Un fenomeno invisibile, un problema strutturale
In Italia, tra il 2001 e il 2021, circa 70.000 famiglie hanno scelto l’adozione – nazionale o internazionale – come forma di genitorialità. Un numero significativo, che tuttavia fatica a trovare riconoscimento adeguato nel dibattito pubblico e nelle politiche sociali. Le famiglie adottive sono percepite come una componente marginale del panorama familiare, formalmente tutelate dalla formula “nato o adottato” che ricorre in molte misure di sostegno alla genitorialità. Eppure, questa equivalenza giuridica non si traduce automaticamente in parità di diritti e di accesso al welfare. L’esperienza adottiva ha specificità concrete – tempi lunghi dell’iter preadottivo, età media dei minori all’ingresso vicina ai sette anni, elevata incidenza di bisogni educativi speciali – che richiedono strumenti di conciliazione vita-lavoro spesso più intensi rispetto alla genitorialità biologica.
Eppure, le politiche familiari restano pensate come se tutte le famiglie nascessero allo stesso modo e negli stessi tempi. Policy-makers e legislatori, infatti, focalizzano gli investimenti sulla neo-natalità e i “primi mille giorni di vita” dei bambini, perdendo di vista il fatto che le neo-famiglie adottive e affidatarie accolgono figli già nati, spesso grandi. I “primi mille giorni dall’ingresso in famiglia” restano così fuori dalle politiche per l’infanzia e la famiglia.
Ne deriva una “parità imperfetta”, come la definiamo nell’articolo pubblicato sul numero 3/2025 di Politiche Sociali/Social Policies nel focus sul “welfare controintuitivo e discriminatorio” (presentato qui dai suoi curatori, ndr): le famiglie adottive sono formalmente equiparate alle altre, ma penalizzate da norme pensate su un solo modello familiare. Un’iniquità che colpisce anche i minori, spesso portatori di fragilità pregresse e bisognosi di un sostegno più strutturato.
Un sistema in trasformazione: meno adozioni, bisogni più complessi
Per capire l’urgenza di aggiornare le politiche, occorre partire dalla trasformazione dell’adozione negli ultimi vent’anni. Le adozioni internazionali sono in calo in quasi tutto il mondo occidentale, per varie ragioni: migliori condizioni socioeconomiche in alcuni Paesi di origine, spinte nazionaliste alla tutela dell’identità culturale dei minori e maggiore attenzione alle malpratiche del passato. L’Italia non fa eccezione, pur mostrando un calo più contenuto rispetto ad altri Paesi riceventi. Parallelamente, anche le adozioni nazionali si riducono sotto la pressione combinata del calo demografico, dei cambiamenti normativi e delle trasformazioni socioculturali in atto.
Ne deriva un paradosso: mentre le adozioni diminuiscono, aumentano i minori fuori famiglia, accolti sempre più spesso in strutture residenziali anziché in famiglie affidatarie. Sono bambini e ragazzi spesso più grandi, con disabilità o appartenenti a fratrie, segnati da percorsi frammentati e da minori possibilità di costruire legami familiari duraturi. Un fenomeno dettato anche da bias transculturali che possono attraversare le pratiche di servizi sociali e tribunali per i minorenni, producendo effetti selettivi nei percorsi di tutela.
Questo scenario – adozioni in calo, minori più grandi e con storie più complesse, sistema di accoglienza sotto pressione – rende evidente il disallineamento tra la realtà delle famiglie adottive e un welfare ancora modellato su configurazioni familiari superate.
Il paradigma bionormativista e i suoi effetti
Per comprendere questi scarti, non basta analizzare le singole norme: occorre interrogarsi sulla logica culturale che le orienta. Introduciamo a tal fine il concetto di “bionormativismo”: un paradigma che attribuisce valore primario alla genitorialità fondata sul legame biologico, relegando a un ruolo marginale tutte le forme familiari che se ne discostano (adottive, affidatarie, omogenitoriali, nate da donazione di gameti).
Il bionormativismo non opera solo nell’immaginario collettivo, ma si traduce in scelte normative, criteri di accesso al welfare e modelli organizzativi dei servizi. Le misure di sostegno alla genitorialità sono progettate pensando alla nascita di un neonato, non all’ingresso in famiglia di un bambino con una storia di istituzionalizzazione o a un adolescente con bisogni educativi complessi. Questo approccio non solo non intercetta i bisogni specifici delle famiglie adottive, ma contribuisce ad amplificare lo stigma e il senso di inadeguatezza che queste famiglie spesso incontrano nei contesti scolastici, sanitari e sociali. L’assenza di misure strutturali di accompagnamento nel post-adozione aumenta inoltre il rischio di crisi familiari e, nei casi più gravi, di disruption: l’interruzione del legame adottivo e l’allontanamento del minore dalla famiglia.
