Ogni anno Independent Sector realizza Trust in Nonprofits and Philanthropy, indagine che misura la fiducia degli americani nei confronti del Terzo Settore e della filantropia. Il nuovo rapporto 2026, pubblicato nelle scorse settimane, conferma come le organizzazioni non profit negli Stati Uniti siano tra le poche istituzioni considerate credibili e trasversali, mentre la fiducia verso fondazioni e grandi donatori continua a scendere. Si tratta di una dinamica che Percorsi di Secondo Welfare ha affrontato, in particolare, nel Rapporto sulla filantropia basata sulla fiducia, e che appare utile approfondire per capire cosa accade negli USA su questo fronte, che spesso anticipa fenomeni che riguardano l’Europa e l’Italia. Ma andiamo con ordine.
Un termometro annuale della fiducia
Dal 2021 Independent Sector, la principale rete statunitense di organizzazioni non profit, fondazioni ed enti filantropici, pubblica un’indagine annuale sulla fiducia degli americani nei confronti di queste realtà.
L’edizione 2026, diffusa a luglio, si basa su un sondaggio online condotto tra il 3 e il 20 aprile su un campione di 3.000 adulti statunitensi, rappresentativo per genere, età, reddito, istruzione, area geografica e appartenenza etnica, con un margine di errore del 2%.
Ai dati quantitativi si affiancano due panel qualitativi online paralleli, condotti in forma asincrona nell’arco di tre giorni, composti rispettivamente da 22 elettori democratici e 22 elettori repubblicani. È una scelta metodologica che dice molto dell’obiettivo dell’indagine: capire se il non profit riesca ancora a parlare a un Paese profondamente polarizzato. La risposta, in estrema sintesi, è sì. Ma con un’eccezione significativa che riguarda proprio la filantropia organizzata.
Il non profit tiene, la filantropia arretra
Il primo dato interessante riguarda la stabilità. Nel 2026, il 56% degli intervistati dichiara un livello elevato di fiducia nelle organizzazioni non profit contro il 57% del 2025: una variazione minima che consolida un valore rimasto sostanzialmente costante negli ultimi sei anni. Cala invece la fiducia nella filantropia – misurata aggregando fondazioni corporate, fondazioni private e grandi donatori individuali – che scende dal 33% al 29%; un dato statisticamente significativo.
Il divario tra il mondo degli enti non profit e quello degli enti filantropici non solo persiste, ma si allarga. Questo, secondo l’indagine, accade soprattutto per effetto della componente più esposta mediaticamente: la quota di chi dichiara alta fiducia nei confronti dei grandi patrimoni impegnati in filantropia scende al 24%, mentre quasi un terzo degli intervistati (32%) esprime esplicitamente sfiducia. Le fondazioni private (34%) e quelle corporate (30%) si collocano in posizione intermedia. Va detto che il calo interessa tutte e tre le componenti – tre punti percentuali in meno per le fondazioni corporate, quattro per quelle private – ma è tra i grandi patrimoni che risulta più marcato.
Lo scarto emerge con chiarezza anche sul piano delle percezioni qualitative. Il 79% degli intervistati ritiene che le organizzazioni non profit si impegnino seriamente per avere un impatto positivo sulla società, e il 68% le considera oneste. Le stesse affermazioni raccolgono consensi molto più bassi quando riferite alle fondazioni corporate (rispettivamente 54% e 42%) e ai grandi donatori individuali (rispettivamente 50% e 39%).
Il non profit resta credibile: perché?
Dalla ricerca emergono almeno tre elementi che aiutano a spiegare questa dinamica: la trasparenza percepita, la prossimità e l’indipendenza dalla logica del profitto.
