In Italia le nascite calano anno dopo anno, la popolazione è sempre più anziana e la fascia d’età lavorativa continua a ridursi: il risultato è che l’intero sistema di welfare è sotto crescente pressione, che richiede risposte sistemiche. È a partire da questo contesto che Percorsi di Secondo Welfare e Fondazione Lottomatica hanno elaborato l’Agenda FAST, individuando quattro direttrici – che compongono l’acronimo “FAST”, che indica al contempo anche la necessità di fare in fretta – su cui intervenire prioritariamente per modernizzare il nostro sistema sociale: Famiglia, storicamente poco tutelata dal nostro welfare state; Asili, in particolare i nidi; Servizi capaci di alleggerire i carichi di cura; Tempi più flessibili per conciliare lavoro e vita privata.
Ed è in questa cornice che, annualmente, vengono pubblicati Rapporti che spiegano nel concreto come dare attuazione all’Agenda. Il primo, nel 2024, ha definito il contesto descrivendo le condizioni per contrastare la denatalità; il secondo, nel 2025, si è concentrato sui servizi per la prima infanzia e sul capitale sociale.
Con il terzo Rapporto, “Ripartenze possibili“, presentato a inizio agosto, lo sguardo si sposta a monte, ovvero ai NEET, i giovani che non studiano e non lavorano. Perché, prima di poter pensare a una famiglia, bisogna avere un reddito, una casa e la sensazione ragionevole che il proprio futuro dipenda in qualche misura da sé e da opportunità reali. Ma andiamo con ordine.
Un miglioramento che nasconde un problema
Partiamo dai dati sui NEET analizzati nel Rapporto FAST 3 che, per una volta, segnalano un andamento positivo. Nel 2020, in piena pandemia, un giovane italiano su quattro tra i 15 e i 34 anni non studiava e non lavorava; nel 2024 siamo scesi intorno al 17%. La ripresa economica ha funzionato e le politiche attive, in primo luogo il programma GOL, hanno fatto la loro parte.
Il problema è ciò che emerge guardando dentro quel numero. Tra i 15 e i 19 anni i NEET sono il 6%, quasi fisiologico, visto che a quell’età si studia; tra i 20 e i 24 anni sono il 17,8%, e tra i 25 e i 34 anni salgono al 22,4% (dati Istat). Il fenomeno, quindi, cresce con l’età. Non stiamo osservando ragazzi e ragazze che entrano nel mercato del lavoro un po’ più tardi: stiamo osservando transizioni che si interrompono e non ripartono.

C’è poi un secondo problema che il Rapporto mette in luce. La disoccupazione cala con decisione, l’inattività molto meno: diminuisce il numero di chi cerca lavoro e non lo trova, resta invece quello di chi ha smesso di cercarlo. Queste tendenze, lette insieme alla disoccupazione di lunga durata, che cala in modo meno deciso rispetto alla disoccupazione di breve durata, consentono di osservare il meccanismo di trasformazione da inattività transitoria a strutturale che può sfociare poi nel fenomeno dei NEET.
Una fascia d’età che quasi nessuno considera
Da qui la scelta che dà forma a tutto il Rapporto: guardare ai 25-34enni, i cosiddetti giovani adulti. È una fascia invisibile due volte. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) misura i NEET fino a 24 anni, l’Unione Europea fino a 29; Garanzia Giovani si fermava a 29 anni, l’Incentivo NEET1 oggi si rivolge agli under 30. Chi ha 31 anni ed è fuori da tutto è insieme meno visibile nelle statistiche e meno raggiunto da misure e interventi.
Il paradosso è che si tratta, almeno in parte, dei giovani con più esperienza alle spalle e spesso con titoli di studio più elevati: capitale umano di cui un Paese che invecchia in fretta avrebbe grande bisogno per sostenere il sistema di welfare del presente e del futuro.
