| Questo contributo è stato scritto nei giorni in cui è venuto a mancare Graziano Maino.
Con lui e con tutta Pares abbiamo condiviso un percorso di quasi 10 anni proprio sui temi delle Comunità Educanti in Trentino. Abbiamo avuto modo di immaginarle, dare loro energia e progetti, attivare relazioni e promuovere occasioni di crescita. Questo percorso si chiamava FUORICENTRO: Graziano è stato interprete prezioso e compagno di lavoro nella costruzione del Manifesto e della Carta delle Comunità Educanti. Ci sembra importante ricordarlo e così stringerci alla sua famiglia, a Pares e a chi, come P2W, lo stimava. |
Offrire a scuole e Terzo Settore un programma comune di formazione culturale e sociale fondato su indirizzi pedagogici e valori condivisi, per far crescere comunità educanti sul territorio attraverso spazi stabili. È questo, in breve, l’obiettivo dei Poli Educativi Territoriali della provincia di Bolzano.
Nati su iniziativa dell’Ufficio Politiche Giovanili della Ripartizione Cultura italiana, in collaborazione con l’Intendenza scolastica provinciale, i Poli sono il risultato di un percorso di oltre un anno progettato e accompagnato da Euricse.
Tra aprile 2025 e giugno 2026 si è infatti svolta una sperimentazione che ha coinvolto 18 istituti scolastici – dalle primarie agli istituti professionali – e 12 Centri Giovani in 6 diverse città, che si è distinta per un processo partecipato costruito sui principi e sui metodi della coprogrammazione e della coprogettazione. In questo contributo vi raccontiamo come si è svolto questo percorso.
Come si è svolta la sperimentazione
La fase iniziale della sperimentazione si è basata sul confronto con docenti e Centri Giovani1, che ha permesso di far emergere una serie di bisogni presenti sul territorio di riferimento: dall’inclusione educativa e dalla presa in carico delle vulnerabilità alla prevenzione del disagio giovanile e alla gestione dei conflitti; dall’integrazione del sistema territoriale per lo sviluppo di Comunità Educanti al rapporto tra crescita individuale e responsabilità collettiva verso il bene comune. Tutto questo è possibile solo se scuola, servizi e Terzo Settore smettono di lavorare in parallelo e diventano Comunità Educante, in cui la crescita di ciascuno si intreccia con la responsabilità verso il bene comune.
Tali bisogni hanno orientato la fase di coprogrammazione e la stesura dei protocolli di attivazione iniziali: attraverso la collaborazione tra scuole e Centri Giovani, sono stati individuati obiettivi condivisi e linee di intervento su cui impegnare l’attività del Polo per l’anno successivo.
A partire da agosto 2025, è stata quindi attivata la coprogettazione delle attività e della governance dei Poli: Euricse ha supportato le reti territoriali nella definizione di un Piano Operativo dettagliato e ha accompagnato i Centri Giovani nella definizione del profilo generale dell’operatore o operatrice socioculturale, figura chiamata ad agire come ponte tra la scuola e il centro giovanile, dotata di specifiche competenze tecniche e relazionali.
La governance di questo sistema è stata affidata a Cabine di Regia territoriali che coordinano i lavori di ciascun Polo. La pratica quotidiana ha mostrato come, accanto a queste strutture più formali, la presenza degli operatori in spazi scolastici informali, come cortili e corridoi durante la ricreazione, costituisca una strategia vincente per agganciare le persone più giovani in un clima non giudicante per favorire l’emersione dei loro bisogni reali. Parallelamente, l’efficacia dell’intervento è strettamente correlata alla presenza attiva di un docente referente che faciliti l’integrazione della figura esterna nella comunità scolastica.
