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La dimensione economica e di innovazione tecnologica del welfare aziendale: tra intermediazione e dis-intermediazione
Rispondiamo agli stimoli offerti dal contributo di Flaviano Zandonai e Paolo Venturi sul tema del (potenziale) impatto generato dal welfare aziendale
17 settembre 2019

Qualche giorno fa Flaviano Zandonai e Paolo Venturi, con l'articolo "L'insostenibile leggerezza del welfare aziendale" pubblicato sul nostro sito, hanno proposto alcune riflessioni sull'impatto che può generare il welfare aziendale. La loro idea, in sintesi, è che tale fenomeno - almeno in linea teorica - possa portare preziose forme di innovazione sia sotto il profilo della dimensione economica sia sotto quello dell'innovazione tecnologica.

Gli autori affermano infatti che il welfare aziendale potrebbe avere una forte "capacità trasformativa" delle catene di produzione del valore (value chain), le quali sono sempre più orientate a incorporare elementi di valore ambientale e sociale. Inoltre, tale fenomeno può essere parte integrante della cosiddetta quarta rivoluzione industriale, contribuendo a innovare quei processi e quelle strutture tecnologiche che consentono alle persone di "interagire" con chi produce servizi e, quindi, acquistare questi ultimi.

È proprio su questi aspetti che voglio concentrarmi in questa "risposta" agli autori. Come correttamente evidenziato da Zandonai e Venturi, la questione centrale oggi riguarda proprio il design delle piattaforme di intermediazione e, verrebbe da aggiungere, il ruolo dei provider. Questi ultimi - attraverso la loro infrastruttura digitale - svolgono infatti la funzione cruciale di intermediazione tra domanda e offerta, ovvero tra bisogni e risposte nel campo del welfare occupazionale. Per intercettare e interpretare la domanda espressa dai lavoratori e dalle loro famiglie (ma talvolta anche da una collettività più ampia di persone che appartengono ad uno stesso territorio) vi è infatti la necessità di interagire con svariati attori.

Come proverò - insieme a Federico Razetti - a mettere in luce nel capitolo "Il mercato del welfare aziendale. Il ruolo dei provider tra intermediazione e disintermediazione" all'interno del Quarto Rapporto sul secondo welfare in Italia (in uscita a novembre), se da un lato gli operatori mettono in contatto domanda e offerta, dall'altro si corre il rischio che le piattaforme finiscano per attivare un processo di dis-intermediazione tra il lavoratore e i suoi bisogni. Come spiegato dall’enciclopedia Treccani, per dis-intermediazione si intende l’”eliminazione di intermediari dalla catena distributiva o dal processo di acquisizione di beni o servizi, in modo che l’offerta e la domanda possano incontrarsi direttamente”, soprattutto grazie al ricorso agli strumenti informatici. Nel campo del welfare aziendale, la visione alla base di questo processo è che il lavoratore sia necessariamente il miglior giudice delle proprie scelte. La piattaforma welfare rende così accessibile al dipendente una vasta gamma di possibili risposte che sta al dipendente stesso selezionare in funzione sue specifiche necessità e in vista della massimizzazione del benessere proprio e della propria famiglia.

Le scelte del lavoratore sono tuttavia condizionate da vari fattori: da come è costruita la piattaforma, da quali sono le prestazioni incluse al suo interno, dalle informazioni in suo possesso, dalla generosità del budget a sua disposizione, dagli incentivi e disincentivi fiscali creati dalla normativa e così via. Fattori che evidentemente non sempre aiutano il lavoratore a effettuare la scelta migliore. È su questa scia che alcuni degli attori che operano nel settore si stanno muovendo per dar vita a delle figure professionali che si occupano di ascolto, di counseling e, di conseguenza, di orientamento - tanto delle aziende quanto dei lavoratori - verso la scelta dei servizi e delle prestazioni più adatte alle loro necessità.

Come giustamente sottolineato da Zandonai e Venturi, la strada su questo fronte è ancora lunga. Interessanti prospettive arrivano dal possibile coinvolgimento del territorio e della comunità. Tale aspetto può divenire un fattore di sviluppo e innovazione locale volto a generare valore condiviso, favorire una sempre migliore integrazione tra primo e secondo welfare e supportare nuovi interventi nell'ambito della conciliazione vita-lavoro. 

Anche la contrattazione - sia di primo che di secondo livello - può giocare un ruolo importante. Ne sono un esempio concreto le richieste sindacali avanzate solo pochi giorni fa in merito al rinnovo del Contratto Collettivo del settore metalmeccanico (ve ne abbiamo parlato qui). Oltre a chiedere un "rafforzamento" dell'istituto del welfare aziendale, le rappresentanze dei lavoratori hanno proposto la creazione di una piattaforma digitale unica, utilizzabile da tutte le realtà produttive del settore, attraverso la quale sia possibile interagire e confrontarsi con i servizi e le attività del contesto locale in cui ogni azienda è inserita.

 


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