Questo fenomeno non colpisce in modo omogeneo, ma si articola secondo dinamiche inaspettate quando si analizzano le variabili dell’istruzione e del genere. I dati più recenti mostrano infatti un quadro a due velocità, in cui l’efficacia del titolo di studio come scudo contro l’esclusione professionale varia in modo marcato tra uomini e donne. L’istruzione riduce solo in parte il rischio di esclusione: nel 2024 il tasso di inattività degli uomini tra i 25 e i 34 anni oscillava intorno al 20% sia tra chi non possedeva alcun titolo, sia tra chi aveva il diploma, sia tra chi aveva una laurea (dati Istat). Una questione diversa riguarda le donne, per le quali, in questo caso, il titolo di studio riduce realmente il rischio di esclusione; l’inattività si attesta attorno al 55% tra chi non ha alcun titolo di studio, contro circa il 20% tra chi ha conseguito una laurea (dati Istat). Ciò dimostra come le donne tra i 25 e i 34 anni spesso siano invisibili nel mercato del lavoro e nella transizione studio-lavoro.
Tre fratture per capire davvero il fenomeno NEET
Le analisi svolte sui giovani adulti mettono in evidenza un fattore che troppo spesso viene sottovalutato: i NEET non sono un gruppo, ma un contenitore. Dentro ci sono laureati in attesa dell’occasione giusta e ragazzi con la sola licenza media, madri con carichi di cura e giovani adulti in ritiro sociale. I dati del Rapporto FAST evidenziano chiaramente tre fratture che occorre tenere sempre in considerazione per leggere adeguatamente il fenomeno.
- Il genere. Nel 2024 il tasso di inattività delle donne tra i 25 e i 34 anni superava il 32%, quello degli uomini restava sotto il 17%: la metà. E quando l’Istat ne ha indagato le ragioni, sono emerse delle differenze tra i generi. I dati di un’indagine del 2024 condotta su giovani tra i 25 e i 34 anni evidenziano un profondo divario di genere: tra coloro che indicano i motivi familiari come causa dell’inattività, ben il 96,1% è costituito da donne, a fronte di un esiguo 3,9% di uomini. Non è mancanza di voglia di studiare o di cercare un’occupazione. È lavoro di cura quotidiano, essenziale, classificato statisticamente come inattività.
- Il territorio. Nel Mezzogiorno l’incidenza dei NEET tra i 25 e i 34 anni raggiunge il 36%, contro il 13% delle regioni del Nord. Un ulteriore dato deve far riflettere: passando dalla fascia 15-34 a quella 25-34, il dato sale di 3 punti al Nord e di 9 punti al Sud. Nel Meridione, insomma, la condizione non si riassorbe crescendo: si cronicizza.
- L’istruzione. Studiare protegge, e molto: la disoccupazione dei giovani tra i 25 e i 34 anni passa dal 15% tra chi non ha titoli al 6,5% tra i laureati. Ma non basta a compensare le differenze territoriali, perché nel Mezzogiorno l’inattività resta superiore al 30% anche tra chi ha una laurea. E l’Italia conta comunque il 31,6% di laureati tra i 25 e i 34 anni, contro una media europea del 44%: siamo penultimi.
Tre cose che emergono dalle esperienze sul campo
Accanto all’analisi dei numeri, il Rapporto FAST 3 ha condotto un lavoro di ricerca sul campo per comprendere meglio il fenomeno, con 9 interviste ai responsabili di 4 progetti, tra Torino, Brescia, Ravenna e Catania, dedicati ai giovani che non studiano né lavorano. Tre elementi ci hanno colpito più degli altri.
Primo. Dove i progetti hanno alzato il limite di età, i giovani adulti si sono palesati. A Ravenna, dove si arrivava fino a 35 anni, più della metà dei partecipanti aveva superato i 24 anni e un terzo aveva un’età compresa tra i 30 e i 35 anni; a Catania la componente prevalente era quella dei 25-35enni. In sintesi la domanda dei giovani adulti non è assente ma è spesso esclusa dai criteri con cui la misuriamo.
Secondo. Ad ognuno il suo ponte, che sia umano o linguistico. Ad Aperti Orizzonti, a Brescia, le candidature spontanee sono state quasi inesistenti: quasi sempre è servita una figura adulta che facesse da tramite – un assistente sociale, un educatore, un operatore sanitario. Senza quella mediazione, raccontano dal progetto, il giovane resta sospeso in un’inerzia che il mercato del lavoro da solo non riesce a spezzare. A Ravenna, il ponte non è stato un adulto ma il linguaggio: il progetto “Nice to Neet You”, ribattezzato in corso d’opera “Level Up!”, con l’estetica di un videogioco e senza più la parola NEET in nessuna comunicazione pubblica, ha attratto 170 candidature spontanee. A Torino, Unlock – il programma nato dall’eredità di Articolo+1 ha scelto la stessa strada: non più “NEET”, ma “ragazzi sulla soglia”. Quella di NEET resta pertanto un’etichetta da statistici, in cui i giovani in tale condizione non si riconoscono.