A partire da gennaio 2026, è stato avviato un piano di monitoraggio, con indicatori di risultato e di processo, che ha condotto (tra maggio e giugno 2026) alla fase finale del percorso: i Poli, infatti, sono stati accompagnati alla riprogettazione dei Protocolli di attivazione, i quali sono stati adattati sulla base delle evidenze raccolte. Questa riprogettazione ha consentito di ampliare la rete dei Poli che, oggi, sono 18 in tutta la Provincia, con 26 istituti scolastici e 16 Centri Giovani coinvolti.
La coprogettazione come grammatica relazionale
Questa sperimentazione è stata progettata a partire dalla convinzione per cui la norma descritta dall’articolo 55 del Codice del Terzo Settore non si esaurisca nella procedura che disciplina ma abbia una portata più ampia che riguarda quattro diverse dimensioni.
La prima riguarda il tempo. La coprogettazione non serve solo a produrre un accordo stabile ma è pensata per proteggere il diritto delle parti a cambiarlo, restando comunque dentro una cornice di responsabilità reciproca. Per questo il modello dei Poli Educativi prevede, in forma stabile dentro alla coprogettazione, una fase di riprogettazione come esito atteso del processo e non come sua eccezione. In questo modo lo stesso processo di costruzione dei Poli garantisce a tutte le parti che vi partecipano la possibilità di rivedere gli accordi tra pubbliche amministrazioni e Terzo Settore alla luce di ciò che si è appreso.
La seconda riguarda il potere. La coprogettazione non elimina l’asimmetria di potere tra le parti che coprogettano ma favorisce la sua “rotazione”: chi possiede, in un dato momento, la conoscenza più situata su uno specifico tema o problema, guida temporaneamente il processo. Il Protocollo dei Poli Educativi, in questo senso, ha reso esplicito questo meccanismo attribuendo ruoli diversi e non gerarchici all’interno di una comune Cabina di Regia tra gli enti che lo sottoscrivono.
La terza riguarda il linguaggio. Scuola e Terzo Settore parlano lingue professionali diverse. Dentro la loro Cabina di Regia, i Poli affrontano questo disallineamento culturale e, da questo “attrito linguistico”, fanno nascere qualcosa di nuovo: la figura stessa dell’operatore o dell’operatrice socioculturale, un ruolo che prima non esisteva e che è stato definito dentro il processo di coprogettazione, nasce come ponte tra due vocabolari e due pratiche operative prima ancora che tra due istituzioni.
La quarta riguarda la fiducia. I Poli hanno attivato Cabine di Regia quali spazi di coordinamento e governance delle reti territoriali. Durante la sperimentazione abbiamo osservato come questi spazi siano stati attivati con maggiore intensità nei primi mesi del percorso, per poi rallentare una volta consolidata la fiducia tra le parti. La coprogettazione attiva un movimento “carsico”: emerge con più forza nei momenti in cui è necessario individuare le modalità e le forme in cui concretizzare questa collaborazione per poi “scomparire” e attivare pratiche informali di coordinamento a mano a mano che la fiducia tra i soggetti si sedimenta.
La coprogettazione agisce, insomma, come dispositivo che sostiene un certo modo di stare in relazione: protegge l’errore condiviso, distribuisce l’autorità nel tempo, costruisce linguaggi comuni e accetta di attivare pratiche diverse eliminando il superfluo mano a mano che la relazione matura.
La Comunità Educante come effetto del metodo della coprogettazione
Adottare la coprogrammazione e la coprogettazione come metodo per attivare Comunità Educanti ha effetti diretti anche sulla natura di queste comunità.
I bisogni educativi che sono alla base della costruzione delle reti che le attivano diventano il loro pretesto legittimante: la Comunità Educante non precede il problema ma nasce nell’atto stesso di occuparsene attraverso una rete. Queste non sono mere somme di organizzazioni né un semplice tavolo di coordinamento tra soggettività diverse quanto, piuttosto, l’occasione per dare avvio ad uno “spazio terzo”.
