TERZO SETTORE /
Innovazione silenziosa: l’esperienza delle polisportive per l’integrazione sociale
Trasformare la risposta verso alcune tipologie di disagio sviluppando nuove forme di integrazione tra attori pubblici e privati
15 febbraio 2016

Stiamo vivendo anni attraversati da profonde e radicali trasformazioni economiche, sociali, ambientali, geopolitiche, tecnologiche. I cambiamenti sono repentini e, con la crisi economica, sono diventati sempre più profondi e duraturi. Le conseguenze indotte dalla più importante crisi economica internazionale dal secondo dopoguerra appaiono particolarmente intense ed hanno generato almeno un duplice ordine di effetti. Da un lato, si sono manifestate forti tensioni sulla finanza pubblica che hanno indotto i singoli Stati a promuovere ed attuare politiche finalizzate ad una profonda riorganizzazione dei sistemi di welfare nazionali e locali. Dall’altro lato, invece, si sta assistendo all’emergere di “nuovi” bisogni sociali legati ad una pluralità di fattori tra cui la duratura crisi economica, il progressivo invecchiamento della popolazione e la sempre maggiore fragilità dei nuclei familiari.

A fronte di queste trasformazioni strutturali è sempre più centrale nel dibattito scientifico, culturale e politico il tema dell’innovazione sociale, a maggior ragione dopo la comunicazione sulla Social Innovation della Commissione Europea. Una breve review della letteratura in materia (Tab.1) mostra come quello di social innovation sia ancora un concetto in via di definizione, caratterizzato dalla presenza di alcuni elementi comuni.

In primo luogo, è possibile ritenere che la finalità principale dell’innovazione sociale sia quella di identificare e soddisfare i bisogni sociali (social needs o social problems), considerando, con questo termine, i bisogni della società contemporanea, relativi sia a situazioni di disagio (povertà, emarginazione ed esclusione di determinate categorie di persone), sia a nuove esigenze di natura sociale (sostenibilità e qualità della vita). In secondo luogo, l’output della social innovation può essere alquanto differenziato in quanto essa può dar luogo alla realizzazione di nuovi prodotti o di nuovi servizi che in precedenza non esistevano o che, pur esistendo, non erano in grado di soddisfare in maniera adeguata determinati bisogni. Allo stesso tempo, l’innovazione sociale può condurre alla generazione di nuove modalità di organizzazione della produzione basate, essenzialmente, su architetture e su relazioni organizzative di tipo collaborativo. Infine, in base alle definizioni esposte, è chiaro che iniziative orientate alla social innovation possono essere realizzate da una pluralità di attori pubblici e privati, profit e non profit.


Tab. 1. Alcune definizioni di Social Innovation

Negli ultimi anni la social innovation è divenuto un tema di interesse anche per i media, creando una vera e propria narrazione dell’innovazione sociale che coinvolge alcuni attori specializzati operanti nel settore della consulenza, della comunicazione e delle relazioni pubbliche. In questo contesto, singole esperienze, grazie alla capacità di narrare la propria attività, sembrano diventare dei veri e propri modelli di innovazione. Questa tendenza rischia di condizionare il dibattito pubblico e le politiche volte a promuovere la social innovation in quanto focalizza sempre più spesso l’attenzione su poche realtà molto visibili a discapito di molte pratiche di innovazione sociale diffusa che, pur coinvolgendo centinaia di organizzazioni e migliaia di cittadini, hanno una ridotta capacità di fare “storytelling”.

Appartengono a questo gruppo le polisportive per l’integrazione sociale. Queste organizzazioni nate grazie all’iniziativa di operatori e utenti dei servizi di salute mentale, con il supporto di attori pubblici e delle cooperative sociali, sono oggi diffuse in tutto il territorio nazionale e rappresentano uno strumento di promozione sociale e di lotta alla marginalità che opera coinvolgendo persone che hanno diverse tipologie di svantaggio psicosociale.

Le polisportive sono associazioni in cui, attraverso lo sport, si supera lo stigma che spesso è associato alla malattia mentale e a altre forme di disagio. Esse si rivolgono a tutta la cittadinanza e fanno della capacità di far stare insieme normali cittadini e persone con disagio mentale il loro punto di forza. Nella dichiarazione di missione dell’Associazione Nazionale delle Polisportive per l’Integrazione Sociale (ANPIS) si legge che “le polisportive hanno costituito e costituiscono uno spazio comune, “intermedio” fra i luoghi della cura e quelli della “normalità”, che, coinvolgendo direttamente la comunità (sia nelle sue dimensioni individuali che istituzionali) e configurando una specifica strutturazione dell'interazione fra “normalità” e “malattia”, ha permesso e permette a quote considerevoli di cittadinanza, di interagire direttamente e concretamente con le dimensioni della sofferenza e del disagio psicosociale, permettendo di rivalutare i pregiudizi”.

