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Allargare il tavolo non basta

La coprogrammazione è nata con una promessa: leggere i bisogni meglio di quanto possa fare un’amministrazione da sola. Il Sesto Rapporto sul secondo welfare lo ricordava chiaramente richiamando l’art. 55 del Codice del Terzo Settore, secondo cui la coprogrammazione dovrebbe arricchire la lettura dei bisogni rispetto ai tradizionali ambiti di competenza amministrativa (Guarna e Maino 2023). Lo stesso Rapporto osserva che molte esperienze sono partite dal confronto sull’operatività anziché da una programmazione preliminare, e che questo ha mostrato quanto contino questi momenti di confronto sul problema.

In altre parole, la coprogrammazione non riguarda solo la gestione condivisa degli interventi, ma la loro impostazione fin dall’inizio, a partire da come si definisce il problema.

Il tema è tornato di recente anche su queste pagine. Toffanin, Proia e Busi (2026), a proposito delle politiche antiviolenza, hanno sottolineato l’importanza di riconoscere ai centri antiviolenza un ruolo attivo in una coprogrammazione “sostanziale”. L’aggettivo dice molto: partecipare al tavolo non garantisce che il proprio punto di vista pesi davvero nella definizione del problema. E ciò che nessuno porta al tavolo difficilmente entrerà negli interventi.

Ciò che si vede dipende da dove si sta

Una lettura utile per approfondire questa dinamica viene dalla standpoint theory, elaborata nell’ambito dell’epistemologia femminista da autrici come Sandra Harding (1991). L’idea di fondo è semplice: ogni conoscenza nasce da una posizione (Merlo e Bordone 2025, pp. 235-237) e chi vive una condizione ai margini può vedere aspetti di un problema che da altri punti di osservazione restano invisibili. Chi programma un servizio, per esempio, tende a guardarlo dal lato dell’offerta: accessi, liste d’attesa, prestazioni. Chi lo usa, o non riesce a usarlo, ne vede i vincoli di orario, di trasporto, di lingua, di tempo.

Harding chiama “debole” l’oggettività di chi presenta la propria lettura come neutra, senza dichiarare da dove osserva: di solito descrive il problema dal punto di vista di chi propone il servizio. Le contrappone un’oggettività “forte”, che riconosce ogni lettura come situata e la sottopone a esame critico. Al tavolo, quindi, non si tratta di stabilire quale punto di vista sia quello “giusto”, ma di metterli a confronto: condividere non significa mettersi d’accordo. Vale anche per chi vive il problema: il suo sguardo fa emergere dimensioni nascoste, ma non basta per capirne le cause o i rimedi.

Un esempio raccontato nel Sesto Rapporto aiuta a capire. Il programma Cambia Terra, promosso da ActionAid nel Sud Italia, ha l’obiettivo di far avanzare i diritti delle donne impiegate in agricoltura e segue un percorso in tre fasi (Moschetti e Polvani 2023): la rilevazione dei bisogni fatta con le persone, in un’ottica intersezionale, cioè attenta a come genere, provenienza e condizione sociale si intrecciano; momenti di formazione ed empowerment delle persone più vulnerabili, per rafforzarne la capacità di agire nella sfera pubblica; infine la coprogettazione dei servizi con gli attori del territorio. L’ordine non è casuale: la formazione viene prima perché riduce le asimmetrie di competenze e di potere che si creano quando persone vulnerabili siedono allo stesso tavolo con attori più strutturati. Per contare al tavolo non basta esserci: servono le condizioni per prendere la parola.

Tre domande da portare al tavolo

Toffanin, Proia e Busi (2026) richiamano il lavoro di Nancy Fraser, che distingue tre passaggi attraverso cui un bisogno diventa oggetto di intervento pubblico, ciascuno frutto di decisioni politiche: stabilire se è di interesse pubblico, interpretarlo, definire chi se ne occupa e con quali risorse. Questi passaggi suggeriscono alcune domande per chi partecipa a un percorso di coprogrammazione.

  • Che cosa arriva al tavolo? I temi discussi sono quelli che qualcuno ha portato, ma esistono situazioni che restano fuori perché nessuno dei presenti le incontra o le rappresenta?
  • Con quali parole si descrive il bisogno? Se la descrizione usa soprattutto il linguaggio di chi eroga i servizi, il problema tenderà a coincidere con ciò che i servizi già fanno o non riescono a fare. Come lo descriverebbero le persone direttamente interessate?
  • Chi partecipa ha un interesse in una certa definizione? Ogni organizzazione guarda al problema attraverso la propria mission, che funziona come una lente e ne condiziona la definizione (Merlo e Bordone 2025, pp. 131, 138-139). Ne può nascere una distanza tra gli interessi di chi partecipa alla programmazione e i bisogni come li vivono le persone a cui gli interventi sono rivolti (Merlo e Bordone 2025, p. 101). La lettura di ciascuna organizzazione non è un difetto da correggere, ma un punto di vista da rendere esplicito e da affiancare ad altri.

Le letture possono divergere su due piani: su che cosa si vuole ottenere, perché anche gli obiettivi dipendono dal punto di vista da cui si osserva, e su come ottenerlo, cioè sui rapporti di causa ed effetto su cui si reggono la Teoria del Cambiamento e la Logica dell’Intervento. Se il disaccordo riguarda gli obiettivi, la programmazione diventa un processo di negoziazione; se riguarda i rapporti causali, serve un confronto su evidenze ed esperienze; se riguarda entrambi, il problema va ridefinito insieme ancor prima di poter programmare (Thompson e Tuden 1959; Merlo e Bordone 2025, p. 200).

Le tre domande non sono una checklist da compilare: vanno poste all’inizio, quando il problema è ancora aperto, e riprese quando si valutano i risultati, sia che siano stati raggiunti sia che non lo siano, come fa una Theory Based Evaluation, che verifica come e perché un intervento produce, o non produce, i suoi effetti.

Che cosa spetta alla tecnica e che cosa alla politica

Ma se ogni passaggio è frutto di decisioni politiche, che spazio resta all’analisi tecnica? Più di quanto sembri. La tecnica può accertare chi ha partecipato alla definizione del problema e chi mancava, con quali modalità e in quali condizioni. Può mostrare come una definizione diversa cambierebbe obiettivi, interventi e indicatori. Può soprattutto impedire che una definizione venga presentata come l’unica possibile.

Resta invece una scelta politica decidere chi ha titolo a partecipare e con quale peso e quale definizione del problema adottare tra quelle possibili. Su questo l’analisi tecnica non può sostituirsi alla decisione, ma può renderla più consapevole e più facile da discutere.

Anche la partecipazione, del resto, ha i suoi limiti: come osserva un recente articolo su queste pagine, “partecipare non significa automaticamente includere” (Simonetti 2026). Un tavolo ampio può riprodurre le stesse asimmetrie che vorrebbe superare, se alcune voci hanno più tempo, competenze e legittimazione di altre. Chiedersi chi siede al tavolo è il primo passo; chiedersi chi riesce davvero a influire sulla definizione del problema è il secondo.

 

Riferimenti bibliografici

Foto di copertina: fauxels, Pexels.com