I Poli Educativi, infatti, non coincidono con la scuola né con il Centro Giovani né con il semplice coordinamento tra queste due organizzazioni: la Cabina di Regia diventa il luogo in cui le realtà che partecipano co-costruiscono l’identità del Polo.
Non è, insomma, la coprogettazione formale (Protocolli, Piani Operativi, Cabine di Regia) a generare direttamente la comunità ma rappresenta il processo che consente di creare le condizioni di possibilità perché questa comunità si attivi. In questo senso, si coprogetta la cornice: la comunità, però, nasce dentro a ciò che la cornice rende possibile e nasce grazie all’intenzione delle persone e delle organizzazioni che abitano questa collaborazione.
Infine, dentro ai Poli sono emersi ancora una volta due dati centrali e comuni alle Comunità Educanti: da una parte, queste sono tanto più solide quanto più riescono a farsi validare, nel tempo, da chi beneficia degli interventi che sono stati coprogettati, arrivando a collaborare direttamente alla loro ideazione e realizzazione; dall’altra, le persone adulte e le organizzazioni formali hanno un ruolo centrale e determinante nell’offrire spazi di possibilità, accessibili e gratuiti, disponibili all’ascolto e capaci di trasmettere competenze, conoscenze e potere a chi partecipa.
Costruire una Comunità Educante attraverso la coprogettazione non significa solamente mettere a sistema le risorse che esistono già, ma vuol dire generare qualcosa che prima non c’era: uno “spazio terzo” e un “terzo tempo delle relazioni”, capaci di costruire una propria identità e di radicarsi dentro al tessuto civico e sociale di un territorio. Ciò non avviene (solo) per la coerenza amministrativa del Protocollo, ma grazie al riconoscimento (spesso silenzioso, mai scontato) di chi quella comunità la vive e la coprogetta con azioni di ingaggio e di co-costruzione del servizio.
I Poli non si pongono in “competizione” con altre progettualità ma offrono un quadro comune di riferimento alla collaborazione tra istituzioni scolastiche, enti pubblici locali e territoriali e organizzazioni del Terzo Settore, capace di orientare non solo lo svolgimento delle attività ma anche la pianificazione economica, l’individuazione e la messa a disposizione di risorse. Per farlo, è importante connettere questa infrastruttura collaborativa agli strumenti di pianificazione e programmazione (come, ad esempio, ai Piani Triennali dell’Offerta Formativa elaborati dalle scuole) di cui ciascun ente si dota.
Sotto il profilo teorico, la Comunità Educante che ne risulta può essere interpretata come un bene relazionale, un bene che non preesiste allo scambio tra gli attori coinvolti, ma che si costituisce esclusivamente nell’atto della relazione stessa. Per questo, non si tratta di qualcosa di immediatamente riproducibile in via amministrativa: la trasferibilità di infrastrutture capaci di avere a che fare con questo bene relazionale passa, sempre, attraverso una scelta intenzionale di aderire al quadro di valori e alla “grammatica relazionale” sottesa alla coprogrammazione e alla coprogettazione.
La coprogettazione, in altre parole, non produce soltanto interventi educativi misurabili nei loro esiti immediati, ma anche un’infrastruttura relazionale la cui solidità costituisce un indicatore di impatto sul medio-lungo periodo che va a misurare il capitale relazionale che si è creato, e la cui osservazione richiede strumenti di analisi capaci di leggere non solo cosa viene fatto, ma come la collaborazione che lo rende possibile continua o smette di funzionare.
Note
- I Centri Giovani sono strutture del servizio giovani previste dalla legge provinciale 1° giugno 1983, n. 13 (“Promozione del servizio-giovani nella Provincia di Bolzano”). Aperti a tutte le ragazze e a tutti i ragazzi del territorio, sono gestiti da associazioni, cooperative e altre organizzazioni senza scopo di lucro con il sostegno della Provincia e offrono attività di tempo libero, formazione e partecipazione seguite da personale educativo qualificato.