Nel 2025 Caritas Italiana ha promosso una ricerca sui Centri di Ascolto (CdA), i luoghi in cui le Caritas incontrano chi vive una difficoltà. La domanda di fondo non è quanti servizi un Centro eroghi, ma quanto sappia mettersi in relazione lungo tre direzioni: dentro la Chiesa, con il territorio e la società civile, con la persona in povertà. L’idea è che la qualità di un CdA non si misuri sull’opera erogata, ma sulla capacità di generare legami. Lo strumento scelto è il Focus Lab, che unisce focus group e laboratorio auto-formativo: un dispositivo che insieme raccoglie dati e forma chi vi partecipa.
La delegazione regionale Caritas Emilia–Romagna ha scelto di utilizzare quanto emerso dalla ricerca quale occasione di apprendimento e di miglioramento, promuovendo una riflessione partecipativa attraverso tre giornate laboratoriali. Di seguito facciamo il punto sui dai dati relativi all’Emilia Romagna raccolti dalla rilevazione nazionale, le evidenze discusse durante il percorso formativo e il suo esito: un decalogo per supportare una azione più relazionale.
La speranza è che possa essere un approccio utilizzabile anche in altri contesti, per valorizzazione esperienze positive da cui imparare.
Cosa è emerso in Emilia-Romagna
In Emilia-Romagna il percorso di analisi ha coinvolto 12 delle 15 diocesi della regione attraverso due Focus Lab, nella primavera 2025. I questionari diocesani restituiscono una fotografia composita del Centro di Ascolto, non esente da rischi e criticità ma anche ricca di senso, di casi virtuosi e di realtà in evoluzione. Solo le 12 diocesi partecipanti censiscono complessivamente 421 Centri di Ascolto, per la grande maggioranza parrocchiali: una rete capillare, fatta soprattutto di volontariato di prossimità.
La relazione con la persona in povertà è il legame valutato meglio: in 9 diocesi su 11 è giudicato abbastanza soddisfacente e in 2 del tutto, senza valutazioni negative. È a questa relazione che i partecipanti riconoscono il vero capitale dei Centri di Ascolto: una fiducia costruita giorno per giorno, una prossimità concreta, la capacità delle volontarie e dei volontari di stare vicini. Non mancano però le ombre: il rischio di una relazione che si esaurisce nell’erogazione del pacco alimentare, il peso dei pregiudizi che finiscono per sostituire la persona reale, la solitudine che pochi riescono a intercettare e la fatica della relazione alla pari, senza paternalismi né formalismi. La sfida indicata come decisiva è quella del passaggio dal fare per al fare con, dal trattare le persone come destinatarie di un aiuto al riconoscerle protagoniste (temi che avevamo già affrontato qui, ndr).
Con il territorio il quadro è più variegato: il rapporto con gli enti pubblici è giudicato poco soddisfacente in 6 diocesi su 11 e in nessuna del tutto soddisfacente. Ma anche in questo caso non mancano gli aspetti positivi: i partecipanti riconoscono che la relazione funziona dove c’è vera co-progettazione e reciproco riconoscimento, mentre fatica dove il Centro di Ascolto si riduce a esecutore di direttive o a distributore di beni. Il rischio segnalato è che le Caritas parrocchiali diventino succursali dei servizi sociali, perdendo la propria identità e la propria capacità di accompagnamento. Più solidi, invece, risultano i legami con il privato sociale e il terzo settore del territorio.
Paradossalmente, è la relazione dentro la Chiesa quella che fa riflettere di più. Il rischio più sentito è quello della delega: spesso la parrocchia affida la carità al Centro di Ascolto come a un ufficio specializzato, invece di riconoscerla come compito dell’intera comunità. Ne nasce un senso di solitudine, perché un piccolo gruppo di volontarie e volontari si ritrova a portare da solo il peso di molti compiti — l’ascolto, la distribuzione, l’accompagnamento, i rapporti con i servizi. Più incoraggiante, invece, ciò che accade quando il Centro di Ascolto si lega ad altre realtà ecclesiali: dove gli scout dell’AGESCI o l’Azione Cattolica, i catechisti o i gruppi giovanili entrano in contatto con la Caritas, la condivisione cresce e l’animazione della comunità diventa più naturale. È lì che la carità torna a essere un gesto di tutti, e non la delega a pochi.
Dalla fotografia all’azione
Di fronte a questa fotografia, la delegazione regionale Caritas Emilia-Romagna si è messa in moto. L’obiettivo non era archiviare i dati, ma trasformare quanto emerso in un’occasione di apprendimento e di miglioramento.
Per questo ha promosso un percorso di riflessione partecipativa in tre giornate laboratoriali, nella primavera 2026, dedicate una a ciascuno dei tre legami: con la Chiesa, con il territorio, con le persone in povertà. Ogni incontro ha unito un affondo di pensiero, teologico e delle scienze umane, a un’esperienza concreta portata da chi la vive, lasciando ampio spazio alla partecipazione e alla riflessione dei presenti. È stata una scelta di metodo prima ancora che di contenuto: la relazione non si spiega soltanto, si pratica, e il percorso ha cercato di far vivere a chi partecipava ciò di cui parlava, anche grazie a strumenti come il World Café e OPERA.
Parte centrale del lavoro è stata la valorizzazione delle esperienze positive già in atto, dentro e fuori l’Emilia-Romagna: non modelli da replicare, ma pratiche da cui imparare. Ci sono Caritas che hanno ridotto la distribuzione di pacchi per investire in accompagnamento, scuola di italiano e inserimento lavorativo, continuando a seguire le stesse persone “in un modo diverso”. Ci sono poi realtà che escono verso il territorio costruendo reti civili — come i tavoli contro il gioco d’azzardo — e che imparano a “custodire le porte da cui altri possono entrare”. E ancora, esperienze che curano la bellezza dei luoghi come segno che chi entra è atteso e “vale”, nella logica di una Caritas in cui si lavora con le persone prima che per le persone. Ascoltare queste esperienze, senza pretendere di copiarle, è già stato un primo modo di imparare ed evolversi.
Un decalogo per supportare una azione più relazionale
L’esito condiviso di questo lavoro è un decalogo (consultabile qui), pensato per accompagnare la consapevolezza relazionale dei Centri di Ascolto e delle Caritas parrocchiali. Più che un insieme di regole, indica una postura: accompagnare senza sostituirsi, partire dalle risorse prima che dalle mancanze, avere il coraggio dei processi lenti. Il suo senso sta in un’idea semplice e impegnativa: una presenza più relazionale non significa fare di più, ma fare insieme.
È un modo di pensare l’impegno della Caritas — e più in generale il lavoro sociale — come costruzione di legami che curano e che, mentre curano, rigenerano la comunità. Per chi si occupa di welfare, è un invito a considerare i Centri di Ascolto non come terminali di distribuzione, ma come una possibile infrastruttura di prossimità, dove la relazione non è il contorno dell’aiuto: ne è la sostanza.