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Nella primavera 2020, nei primi giorni del lockdown per contrastare il Covid-19, una palestra di Reggio Emilia diventa, quasi da un giorno all’altro, un centro di raccolta alimentare: qui confluiscono le eccedenze delle aziende del territorio, poi ridistribuite alle Caritas parrocchiali, alle mense, alle realtà associative che cercano di rispondere a una domanda alimentare mai vista prima. In quei mesi emerge una consapevolezza che va oltre l’emergenza: la pandemia non ha creato quella povertà, l’ha resa solo più visibile. Famiglie con lavori instabili, persone “insospettabili” senza reddito, reti informali sempre più fragili. Uno scenario già consolidato, che il Covid ha solo portato alla luce nella sua ampiezza e complessità.

Da quell’esperienza è nato un percorso che, passo dopo passo, si è progressivamente infrastrutturato fino all’inaugurazione di CESARE, il Centro di Solidarietà Alimentare Reggiano che nel 2025, seppur in forma pilota, ha fatto da magazzino di riferimento per 51 centri di distribuzione, con 869 ritiri che hanno contribuito a rendere possibili circa 50.000 pacchi alimentari destinati a più di 8.000 famiglie. Numeri che misurano un problema, prima ancora che un servizio. E che pongono una domanda: che senso ha, per una Caritas che da anni insiste sulla centralità della relazione, investire in un magazzino? La risposta sta in un percorso più ampio, di cui l’infrastruttura logistica è un pezzo e l’orizzonte culturale un altro.

E proprio da qui è nato il Manifesto del Dono, presentato in questi giorni dalla Caritas di Reggio Emilia. Vediamo meglio come.

Quando aiutare può non bastare

L’esperienza sopra brevemente descritta ha portato a mettere a fuoco una distinzione importante: lottare contro lo spreco e contrastare la povertà possono e devono incontrarsi, ma non vanno confusi. Sono problemi di natura diversa, che chiedono strumenti diversi. Intercettare le eccedenze ed efficientarne il flusso è cosa buona (e necessaria sul versante ambientale), ma non equivale a una risposta alla povertà alimentare, che ha radici nei redditi, nel lavoro, nell’accesso ai diritti. Confondere i due obiettivi rischia di indebolire entrambi.

La letteratura scientifica lo conferma da tempo. L’aiuto alimentare, quando non si inserisce in un orizzonte di accompagnamento e si caratterizza per un agire irriflesso, rischia di normalizzare l’insicurezza alimentare e di depoliticizzare le cause della povertà (Riches 2018), contribuendo a mantenere le condizioni di povertà invece di ridurle. Krumer-Nevo (2021) invita a non separare aiuto materiale e aiuto psico-sociale, due dimensioni che vanno tenute insieme.

Per uscire da questa trappola serve un altro registro: quello del dono. Non il dono come sinonimo edulcorato della consegna gratuita, né come gesto verticale di chi ha verso chi non ha. L’antropologia lo ha mostrato da tempo: il dono autentico non è un trasferimento unilaterale, ma un movimento che chiede reciprocità e genera legami (Mauss 2002). È una logica circolare, non discendente.

Un Manifesto frutto di un percorso partecipativo

Subito dopo la pandemia, e grazie alla rielaborazione di quella esperienza, la Caritas Reggiana ha lavorato a partire da una convinzione precisa: per cambiare il sistema dell’aiuto alimentare sarebbe stato necessario coinvolgere altri attori al di fuori della propria rete e anche al di fuori del Terzo Settore. Da quella convinzione è nato un percorso che si è progressivamente infrastrutturato e che, accanto alla costruzione del magazzino fisico, si è posto anche un obiettivo culturale: cambiare il modo di pensare e praticare l’aiuto alimentare. È in questo percorso che il Manifesto del Dono si inserisce.

Il primo passo di questo percorso di riflessione partecipata è stato La Cucina Collaborativa (2021), progetto di co-design del Design Policy Lab del Politecnico di Milano con Caritas Reggiana, che ha coinvolto in workshop e conversazioni beneficiari, volontari, donatori, Terzo Settore e istituzioni per immaginare un sistema del dono più circolare e più capace di inclusione (Carraro et al. 2023). Comprese le persone che hanno vissuto la povertà sulla propria pelle, coinvolte non come destinatari ma come co-progettisti, portatori di un sapere che gli altri non hanno.

Su quella scia, il Manifesto del Dono non è stato scritto a tavolino: è il primo esito di un percorso strutturato di co-progettazione condotto con il Dipartimento di Design del Politecnico coordinato dal prof. Stefano Maffei. Una bozza, un editing collettivo aperto agli stakeholder, workshop di validazione: il documento è stato costruito insieme a chi quel sistema lo abita. Il metodo, qui, è già il messaggio: una cornice di senso costruita collettivamente vincola in modo diverso da una calata dall’alto.

Dalla bussola alla rotta: cosa chiede il Manifesto

Il Manifesto si definisce “una bussola concettuale”, non un documento tecnico. Indica una direzione e impegna chi la condivide.

Per capirlo è utile richiamare alcuni dei suoi assi: il cibo è un diritto, non un favore reso; nessuno è solo “beneficiario”, perché ogni persona porta storie, competenze e desideri; l’aiuto alimentare non è il fine ma un mezzo, una porta d’accesso a percorsi di accompagnamento più ampi. E poiché un patto vincola tutti, il Manifesto declina impegni reciproci: alle organizzazioni chiede di mettere al centro le persone e non solo la logistica; ai donatori, di considerare la donazione parte di un sistema del dono e non uno smaltimento di eccedenze; alle istituzioni, di riconoscere il diritto al cibo come questione di giustizia sociale, di sostenere stabilmente le reti territoriali senza delegare loro ciò che spetta al welfare pubblico, di promuovere coprogettazione e coprogrammazione.

Un manifesto, da solo, non cambia le politiche. Ma offre due cose che al dibattito sull’aiuto alimentare spesso mancano: da un lato un metodo replicabile, ovvero il co-design come modo di costruire cornici condivise tra attori diversi; dall’altro un linguaggio comune, che è già di per sé un atto politico. Il Manifesto del Dono, come dice a sé stesso, non chiude un percorso: lo apre. È disponibile liberamente a questo link, così che chiunque voglia possa usarlo come strumento di riflessione, confronto e azione.


Riferimenti bibliografici

  • Carraro M., Gollini A., Leoni F. e Maffei S. (2023), La cucina collaborativa. Co-progettare la circolarità nel sistema del dono alimentare, Milano, Libraccio Editore.
  • Krumer-Nevo M. (2021), Speranza radicale. Lavoro sociale e povertà, Trento, Erickson.
  • Mauss M. (2002), Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Torino, Einaudi.
  • Riches G. (2018), Food Bank Nations. Poverty, Corporate Charity and the Right to Food, London, Routledge.
Foto di copertina: Raj Tuladhar, Unsplash.com