Percorsi diversi, una complessità comune
Chi lavora nei servizi rivolti a persone migranti e richiedenti asilo arriva spesso da percorsi che hanno poco in comune tra loro: c’è chi ha una formazione specifica nel settore, chi arriva da altri percorsi accademici o professionali, chi senza alcun titolo di studio. Nei servizi convivono così figure con background ed esperienze molto diversi – una pluralità che rende evidente come pensare a una crescita professionale uniforme, uguale per tutti, non abbia molto senso. A questo si somma, come tratto distintivo del settore, una complessità che raramente si trova tutta insieme: situazioni che non si lasciano ridurre a procedure o schemi lineari, norme reinterpretate caso per caso, riorganizzazioni istituzionali frequenti.
Pesa, in più, una dimensione geopolitica diretta: una guerra o una crisi internazionale si traducono, in pochi mesi o addirittura settimane, in nuovi arrivi e nuovi bisogni. Di fronte a un lavoro fatto così, anche chi arriva con un percorso di studi specifico, per quanto solido, non è mai del tutto preparato: la formazione tradizionale, ancora centrata soprattutto sulla trasmissione di contenuti e procedure, fatica a dialogare con professioni che, come ricordava Schön, si costruiscono soprattutto attraverso la capacità di riflettere nel vivo dell’azione, non solo a lavoro concluso (Schön 1983). Riconoscere una vulnerabilità non ancora esplicita, capire cosa meriti attenzione: competenze che raramente si apprendono a lezione, ma che si costruiscono nell’incontro ripetuto con situazioni concrete.
Una ricerca etnografica condotta in Trentino tra gli operatori dell’accoglienza documentava già bene questo fenomeno, raccogliendo testimonianze di chi si è formato prevalentemente “sul campo”, per tentativi ed errori (Giacomelli 2020). Servirebbe allora, per tutti – chi più chi meno – qualcosa capace di parlare a profili di partenza così diversi, e allo stesso tempo di lavorare non solo sulla trasmissione, ma su ciò che si impara soltanto vivendo il lavoro.
Un sapere che fatica a emergere
Gli operatori apprendono soprattutto nel confronto con le situazioni che incontrano, attraverso continui aggiustamenti e interpretazioni che si sviluppano nel corso del lavoro. È un sapere reale, situato – legato cioè al contesto specifico in cui nasce. Il rischio non è soltanto che questo sapere vada perso quando una persona cambia lavoro: prima ancora, il rischio è che non venga riconosciuto come tale. Le competenze vengono esercitate ogni giorno, ma raramente diventano oggetto di osservazione comune: così ciò che si apprende resta individuale, senza trovare occasioni per essere realmente condiviso e trasferito – a chi lavora insieme oggi, prima ancora che a chi arriverà domani.
Imparare a vedere quello che già si fa
Come si può allora sostenere questo tipo di apprendimento, così legato all’esperienza diretta? Se la sfida è imparare a leggere la quotidianità e valorizzare ciò che si fa sul campo, una risposta molto concreta può arrivare da un ambito nato proprio per studiare le pratiche dal di dentro: la ricerca etnografica1. Chi se ne occupa sviluppa nel tempo una postura fatta di attenzione ai dettagli e capacità di sospendere i giudizi automatici (Marzano 2006).
Vuol dire anche consapevolezza di come la propria presenza influenzi ciò che accade e chi si ha di fronte, e capacità di riconoscere le proprie categorie di lettura – le lenti con cui, spesso senza saperlo, si interpreta una situazione. Significa, in sostanza, chiedersi non solo cosa si sta facendo, ma perché e come. Questa stessa postura può entrare nei percorsi di crescita professionale degli operatori – non come metodo di ricerca da addetti ai lavori, ma come dispositivo formativo alla portata di chiunque. Non per insegnare qualcosa di nuovo dall’esterno, ma per aiutare a vedere e nominare qualcosa che, in parte, si sta già facendo.
Un cambio di prospettiva
Molti operatori, in realtà, questo sguardo lo esercitano già, spesso senza saperlo: quando si fermano a chiedersi perché una situazione li ha spiazzati, quando confrontano con un collega un caso che non tornava. È quella che si chiama riflessività: la capacità di fermarsi a interrogare le proprie scelte, invece di limitarsi ad agire (Mortari 2003).