A differenza di quanto avviene per altre forme di discriminazione, lo stigma che colpisce le famiglie adottive non ha ancora trovato pieno riconoscimento pubblico né adeguata attenzione nella ricerca sociologica e pedagogica: il bionormativismo resta un paradigma largamente implicito, e proprio per questo difficile da contrastare.
Tre nodi critici tra norma e pratica
Nel nostro articolo analizziamo nel dettaglio alcune misure legislative che risultano discriminatorie nei confronti delle famiglie adottive. Ne richiamiamo qui tre a titolo esemplificativo, rimandando all’articolo integrale per l’analisi normativa completa.
Il primo riguarda il cosiddetto “bonus mamme” (L. 213/2023), che prevede un esonero contributivo per le madri lavoratrici calcolato sull’età anagrafica del figlio più piccolo. In assenza di una clausola di adattamento per le madri adottive, il criterio biologico si applica automaticamente: chi ha adottato un bambino di sette anni non rientra nei requisiti, o vi rientra solo parzialmente, pur avendo affrontato un percorso genitoriale altrettanto impegnativo. Sostituire il parametro dell’età anagrafica con quello degli anni trascorsi dall’ingresso in famiglia sarebbe sufficiente a rendere la misura equa.
Il secondo nodo riguarda i congedi per malattia dei figli. La normativa prevede tutele decrescenti all’aumentare dell’età del bambino, con l’ipotesi implicita che i bisogni di cura si riducano con la crescita. Per i minorenni adottati, spesso più grandi e con storie di deprivazione alle spalle, accade il contrario: i bisogni di accudimento e presenza genitoriale possono essere elevati proprio nei primi anni dall’ingresso in famiglia, indipendentemente dall’età anagrafica. La norma finisce così per tutelare di meno chi avrebbe più bisogno di protezione.
Il terzo caso riguarda le fasi del collocamento provvisorio e dell’affido preadottivo in adozione nazionale. In questo periodo, per ragioni di riservatezza, il minore non può utilizzare il proprio codice fiscale originario e non esiste un codice temporaneo riconosciuto a livello sistemico. Le conseguenze investono diritti elementari: dall’accesso al Servizio Sanitario Nazionale alle prestazioni previdenziali, dai bonus familiari alla partecipazione alle attività sportive. Una soluzione parziale esiste solo in ambito scolastico, grazie alle Linee di indirizzo del Ministero dell’Istruzione del 2023, ma resta inapplicabile in altri contesti, con evidenti disparità territoriali.
Raccomandazioni per un welfare più inclusivo
Le evidenze raccolte e discusse nel nostro articolo su Politiche Sociali/Social Policies delineano un sistema che tiene le famiglie adottive ai margini non per scelta deliberata, ma per inerzia culturale e normativa. La totale assenza dell’adozione nei due principali documenti di programmazione recenti – il Sesto Piano nazionale per i soggetti in età evolutiva e il Piano Nazionale per la Famiglia 2025-2027 – conferma quanto questa marginalizzazione sia profonda e trasversale.
Non si tratta di costruire un welfare “speciale” per le famiglie adottive, ma di rendere le politiche esistenti realmente inclusive. Alcune direzioni sono praticabili nell’immediato: introdurre parametri legati alla data di ingresso in famiglia anziché all’età anagrafica nelle misure di sostegno economico e di conciliazione; risolvere in modo sistemico il problema del codice fiscale durante le fasi preadottive; costruire un sistema strutturale di post-adozione, pubblico e competente, in grado di accompagnare famiglie e minori nel tempo.
Riconoscere le specificità delle famiglie adottive non è una questione di equità astratta ma una condizione necessaria per garantire protezione reale ai minorenni più vulnerabili che il sistema ha già faticato a tutelare prima dell’adozione.
| Il presente articolo sintetizza alcuni degli esiti del lavoro pubblicato sul numero 3/2025 di Politiche Sociali/Social Policies, rivista edita dal Mulino e promossa dalla rete ESPAnet-Italia. Per maggiori dettagli e citazioni: M. Ferritti e A. Guerrieri, Discriminazioni normative e sociali verso le famiglie adottive in Italia, in «Politiche Sociali/Social Policies», 3/2025, pp. 635-654. |