. Come si legge dallo stesso report, “un welfare aziendale più maturo fa aumentare i livelli di produttività e rende i risultati economici qualitativamente più elevati e sostenibili” (p. 66). E, ancora, “Le imprese con politiche di welfare più mature tendono infatti a collocarsi più frequentemente nei profili economici caratterizzati da maggiore solidità, coerenza e capacità di crescita nel tempo” (p. 72). Il report di Generali non fornisce tuttavia ulteriori strumenti e informazioni per chiarire fino in fondo la natura di questo rapporto. Ma andiamo per gradi.

Welfare Index PMI individua tre indicatori che consentirebbero di collegare la presenza di politiche di welfare al miglioramento dei risultati aziendali. Il primo riguarda le performance delle imprese che fanno registrare un sistema di welfare più articolato e complesso – sia in termini di numero di iniziative sia di intensità – che sono definite “Welfare Champion”3. Stando al report, le aziende che hanno piani di welfare particolarmente strutturati generano un fatturato pro capite superiore del 20% rispetto alla media generale. Nello specifico, il fatturato per addetto nel 2024 ha toccato i 396.000 euro nelle imprese con livello di welfare “molto alto”, contro una media di 331.000 euro (Figura 1).

 

Grafico del fatturato per addetto 2021-2024 nella media delle imprese e in quelle con livello di welfare molto alto. Figura di un articolo di Secondo Welfare su welfare aziendale e produttività
Figura 1. Fatturato pro capite nelle imprese che fanno welfare (media del campione vs imprese con un livello alto di welfare). Fonte: Welfare Index PMI 2026

Il secondo indicatore riguarda la marginalità prodotta dalle imprese. Welfare Index PMI analizza infatti il Margine Operativo Lordo (MOL), cioè l’indicatore che misura il guadagno di un’azienda attraverso la sua attività principale, prima di pagare tasse, interessi sui debiti e ammortamenti. Considerando il MOL per addetto, anche in questo caso le aziende con un livello di welfare “molto alto” fanno registrare dei valori più elevati rispetto alla media: circa 39.000 euro di margine operativo lordo (MOL) per addetto contro una media di 30.000 euro se si considerano tutte le aziende del campione.

Infine, se si guarda alla redditività, cioè alla capacità di un’impresa di produrre reddito e generare profitti, i dati di Welfare Index PMI indicano che l’utile per addetto è decisamente più elevato tra le imprese con livello molto alto di welfare, che sfiorano i 21.000 euro per singolo dipendente, rispetto a una media complessiva pari a 14.800 euro.

Malgrado queste evidenze, non sembra esserci una spiegazione o un approfondimento del nesso diretto tra la previsione di un piano di welfare e il miglioramento generale delle performance aziendali e pertanto sembra più plausibile parlare di una correlazione.

Il welfare come leva di crescita?

La seconda fonte è il Corporate Welfare Lab realizzato da Luiss Business School con il supporto di Edenred Italia, che ha di recente diffuso alcuni dati4, ricavati attraverso un’indagine che ha coinvolto 600 imprese, secondo cui c’è un legame tra la presenza di un piano di welfare “ricco” e la performance aziendale, soprattutto tra le PMI. Secondo Alberto Dell’Acqua, direttore del Luiss Business School Hub Milano, “il welfare aziendale sta evolvendo verso un modello fondato su benessere integrato, flessibilità organizzativa e digitalizzazione. La nostra analisi mostra come sia ormai una leva rilevante per la competitività”.

Per quanto riguarda le piccole imprese (tra i 10 e i 49 addetti), chi adotta un piano di welfare strutturato fa registrare un fatturato medio di 6,5 milioni di euro contro i 5,1 milioni di chi ne è privo: un differenziale positivo del +26,7%. Tale percentuale cresce nelle medie imprese (tra i 50 e i 249 dipendenti). In questo caso, le organizzazioni con piani complessi raggiungono ricavi medi per 33,9 milioni di euro, staccando nettamente le aziende senza welfare ferme a 26,1 milioni. Questo surplus di valore vale +7,8 milioni di euro, pari a una crescita del +29,8%.

Nelle grandi imprese (sopra i 250 addetti) la differenza percentuale di fatturato è leggermente inferiore (19,5%): si tratta di 250 milioni di euro per chi ha un welfare strutturato e 209 milioni di euro per chi non ne ha (Figura 2).

 

Grafico del fatturato medio annuo di piccole, medie e grandi imprese con e senza piani di welfare strutturati. Figura di un articolo di Secondo Welfare su welfare aziendale e produttività
Figura 2. Il differenziale di fatturato tra le imprese con e senza piani di welfare strutturati. Fonte: Corporate Welfare Lab.

Anche in questo caso il rapporto non sembra chiaro e “unidirezionale”. Sembra essere una combinazione complessa e più articolata rispetto a come descritto nel lavoro appena citato.

Quindi chi ha un welfare più “ricco” ha performance migliori?

Considerando tutto ciò, in conclusione, possiamo dire che le imprese che fanno welfare hanno dei risultati migliori in termini di produttività?

Nonostante gli spunti proposti anche dalle indagini più recenti, non è chiaro se la presenza di un sistema di welfare aziendale produca concretamente un miglioramento della produttività dell’organizzazione. Né Welfare Index PMI né il Corporate Welfare Lab chiariscono se vi sia un nesso causale diretto (quindi causa-effetto) tra queste dimensioni che invece nel dibattito sono spesso presentate come l’una la conseguenza dell’altra: cioè che il welfare “ricco” porta a migliori performance produttive.

Come visto anche in apertura dell’articolo, le ricerche, il dibattito degli addetti ai lavori e i punti di vista riportati dalle testate giornalistiche spesso sottendono che il welfare sia il fattore che va a incrementare il fatturato. Ma è evidente che vi siano anche altri elementi a condizionare il miglioramento dei risultati. E anzi, ad avviso di chi scrive, i fattori potrebbero essere tranquillamente invertiti. In altre parole: è plausibile che il fatto di avere un fatturato (e una produttività) migliore e incrementale porti le aziende a investire di più nel welfare. In questo caso il legame tra welfare e produttività sarebbe “inverso” rispetto a quello indagato nei due report.

È quindi interessante spostare il focus dell’analisi, evidenziando una correlazione più ampia: imprese economicamente più robuste dispongono probabilmente di maggiori risorse e competenze per investire nel welfare e, al tempo stesso, politiche di welfare più mature si inseriscono in contesti organizzativi che favoriscono produttività, redditività e capacità di crescita. È all’interno di questo circuito virtuoso, e non in una logica di causa-effetto lineare, che appare utile inquadrare la relazione tra welfare aziendale e risultati economici.

In conclusione oggi non possiamo dire che vi sia una relazione causale tra welfare aziendale e produttività ma è estremamente probabile che all’interno di organizzazioni “in salute” e in crescita vi siano sistemi di welfare altamente sviluppati e attenti ai bisogni delle persone.

 

 

Note

  1. La ricerca ha coinvolto 800 imprese in totale.
  2. I risultati di Welfare Index PMI prendono in considerazione un campione volontario di imprese, che quest’anno è stato di 7.087 realtà. Si tratta di organizzazioni che – autonomamente – compilano un questionario e partecipano all’indagine.
  3. Per approfondire si rimanda al rapporto Welfare Index PMI 2026.
  4. Il report prodotto dal Corporate Welfare Lab non è stato reso pubblico e non è disponibile a livello integrale.
Foto di copertina: Jakub Zerdzicki, Pexels.com