Recentemente la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha reso nota una sentenza importante per il mondo del lavoro. Il caso riguardava la direttiva sul salario minimo, contro cui pendeva un ricorso da parte di Danimarca e Svezia. Sollecitati dai sindacati, i governi dei due Paesi ritenevano che il provvedimento minacciasse l’autonomia delle parti sociali. La Corte ha invece confermato la legittimità della direttiva, tranne che per alcuni aspetti minori. La sentenza giustifica indirettamente una lunga sequenza di misure legislative che hanno impresso una «svolta sociale» all’agenda Ue nell’ultimo decennio.
Anche se un po’ in sordina, questa svolta sta dando corpo all’idea lanciata trent’anni fa da Jacques Delors: l’Europa deve dotarsi di uno «zoccolo sociale» valido per tutti i Paesi. Siccome «la gente non s’innamora del mercato interno», per l’allora presidente della Commissione la Ue doveva assumere un volto umano e protettivo, come motore di prosperità condivisa.
Pochi diedero ascolto alla lungimiranza di Delors. E così i suoi timori si sono avverati. L’integrazione economica e monetaria ha finito per creare nuove disparità. Le politiche di austerità adottate per fronteggiare la crisi dell’euro hanno scaricato una buona parte dei costi di aggiustamento sui percettori di trasferimenti monetari. L’opinione pubblica si è non solo disamorata, ma ha maturato risentimento nei confronti della Ue. Fornendo carburante all’ascesa dei partiti euroscettici.
Il nuovo bilancio dell’Unione Europea potrebbe cambiare molte cose per le politiche sociali
Subito dopo la propria nomina a presidente della Commissione (2014), Jean Claude Juncker dichiarò che l’Unione era in condizioni di «crisi esistenziale», in larga parte dovuta alla natura «iniqua e anti-democratica» delle politiche di austerità. Fu proprio Juncker a promuovere la svolta sociale, portata poi avanti da Ursula von der Leyen, con il sostegno del Parlamento europeo e dei sindacati.
A partire dal Pilastro europeo dei diritti sociali (2017), si è aperto così il cantiere di quella che potremmo definire (anche se non si chiama formalmente così) una Unione sociale europea: una cornice di regole e risorse comuni volte a salvaguardare la capacità dei sistemi nazionali di fronte a cambiamenti sempre più rapidi e imponenti. La cornice è composta di tre strati.
Il primo è una versione aggiornata dello zoccolo di Delors: regole comuni di base per i diritti sociali. Sono state ad esempio varate nuove direttive sulla conciliazione vita-lavoro, la parità di retribuzione per pari mansioni fra uomini e donne, la trasparenza dei contratti di lavoro, il trattamento dei lavoratori su piattaforme, il salario minimo. La logica non è quella di uniformare, ma di fissare condizioni minime «adeguate». Se un Paese è sotto soglia, deve allinearsi. Pochi sanno che la riforma italiana dei congedi parentali, nel 2022, è nata proprio per avvicinarsi agli standard della direttiva Ue. Se un Paese ha invece norme più ampie e generose, le può tranquillamente mantenere. Per questo il timore degli scandinavi circa un’indebita interferenza della Ue sulle loro pratiche contrattuali era infondata. Danimarca e Svezia partecipano di tutti i vantaggi del mercato interno. La loro difesa di una prassi nazionale che può benissimo essere mantenuta non può trasformarsi in un veto al miglioramento delle condizioni di lavoro di altri Paesi, per effetto dello zoccolo comune. Dall’altro lato, la direttiva non fornisce alibi per difendere lo status quo in quei Paesi ove la copertura dei contratti collettivi è elevata, ma non garantisce a tutti salari che siano almeno «decenti» (come in Italia).
Il secondo strato della cornice riguarda la mobilità dei lavoratori. La libera circolazione è una condizione necessaria per sfruttare tutte le potenzialità del grande mercato pan-europeo. C’è però il rischio di «dumping sociale»: una concorrenza (spesso sleale o addirittura fraudolenta) fra Paesi sul costo del lavoro e del welfare, a tutto svantaggio dei lavoratori con basse qualifiche. Per questo la Ue ha fissato dei paletti che scoraggino la corsa al ribasso e ha creato una Agenzia europea del lavoro per il controllo degli abusi.
Povertà, posti di lavoro, casa: qual è lo stato dell’Unione?
Il terzo strato è quello più innovativo. Consiste nella creazione di nuovi schemi, finanziati dal bilancio Ue o da debito comune, che assorbano gli eccessi di spesa nazionale in caso di sfide particolarmente onerose (come la transizione verde) o di gravi emergenze (come la pandemia e la crisi economica che l’ha seguita). In queste circostanze gli stati sociali nazionali non hanno le capacità di reagire autonomamente. È dunque ragionevole una condivisione dei rischi. Durante il Covid, la Ue istituì ad esempio il fondo Sure (finanziato con debito comune) per sostenere le casse integrazioni nazionali. In questo modo, fra il 2020 e il 2021 si sono salvati più di 40 milioni di posti di lavoro.
Questa «Unione sociale» in fieri non mira a creare un unico grande «euro-welfare», quanto piuttosto una casa comune (o condominio), che fornisca riparo e rafforzi le capacità sociali dei Paesi membri. Non una sfida alla sovranità nazionale, dunque, né un passo verso una «Ue assistenziale», quella Transfer Union tanto paventata dai tedeschi. Al contrario, una strategia che — affiancata a incisive politiche per la competitività — faciliti la ripartenza dell’economia senza erodere la solidarietà. E riconquisti così il sostegno degli elettori al progetto europeo.
| Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 14 novembre 2025, ed è qui riprodotto previo consenso dell’autore |