A Rovereto è stato attivato un “Organismo di Partecipazione Giovanile”. Nato grazie a un percorso partecipato, ha coinvolto persone tra i 16 e i 35 anni per immaginare e dare vita a uno spazio di partecipazione: un “portavoce collettivo” per tutte quelle persone che non hanno una presenza diretta nei tradizionali ambiti della partecipazione civica e politica della città.

L’età media del Consiglio comunale e di quelli delle Circoscrizioni1 è infatti – rispettivamente – di 53 e di 55 anni. Più in generale, i contesti tradizionali di attivazione (a partire dalle associazioni) vedono le persone tra i 16 e i 35 anni in una posizione di secondo piano oppure assenti per molte ragioni diverse (un tema che Percorsi di Secondo Welfare ha in parte approfondito in questa ricerca, ndr).

Per attivare questo Organismo, il Comune di Rovereto ha promosso (nel corso del 2025) un percorso partecipativo, accompagnato da Ufficio Svolta, spazio di progettazione sociale attivato da Fondazione Caritro, CSV Trentino e Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale. Un’attività che si inserisce nel solco delle più ampie politiche giovanili territoriali, di avevamo già avuto modo di raccontare su Percorsi di Secondo Welfare. Di seguito proponiamo qualche altro apprendimento fatto negli ultimi mesi.

Occorre investire (a buon rendere) per adattare contesti istituzionali a richieste e modalità di attivazione informali

Le forme della partecipazione civile e sociale non rispettano più il modello cui ci eravamo abituate negli ultimi 50 anni (più o meno), anzitutto perché non sono più contraddistinte dall’adesione formale delle persone alle istituzioni (pubbliche, private, del Terzo Settore, ai partiti politici,…), almeno per quanto riguarda quelle che, per semplificare, chiamiamo “società occidentali”.

Secondo studi recenti2, infatti, la partecipazione non sta scomparendo, ma sta cambiando forma: i giovani oggi preferiscono attivarsi per obiettivi concreti e interessi collettivi mirati, piuttosto che identificarsi nelle organizzazioni tradizionali

Semplificando, chi appartiene e anima questi luoghi ha una scelta di fronte a sé: la prima è accettare questo disallineamento e lasciare che queste forme di partecipazione vadano per conto loro e concentrarsi su chi resta. È una scelta che comporta conseguenze: alcune positive, come il fatto di condividere linguaggi e trovare spazi di confronto. Altre negative: la rappresentanza non sarà “piena”, ma limitata ad una parte; aumenteranno le disuguaglianze tra chi è incluso e chi no; diminuirà ancora la fiducia e il danno reputazionale di quelle istituzioni.  La seconda scelta è quella che ha animato il percorso roveretano: visto questo disallineamento, le istituzioni possono attivarsi per capire se e come rendersi accessibili, praticabili e utilizzabili anche da chi non agisce le “solite” modalità di partecipazione.

Sono evidenti due cose: la prima è che si tratta di fare una scelta che è tutta politica che implica un ripensamento dei contesti in cui queste attivazioni possono nascere e consolidarsi. Da un lato, tale scelta riguarda gli spazi fisici, il loro uso e il modo in cui vengono messi a disposizione della comunità. Dall’altro, ha a che fare con le pratiche e le procedure dell’amministrazione: un insieme di “dispositivi relazionali” che hanno bisogno di diventare più accoglienti verso l’imprevedibile, capaci di generare fiducia senza perdere le garanzie (di trasparenza, di equità, di legalità ai processi) che le giustificano. È una partita aperta, che parla il linguaggio dell’amministrazione condivisa e che implica di immaginare governance diverse e una gestione del potere più diffusa.

La seconda cosa evidente è che occorre investire tempo e risorse per andare in questa direzione: adottare una politica dell’amministrazione condivisa, che si apra a forme diverse di partecipazione, significa attivare (per gli enti pubblici ma anche per il Terzo Settore) occasioni di ripensamento dell’assetto dei servizi, evitando la riduzione di questi spazi di partecipazione a semplici luoghi di ratifica di decisioni che sono già prese.