Per quanto riguarda la trasparenza percepita, il 74% degli intervistati afferma che la trasparenza su come vengono utilizzati i fondi accresce la fiducia in un’organizzazione, e il 73% dice lo stesso della trasparenza sulla provenienza delle risorse. Subito dopo, con il 69%, compare una pratica che merita attenzione: spiegare in modo chiaro come i dati personali dei donatori vengono raccolti, conservati e utilizzati. Seguono la valutazione esterna e indipendente dell’efficacia organizzativa (63%) e la presenza, negli organi di governo, di persone che hanno beneficiato dei servizi dell’ente (62%): un dato che segnala come la fiducia venga alimentata anche dalla partecipazione diretta dei beneficiari alla vita dell’organizzazione. All’estremo opposto, la presenza di amministratori delegati di grandi imprese nei consigli di amministrazione incide positivamente sulla fiducia solo per il 38% degli intervistati. È interessante notare che la trasparenza sul trattamento dei dati incide sulla fiducia persino più della valutazione esterna ed è indipendente dall’efficacia organizzativa.
Questo articolo è parte del Focus Filantropia e Fiducia, spazio online curato da Secondo Welfare che raccoglie riflessioni, interviste e ricerche sulla filantropia trust-based e sull’impatto che potrebbe avere nel nostro Paese. |
Il secondo elemento è la prossimità. Interrogati su quali istituzioni siano meglio posizionate per ridurre le disuguaglianze nel Paese, gli americani indicano al primo posto le organizzazioni non profit (27%), seguite dalle persone appartenenti alla propria comunità locale (26%). Le fondazioni filantropiche compaiono invece tra le istituzioni ritenute meno adatte a farlo (14%), insieme ai tribunali e ai social media. È un dato che vale la pena sottolineare: sembra suggerire che, nel percepito pubblico, la prossimità possa contare più della disponibilità di risorse. Lo conferma l’esperienza diretta: tra chi ha avuto un contatto con un ente non profit negli ultimi dodici mesi, il 60% dichiara che la fiducia ne è uscita rafforzata, con valori pressoché identici tra elettori democratici (61%) e repubblicani (63%).
Il terzo elemento è l’indipendenza dal profitto. Confrontando direttamente enti non profit e imprese sulle stesse dimensioni, i primi risultano più affidabili su tutti gli item: rispetto delle norme (51% contro 35%), accountability verso le comunità servite (49% contro 34%), mantenimento degli impegni presi (49% contro 32%), uso responsabile delle risorse (47% contro 31%).
Da notare inoltre come quelle non profit siano le uniche istituzioni di cui si fida la maggioranza degli elettori di entrambi gli schieramenti: la fiducia è alta tra il 64% dei democratici e tra il 58% dei repubblicani. Nessun altro soggetto considerato nell’indagine supera il 50% su entrambi i fronti. Le forze armate arrivano al 61% tra i repubblicani ma si fermano al 38% tra i democratici; le forze dell’ordine passano dal 53% al 29%. È l’esito più significativo dei tre elementi appena descritti: la percezione che gli enti non profit siano trasparenti, vicini e indipendenti dal profitto genera un consenso che nessun’altra istituzione riesce a costruire.
La fiducia richiesta e la fiducia concessa
È qui che l’indagine statunitense incrocia il lavoro che abbiamo sviluppato nel Rapporto Filantropia basata sulla fiducia. Promuovere l’innovazione e il cambiamento sociale investendo sulle relazioni, curato insieme a Eleonora Rossero.
I dati di Independent Sector descrivono la fiducia dal lato della domanda sociale, ovvero cosa chiede l’opinione pubblica alle organizzazioni per considerarle affidabili. L’approccio trust-based affronta invece il lato dell’offerta filantropica: che cosa devono cambiare gli enti erogatori nelle proprie pratiche – finanziamenti non vincolati, relazioni pluriennali, riduzione degli oneri burocratici, trasparenza reciproca – per riequilibrare il rapporto di potere con le organizzazioni beneficiarie.
Le due prospettive si parlano. Il fatto che il 62% degli intervistati americani associ la presenza di beneficiari negli organi di governo a una maggiore fiducia può essere letto come una significativa consonanza “dal basso” con ciò che la filantropia partecipativa e quella basata sulla fiducia propongono dall’interno del sistema: riconoscere che chi vive direttamente un bisogno dispone di conoscenze situate che il finanziatore non possiede e che possono migliorare la qualità delle decisioni. Allo stesso modo, il credito limitato di cui godono fondazioni e grandi donatori suggerisce che la legittimazione dell’azione filantropica non discende automaticamente dall’entità delle risorse mobilitate, bensì anche dalla qualità delle relazioni che riescono a costruire e a rendere visibili.