Terzo. La relazione non è il contorno ma l’elemento distintivo dell’intervento. A Torino, la cooperativa che gestisce uno dei sei partenariati vincitori del bando descrive il proprio ufficio come un luogo in cui non si dice “dammi il curriculum, ti faccio sapere”, ma dove ci si siede, si prende un caffè e non si fissano scadenze. Non è buonismo: tra il 70 e l’80% di chi resta agganciato a quel circuito trova poi una collocazione formativa o lavorativa. A Ravenna il 98% ha completato il percorso, con alcuni ragazzi che continuano a frequentare quei luoghi anche dopo la chiusura del finanziamento.
Quattro ostacoli ricorrenti cui fare attenzione
Il Rapporto non racconta soltanto ciò che ha funzionato. Dalle interviste emergono almeno quattro criticità che si presentano in territori e contesti diversi.
Primo: l’urgenza economica batte sistematicamente la progettualità: il lavoro nero “paga” subito, il tirocinio produce effetti dopo svariati mesi e, in una famiglia che ha bisogno e vive una condizione di fragilità economica, prevale il lavoro irregolare. In secondo luogo, la scuola appare ai margini: dai racconti emerge come raramente sia in grado di segnalare per tempo chi sta “scivolando” fuori dai percorsi educativi. C’è poi una terza criticità ricorrente e particolarmente seria: tutto finisce quando scadono il bando e i finanziamenti.
Infine, dalle analisi svolte si descrive criticamente il modo in cui si finanziano i progetti. Ne è un esempio il caso di Torino, dove si è sperimentato un modello che pagava solo i risultati contrattuali: efficace nello stimolare gli enti ma con il rischio di selezionare i casi più facili e lasciare indietro i più fragili, tanto che il programma successivo ha scelto di superarlo.
Raccomandazioni dal Rapporto FAST 3
Alla luce dell’analisi del contesto e della ricerca effettuata sul campo, il Rapporto avanza alcune proposte per poter affrontare le problematiche che riguardano i NEET e creare le condizioni per dare attuazione all’Agenda FAST.
- Riconoscere i 25-34enni come un target specifico, con strumenti dedicati e non residuali.
- Smettere di trattare separatamente le politiche del lavoro, quelle giovanili, quelle sociali ed educative, perché le biografie non sono separate. Al contrario, necessitano di interventi coordinati e integrati tra loro.
- Finanziare l’accompagnamento e tempi progettuali lunghi: un percorso di diciotto o ventiquattro mesi non è uno spreco, ma la condizione affinché il resto funzioni e si creino le premesse per le “ripartenze”.
- Costruire infrastrutture territoriali stabili attraverso coprogettazione e reti tra Pubblico, Terzo Settore, fondazioni e imprese, coinvolgendo queste ultime come partner e non solo come destinatarie di incentivi. È qui che il secondo welfare ha un ruolo preciso: non fare le veci del pubblico, ma fare da laboratorio di innovazione, sperimentando ciò che poi il pubblico può e dovrebbe rendere strutturale.
Nella prefazione al Rapporto, Maurizio Ferrera scrive che i giovani sono “tutto il futuro che abbiamo”. Il fenomeno dei NEET è la misura di quanto stiamo sprecando, oggi, di quel futuro. La posta in gioco non è far scendere un indicatore di qualche decimale: è restituire a qualche milione di giovani adulti la possibilità concreta di fare progetti, di lavoro, di casa, di famiglia. Ed è qui che si gioca anche la questione demografica di cui l’Agenda FAST si occupa fin dal primo Rapporto.
Note
- Incentivo Neet rientra nella priorità 1 del Programma nazionale Giovani, donne e lavoro “Facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro: politiche occupazionali per i giovani”.