Non serve però aspettare un percorso formativo già completo per cominciare: bastano piccoli spazi, come qualche riga scritta a fine giornata su un episodio che ha colpito, o un momento fisso in cui confrontarsi su un caso difficile – spazi che un servizio può darsi già da sé, ripetuti nel tempo, in cui l’esperienza possa essere riletta. Molti servizi hanno già momenti di confronto – riunioni d’équipe, supervisioni occasionali – che servono soprattutto a decidere cosa fare. Qui l’obiettivo è un altro: esplorare una situazione per conoscere interpretazioni diverse, senza dover arrivare subito a una soluzione – un lavoro che nel tempo costruisce una competenza più solida e una maggiore consapevolezza, aiutando a leggere meglio anche i casi che verranno dopo.
È un cambio di prospettiva. Non più “ti insegno qualcosa che non sai”, ma “ti aiuto a vedere e nominare qualcosa che già fai” – un’idea vicina a quella che in letteratura si chiama professional vision (Goodwin 1994): lo sguardo esperto che ogni professione costruisce nel tempo, e che diventa visibile solo quando qualcuno lo aiuta a emergere.
Un luogo che produce sapere, non solo lo trasmette
Tutto questo – la postura, la riflessività, il confronto tra colleghi – può quindi trovare spazio in una formazione pensata diversamente: non solo per raccogliere un sapere prodotto altrove, ma per contribuire a produrlo. L’esperienza alimenta la riflessione, la riflessione modifica le pratiche, le pratiche producono nuove conoscenze che tornano a nutrire la formazione.
Qualcosa in questa direzione esiste già: l’intervisione2, l’altervisione3, i laboratori di pratica riflessiva centrati però soprattutto sulle emozioni. Esperienze preziose, ma spesso legate a un progetto specifico o a un finanziamento – non parte stabile del lavoro quotidiano. Perché lo diventi, serve anche il contesto giusto: tempo per il confronto, spazi per rileggere i casi insieme, una cultura organizzativa che non tratti questo lavoro come superfluo.
Sono condizioni che permettono alle pratiche di consolidarsi in patrimonio organizzativo, invece di restare tentativi isolati, come notato su questo portale a proposito della sostenibilità del lavoro sociale (Fato et al. 2026). È così che la formazione può intrecciarsi all’esperienza: non limitandosi ad aggiornare norme e procedure, ma creando le condizioni per osservare, discutere e rendere visibile ciò che il lavoro insegna. Non è solo questione di crescita professionale individuale: è il modo in cui un servizio conserva, sviluppa e trasmette la propria conoscenza.
Bibliografia
- Fato E., Parisi G., Lombardi G. e Bigliardi L. (2026), La sostenibilità del lavoro sociale non è (solo) una questione di bilanci, secondowelfare.it, 31 marzo 2026.
- Giacomelli E. (2020), La formazione “fai da te” degli operatori d’accoglienza. Una ricerca etnografica nella Provincia autonoma di Trento, in “Lavoro Sociale”, vol. 20, suppl. al n. 4, pp. 65-77.
- Goodwin C. (1994), Professional Vision, in “American Anthropologist”, vol. 96, n. 3, pp. 606-633.
- Marzano M. (2006), Etnografia e ricerca sociale, Roma-Bari, Laterza.
- Mortari L. (2003), Apprendere dall’esperienza. Il pensare riflessivo nella formazione, Roma, Carocci.
- Pattaro C., De Paoli L. e Visentin S. (2024), Verso nuovi apprendimenti: il ruolo della formazione continua e della supervisione, in Pattaro C. (a cura di), Il mosaico dell’aiuto. Competenze comunicative, relazionali ed emotive nel servizio sociale, Milano, FrancoAngeli, pp. 181-204.
- Schön D. (1983), The Reflective Practitioner: How Professionals Think in Action, New York, Basic Books.
Note
- La ricerca etnografica è quel modo di studiare i contesti sociali che parte dall’osservazione diretta e prolungata delle situazioni, più che da questionari o interviste a distanza.
- L’intervisione è un confronto tra pari basato sull’ascolto del vissuto professionale.
- L’altervisione utilizza invece esercizi strutturati per aiutare gli operatori a riconoscere e mettere in parole competenze che già possiedono, come descritto in Pattaro et al. (2024).