La scorsa settimana sono intervenuta alle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile, nel panel “Giustizia contributiva. Il paradigma che mancava”. Mi era stato chiesto di commentare l’anteprima dell’Osservatorio Volontariato 2026 di AICCON, realizzato con Ipsos-Doxa (che sarà presentato ufficialmente a fine novembre), rispondendo a una domanda precisa: come le organizzazioni possono restare attrattive per chi è disposto a dare il proprio tempo per gli altri?
Preparare questo intervento mi ha dato modo di riflettere su alcuni temi centrali per il presente e il futuro del mondo del volontariato italiano, e più in generale sulle prospettive del nostro sistema sociale. In questo senso, è stato interessante confrontare i dati di AICCON con quanto emerso da una recente ricerca sul volontariato che Percorsi di Secondo Welfare ha realizzato nel Biellese, nell’ambito di OsservaBiella, e che sarà presentata tra poche settimane.
Di seguito ho dunque cercato di fissare alcuni punti che possono essere utili per andare oltre i dati più “noti”, provando a capire come sta cambiando l’impegno delle persone, perché alcune si sentono escluse dalla possibilità di contribuire, ma anche quale ruolo spetta alle organizzazioni in questa fase di cambiamento. Andiamo con ordine.
Non un declino, una ricomposizione dei volontariati
I dati a nostra disposizione ci dicono due cose principali. La prima è che le persone che in Italia fanno volontariato, contando sia chi lo fa dentro associazioni e gruppi e chi a titolo personale in forma diretta, sono in calo: erano il 12,7% nel 2013, nel 2023 il 9,1%; a diminuire sono sia il volontariato organizzato (dal 7,9% al 6,2%) che quello diretto (dal 5,8% al 4,9%)1.
La seconda è che, andando oltre questi primi numeri, si nota una ricomposizione in atto: tra le persone che fanno volontariato, chi combina impegno organizzato e aiuto diretto è passato dall’8,1% al 21,7%, quasi il triplo. Inoltre, dati più recenti2 indicano un’inversione di tendenza; tra il 2024 e il 2025 l’impegno nelle associazioni è tornato a crescere, passando dall’8,4% al 9,2%.
Proprio per questo, oggi credo sia opportuno parlare non di volontariato, ma di volontariati, al plurale. Il modello tradizionale – appartenenza stabile, presenza settimanale, adesione formale – non è infatti scomparso, ma ha smesso di essere l’unico. Accanto ad esso sta crescendo un livello “meso-fluido”, fatto di reti di vicinato, collettivi nati attorno a una causa, mutualismo di prossimità. Se la giustizia contributiva significa riconoscere la capacità di contribuire di ogni persona, il primo passo è riconoscere questo impegno, in gran parte invisibile alle statistiche pensate soprattutto per misurare il volontariato formale.
È importante sottolinearlo perché un contributo che non si vede non può essere riconosciuto, valorizzato né sostenuto.
Contribuire include, ma non tutti possono farlo
I dati di AICCON consentono di approfondire alcune dinamiche relative a chi sceglie di fare volontariato.
In primo luogo, dare e ricevere non sono in alternativa. Il 45% delle persone lega il volontariato al miglioramento della propria comunità, il 33% al sentirsi parte di un cambiamento più ampio (quota che sale al 44% tra gli under 25); tra i più giovani solo l’11% cerca di rendere il proprio curriculum più competitivo. Inoltre, chi fa o ha fatto volontariato si sente più incluso nella società (64% e 69%, contro il 60-61% di chi non l’ha mai fatto). Sono differenze di pochi punti e la direzione del nesso va verificata, ma ciò che sembra emergere è che contribuire produce appartenenza.
Se l’azione volontaria diventa un’opportunità di inclusione, allora poter contribuire diventa una questione di equità. Secondo Istat, nell’ultimo decennio il volontariato organizzato è calato soprattutto nelle età centrali, tra le persone strette tra lavoro, figli e genitori anziani (la cosiddetta generazione sandwich). La mancanza di tempo rende difficile conoscere e aderire a iniziative di volontariato, anche se più o meno organizzate.
Si tratta di una dinamica che, come Percorsi di Secondo Welfare, abbiamo riscontrato “sul campo” attraverso una ricerca svolta nel Biellese, che sarà presentata tra qualche settimana nell’ambito di OsservaBiella. Su questo territorio abbiamo osservato un meccanismo complementare: il passaparola e le reti di prossimità funzionano come canali di reclutamento, ma proprio per questo non arrivano a chi in quelle reti non è inserito. Così resta fuori chi è schiacciato da oneri di cura e, più in generale, persone giovani, meno istruite e nuovi residenti che non hanno ancora legami con il territorio. Le barriere, in altre parole, non sono solo di valori: sono di tempo, di reti, di condizioni materiali.
Per questo una giustizia contributiva deve occuparsi anche di chi resta escluso dalla possibilità di dare, non solo di chi già contribuisce.
Non è la generosità che manca
In questo quadro è interessante notare come l’Osservatorio di AICCON metta in luce un’asimmetria su cui vale la pena riflettere.