Per quello che abbiamo sperimentato a Rovereto, questo investimento passa da alcuni elementi chiave:

  1. superare la frammentazione tra servizi (Polizzi 2023) attraverso una programmazione coordinata. Si tratta di un cantiere costantemente aperto e in evoluzione che porta ad attivare processi in cui enti pubblici e privati collaborano insieme, costruendo una rete forte e motivata. Il Comune (i Comuni), in quanto garante dell’interesse collettivo, tutela i valori di riferimento e mobilita le risorse necessarie per produrre cambiamenti;
  2. definire bene i problemi prima di cercare soluzioni: per programmare occorre coinvolgere tutti i portatori di interesse, soprattutto in ambito socio-educativo. Questo approccio consente di diffondere pratiche e informazioni e spesso crea capacità di risposta diffusa nel territorio e non limitata ai singoli casi;
  3. integrare le competenze amministrative con supporto tecnico specializzato, esterno all’amministrazione comunale. Questo aiuta a riequilibrare i rapporti di forza, costruire fiducia e gestire meglio i processi collaborativi, evitando conflitti;
  4. investire risorse dedicate per consolidare le pratiche nel tempo, dare alla coprogrammazione un ruolo trasversale ai servizi e aumentare le competenze delle organizzazioni (pubbliche o private che siano). 

Istituzioni nuove richiedono ruoli diversi (per la PA e per le persone)

Il debutto dell’Organismo di Partecipazione Giovanile a Rovereto ha messo in luce una sfida centrale: la necessità di ridefinire il rapporto tra le giovani e la Pubblica Amministrazione. Ad oggi, esiste ancora una distanza culturale molto forte, emersa anche durante il percorso. Da una parte, i partecipanti percepiscono le istituzioni come realtà estranee, faticano a uscire da una logica di “dare-avere”; dall’altra, l’insieme dell’Amministrazione comunale (se anche ne riconosce il ruolo e il senso) rischia di guardare a questo Organismo come a uno strumento di ascolto più che ad un supporto per dare forma agli obiettivi e alle politiche pubbliche della città.

Oggi, ogni persona partecipa a livello personale e/o come parte di una piccola comunità di scopo ben definita e si mette a disposizione per dare senso alla sua partecipazione perseguendo un interesse collettivo. Rientra, anche questa dinamica, tra le modalità “nuove” della partecipazione civica e sociale in cui, da una parte, l’istituzione pubblica ha il compito di essere accessibile e di far fronte a quelle  barriere istituzionali, quali mancanza di trasparenza o percezioni di inefficienza, [che] continuano a scoraggiare parte dei giovani dal coinvolgimento attivo” (Fiorani e Chiper 2025).

Per trasformare questa sfida in un’opportunità, l’Amministrazione deve lavorare per generare contesti di partecipazione realmente accessibili a tutte le persone, nelle forme, nei linguaggi e da un punto di vista socio-economico e culturale. Non si tratta di un intervento immediato: ritorna il tema degli investimenti in programmazione, necessari per sviluppare modalità di accesso semplificate, modelli di coinvolgimento ibrido (online e offline) e programmi di sensibilizzazione capaci di arrivare a tutte le persone.

È un percorso che, per forza di cose, deve seguire un principio di gradualità che guardi tanto alle necessità istituzionali quanto a quelle delle persone che partecipano: per chi non ha mai partecipato e per le Amministrazioni che sperimentano questi spazi servono passaggi intermedi, tempi distesi e occasioni semplici ma significative da cui partire.

 

 

Per approfondire

Note

  1. organismi ancora attivi, in Trentino Alto Adige – Sudtirol, nelle città che superano le 30.000 persone
  2. Rapporto IREF sull’Associazionismo Sociale
Foto di copertina: Limbo Hu, Unsplash.com