Oggi le polisportive associate all’ANPIS sono circa 80 in tutto il territorio nazionale e coinvolgono settimanalmente nelle proprie attività circa 3.500 individui, tra cui persone con disabilità, familiari, volontari, cittadini ed operatori sociali. “Le polisportive – afferma il Presidente Nazionale dell’ANPIS Mauro Nannini – sviluppano attività di natura ludico-sportiva, culturale e di animazione. Nelle polisportive l’inclusione passa attraverso il riconoscimento dell'altro come persone e non come malato. Lo sport è la metafora della vita, con le sue regole, le vittorie, le sconfitte, il rispetto dell’altro. Dopo 16 anni di attività, possiamo affermare che i risultati sono visibili in termini di miglioramento della qualità della vita, intesa come benessere quotidiano delle persone, il sentirsi parte di una “squadra”, migliora la percezione di se e degli altri. Nelle polisportive si riconoscere l’atleta prima del malato; per noi non esiste il calcio-terapia o la montagna-terapia, esiste il calcio e la montagna; non vado in farmacia a prendere una confezione di calcio o supposte di montagna. Così generiamo benessere ed integrazione”.

Le polisportive sono nate grazie all’iniziativa, lo stimolo e il supporto delle cooperative sociali e, in alcuni casi, dei Dipartimenti di Salute Mentale che, partendo dalle biografie delle persone con disabilità, hanno sperimentato soluzioni innovative per migliorarne la qualità della vita superando la struttura tradizionale dei servizi di salute mentale.  “Le polisportive sociali – continua Mauro Nannini – a livello nazionale nascono principalmente dalla volontà delle cooperative sociali, "illuminate", che hanno realizzano innovazioni silenziose, che fanno tanto rumore. Oggi il rapporto con le cooperative sociali è molto stretto, le associazioni però mantengono la propria autonomia essendo regolate da statuti. Ci sono poi esperienze legate ai Dipartimenti di salute mentale, ma sono in minoranza”.

Uno degli elementi caratteristici delle polisportive è la capacità di costruire reti e legami sociali coinvolgendo direttamente i cittadini nella gestione delle attività, hanno una contenuta dimensione economica ma producono importanti impatti sociali sulla vita delle persone ed economici in termini di minor costo per il welfare pubblico.
Questa forma di “innovazione silenziosa”, che si fonda sulla capacità tipica delle cooperative sociali e più in generale delle organizzazioni del Terzo Settore di coordinare risorse pubbliche, private e comunitarie (Enjolras, 2009), sta trasformando la capacità di risposta di una comunità alla domanda di integrazione di cui sono portatrici le persone con disagi psicosociali. Costituisce un tassello di un più importante percorso di trasformazione dei servizi di welfare che, anziché continuare ad offrire risposte burocratiche e standardizzate, costruiscono filiere di servizi pensate per rispondere ai bisogni delle persone con disabilità, partendo dalle passioni, dai loro interessi e dalle loro capacità invece che dalle norme, dai regolamenti e dai vincoli finanziari.

Le polisportive rappresentano un esempio di “innovazione silenziosa” che, con adeguate politiche di supporto, può trasformare radicalmente la risposta ad alcune tipologie di disagio, sviluppando nuove forme di integrazione tra attori pubblici e privati. Questa forma di innovazione, che ha una dimensione prevalentemente comunitaria (Bernardoni e Picciotti, 2016), si sta diffondendo in modo reticolare e collaborativo con il coinvolgimento di diversi protagonisti che utilizzano le esperienze e le competenze delle realtà esistenti e contribuiscono a migliorare l’attuale modello di welfare in modo aperto e partecipato.


Bibliografia per approfondire il tema

Bepa - Bureau of European Policy Advisers (2011), Empowering people, driving change. Social Innovation in the European Union, European Communities.

Bernardoni A. e Picciotti A (2016), Tra mercato e comunità. Percorsi di innovazione delle cooperative sociali, Milano, Franco Angeli (in corso di stampa).

Caulier-Grice J., Davies A., Patrick R e Norman W. (2012), Defining Social Innovation, Tepsie.

Enjolras B. (2009), A Governance-Structure Approach to Voluntary Organizations, in “Nonprofit and Voluntary Sector Quarterly”, 38, 5, pp. 761-783.

European Commission (2013), Guide to Social Innovation, European Commission.

Harris M. e Albury D. (2009), Why radical innovation is needed to reinvent public services for the recession and beyond. The Innovation Imperative, The Lab - Nesta, Discussion Paper, March 2009.

Mulgan G., Tucker S., Ali R. e Sanders B. (2007), Social Innovation. What It Is, Why It Matters and How It Can Be Accelerated, Working paper, Skoll Centre for Social Entrepreneurship, Oxford Said Business School, Oxford.

Murray R., Caulier-Grice J. e Mulgan G. (2010), The Open Book of Social Innovation, The Young Foundation - Nesta.

OECD (2000), LEED (Local Economic and Employment Development) Forum on Social Innovation  

Phills J.A., Deiglmeier K. e Miller D.T (2008), Rediscovering Social Innovation, in “Stanford Social Innovation Review”, 6, 4, pp. 34-43.

 
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