Le organizzazioni ritengono che la principale barriera alla partecipazione alle attività di volontariato sia la mancanza di tempo. Le persone interpellate dipingono un quadro più articolato. Il tempo pesa davvero per il 45% degli intervistati, ma il 40% parla di insicurezze e motivi personali, il 34% non sa a chi rivolgersi, il 22% non si fida delle organizzazioni. E, ancora più interessante, tra gli ex volontari under 25, uno su tre dichiara di aver smesso per mancanza di autonomia. In altre parole, la mancanza di tempo spiega solo una parte del problema. Insicurezza, scarso orientamento e sfiducia sono ostacoli che dipendono anche da come le organizzazioni si fanno conoscere e gestiscono chi arriva da loro.
È quanto abbiamo osservato anche nel Biellese: le persone, soprattutto i giovani, non mancano, ma scelgono di coinvolgersi in modo diverso rispetto al passato. Preferiscono impegni circoscritti e si allontanano quando si sentono “manodopera” anziché persone con cui progettare.
Si delineano così due sistemi paralleli: un volontariato anziano e fedele, “tenace ma stanco”, che regge i servizi continuativi, e uno giovane e sperimentale, che fatica a inserirsi nelle strutture esistenti. Attrarre volontari, quindi, è meno una questione di disponibilità delle persone e più una questione di progettazione organizzativa.
Cinque leve e un (nuovo) terreno comune
Come emerge dalle ricerche citate poco sopra, oggi non è più possibile chiedere alle persone, soprattutto alle più giovani, di adattarsi a modelli già esistenti in cui non si riconoscono. Per questo appare prioritario ripensare le modalità di accesso, di accoglienza e di partecipazione. In questo contesto ci sono almeno cinque leve su cui le organizzazioni potrebbero intervenire direttamente per rendersi più attrattive e intercettare queste nuove forme di volontariati.
La prima è considerare il contributo parziale come un contributo vero, non di serie B. La continuità non si può più pretendere “all’ingresso”, ma va costruita nel tempo attraverso percorsi da immaginare insieme ai nuovi volontari e alle nuove volontarie. Più di un quarto delle persone (27%) si impegnerebbe se ci fosse flessibilità negli orari, cosa che le organizzazioni spesso non prevedono.
La seconda è fare spazio. Il riconoscimento che le persone più giovani chiedono all’organizzazione di cui fanno parte non è l’attestato o la cena di fine anno, ma la possibilità di incidere sulle scelte a cui dedicano tempo ed energie. Tra gli “ex volontari under 25”, di cui si parlava poco sopra, il 33% ha smesso per mancanza di autonomia, il 25% cerca più riconoscimento e un altro 25% vorrebbe più chiarezza su risultati e impatto. Le organizzazioni, in altre parole, sono chiamate a pensare a forme di dialogo (soprattutto tra generazioni), anche se tali forme possono risultare faticose e potenzialmente conflittuali.
La terza leva è investire su chi si prende cura dei volontari. Nelle piccole organizzazioni cercare, accogliere e formare volontarie e volontari è un compito affidato a persone già oberate. Come emerso da un’intervista realizzata nel Biellese, questo compito va “trattato come un investimento, non come un costo”. In questo senso, la prospettiva di una formazione continua può essere preziosa non solo per intercettare, ma anche per trattenere le persone. Si tratta di un modo per rispondere a quel 40% di persone che non si impegna per insicurezze o per motivi personali: accogliere (e accompagnare) significa rendere possibile il primo passo (e quelli successivi) nelle organizzazioni.
La quarta è raccontarsi. Il 28% delle persone pensa che le organizzazioni non sappiano comunicare con i cittadini e il 23% che non siano attrattive per i giovani. Eppure, al contempo, il 40% dei volontari e delle volontarie vede le proprie organizzazioni evolvere verso forme più moderne. In altre parole, chi è dentro vede il cambiamento, chi è fuori no. Parte del problema, dunque, sta anche nella capacità di racconto. Le ragazze e i ragazzi che abbiamo incontrato nel Biellese ci hanno detto che non basta stare sui social: bisogna “raccontare il sogno” che l’associazione porta avanti, entrando in contatto con chi può essere interessato a condividerlo e farlo proprio.
La quinta leva riguarda più il sistema che le singole organizzazioni: è necessario infrastrutturare l’ecosistema dei volontariati. La frammentazione descritta richiede interventi che vadano oltre le singole associazioni e aprano nuove porte d’accesso per quel 34% che oggi non sa a chi rivolgersi. In questo senso, i Centri di servizio per il volontariato (CSV) sono realtà fondamentali che però devono interrogarsi sui mutamenti in atto e cercare di dar loro risposta. Inoltre, occorre costituire (e dare dignità) a reti stabili tra associazioni, capaci di condividere competenze e oneri amministrativi, e una burocrazia proporzionata. Anche attraverso finanziamenti ad hoc che evitino di creare un sistema “a doppia velocità” tra le diverse forme di volontariati.
In definitiva oggi il compito delle organizzazioni non è riportare dentro chi “preferisce” l’aiuto diretto, cercando di istituzionalizzarlo, ma diventare il terreno comune che sostiene, connette e dà continuità a un volontariato che si ricompone in tanti volontariati. Senza alibi, però: il 31% dice di impegnarsi a colmare le lacune lasciate dallo Stato, e il volontariato deve integrare, non sostituire. Giustizia contributiva significa non chiedere di più a chi già dà, ma creare le condizioni affinché ciascuno possa dare “a modo suo”.
Note
- Istat (2025), Il volontariato in Italia. Anno 2023, Indagine Uso del tempo.
- Istat (2026), Aspetti della vita quotidiana 2024-2025.