Il nodo dell’intelligenza artificiale
Una sezione inedita dell’indagine riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale generativa da parte degli enti non profit e descrive un pubblico prudente. Complessivamente, solo il 22% degli intervistati dichiara che sapere che un’organizzazione utilizza strumenti di IA aumenterebbe la propria fiducia, mentre il 37% dice che la ridurrebbe.
Il dato aggregato, però, nasconde una frattura profonda legata all’esperienza diretta: tra chi usa abitualmente l’IA sia nella vita privata sia al lavoro, il 43% si dichiara più propenso a fidarsi e solo il 16% meno propenso; tra chi non la usa mai, la percentuale di chi si fiderebbe di meno sale al 62%. La familiarità con l’IA emerge dunque come un elemento fortemente associato a una maggiore apertura verso il suo utilizzo.
Su un aspetto, il campione mostra comunque un consenso ampio: il 76% degli intervistati ritiene che le organizzazioni debbano dichiarare esplicitamente quando e come utilizzano l’IA; tra chi non usa mai l’IA la quota è del 71%. Percentuali analoghe indicano che la tutela dei dati delle persone sostenute prevale sulla ricerca di efficienza (72%) e che la supervisione umana resta centrale nelle decisioni (70%).
In questo quadro appare interessante segnalare una differenza sostanziale che riguarda il contesto europeo, e italiano in particolare. La richiesta degli americani di sapere quando e come l’IA viene utilizzata trova infatti nell’Unione Europea alcuni specifici obblighi di trasparenza: per i sistemi classificati a rischio limitato, come chatbot e contenuti sintetici, l’AI Act richiede che gli utenti finali siano consapevoli di interagire con un sistema di intelligenza artificiale. Come ricostruisce il Rapporto La filantropia dei dati tra definizioni, casi e strumenti operativi, curato con Alessia Borromeo, Eleonora Rossero, per gli enti italiani la questione non si esaurisce quindi nella conformità normativa, ma riguarda anche la capacità di rendere l’uso dell’IA comprensibile e trasparente agli stakeholder. E si lega a una delle priorità indicate dallo studio: promuovere l’alfabetizzazione digitale.
Se l’apertura verso l’intelligenza artificiale è fortemente associata alla familiarità con lo strumento, l’alfabetizzazione ai dati non è soltanto una questione di competenze interne, ma può diventare anche una condizione per costruire legittimazione e fiducia attorno al suo utilizzo.
La lezione per l’Italia
Il rapporto di Independent Sector fotografa un contesto specifico, quello statunitense, in cui il dibattito include anche il ruolo degli enti non profit nei processi elettorali: un tema che in Italia non ha un equivalente diretto. I suoi risultati, dunque, non sono trasferibili automaticamente. Le domande che pone, invece, sì.
In Italia non disponiamo, almeno al momento, di una rilevazione sistematica e pluriennale della fiducia nei confronti degli Enti del Terzo Settore e degli attori filantropici comparabile, per continuità e profondità, a quella di Independent Sector. È un’assenza che pesa, soprattutto in una fase in cui la filantropia italiana sta sperimentando modelli più orizzontali e relazionali, ma dispone di pochi strumenti per capire come tali cambiamenti vengano percepiti al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori.
Il messaggio di fondo dell’indagine, del resto, è che la fiducia non è un attributo acquisito una volta per tutte: è il prodotto di pratiche osservabili e ripetute e, pertanto, in costante evoluzione. Trasparenza sull’origine e sull’uso delle risorse, apertura degli organi di governo, disponibilità a essere valutati da terzi, radicamento territoriale. Sono le stesse leve su cui si fonda l’approccio trust-based, con la differenza, non trascurabile, che in questo caso la fiducia va anche concessa, non solo dimostrata.
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